Da domani, giovedì 23 aprile 2026, arriva su Netflix Stranger Things: Storie dal 1985. Non si tratta di una sesta stagione della serie, ma di uno spin-off... animato. Quest'ultimo aggettivo ha un certo 'peso' se consideriamo i dati di altri franchise che hanno fatto lo stesso esperimento: Marvel e Star Wars.
Quando i Duffer Brothers, pochi giorni dopo la fine di Stranger Things - Stagione 5 annunciarono uno spin-off della serie Netflix, vi fu grande gioia da parte del pubblico. Quest'ultimo, tuttavia, subito rimase interdetto nello scoprire che il 'derivato' della saga madre sarebbe stato un... prodotto d'animazione! In tanti già cominciano a soffrire nel pensare che non rivedranno mai più i loro beniamini in 'carne ed ossa'. Intanto, domani è il giorno designato per l'uscita di Stranger Things: Storie dal 1985 sulla piattaforma.
La serie animata è stata ideata da Eric Robles ed è ambientata - come suggerisce il titolo stesso - tra la fine della seconda e l'inizio della terza stagione, naturalmente nell'inventata cittadina di Hawkins. Ma se Stranger Things è sempre stata un successo per Netflix, perché ora il rischio editoriale è enorme? Basta analizzare altri casi simili e quali sono stati i guadagni economici e d'immagine dei vari franchise. Prima un po' di dati, per portare alla luce il fenomeno della serie tv con protagonista Millie Bobby Brown.
La quarta stagione ha registrato 7,2 miliardi di minuti visti. Invece la quinta ha polverizzato i record con 8,46 miliardi di minuti. Numeri impressionanti. Stranger Things è un fenomeno da 1,2 miliardi di visualizzazioni totali. C'era dunque davvero bisogno di uno spin-off? Forse sì, ma non così. La nuova serie ci riporta a pochi mesi dalla chiusura del portale da parte di Undici. Il Mind Flayer è stato espulso da Will, ma l'ombra del Sottosopra rimane. Storie dal 1985 sfrutta il "vuoto" narrativo al fine di introdurre creature inedite e pericolosissime. Ancora una volta siamo di fronte a un horror, ma forse molto meno appetibile per tanti...
Stranger Things: Storie dal 1985 e il paradosso dell'animazione: le lezioni di Marvel e Star Wars (che Netflix non ha imparato)
A questo punto è interessante notare un aspetto. È la prima volta che un franchise tenta la via dell'animazione? Assolutamente no. Prima di Stranger Things, ci sono state la Marvel e Star Wars a tentare un'operazione simile. E non è andata benissimo. Ecco una tabella che riassume i numeri e le performance.
What If...? della Marvel, pur ricevendo critiche eccellenti (per la prima stagione, sia chiaro, dato che le successive non sono state apprezzate affatto allo stesso modo), è rimasto un prodotto collaterale. Il fatto che i protagonisti fossero disegnati e non in carne ed ossa - per quanto somiglianti agli attori originali che hanno anche prestato le loro voci al progetto - ha pesato parecchio. Insomma, la serie animata non ha mai influenzato il mercato come WandaVision, Loki o i film al cinema.

Il problema di fondo è che il pubblico generalista percepisce l'animazione come opzionale. Un discorso simile vale anche per Star Wars: per quanto The Clone Wars sia 'canonico', nessuno si è abbonato a Disney+ per vederlo. Invece, per The Mandalorian (con protagonista un eccezionale Pedro Pascal) ci sono stati dei veri e propri picchi di abbonamenti (28,6 milioni al lancio).
Perché il disegno non dà mai la stessa emozione del live-action
L'interpretazione degli attori è il punto focale di tutto. C'è una delle scene migliori di Stranger Things presente nel Capitolo 4 della quarta stagione, intitolato "Caro Billy". Al minuto 58:00, si vede Max (Sadie Sink) singhiozzare sulla tomba del fratello, mentre gli legge una lettera che ha scritto essendo ormai certa che Vecna prenderà anche lei. Ebbene, se il pianto di rabbia, rimpianto e paura può essere emulato facilmente dall'animazione (sempre grazie al doppiaggio, s'intende!), la difficoltà a deglutire, il tremore di tutto il corpo, le micro-espressioni facciali e le labbra che faticano a pronunciare ogni parola, non possono essere rese da un semplice disegno.

Entra in scena, a questo punto, un'altra osservazione. A guardare Stranger Things non sono stati i bambini, ma gli adulti compresi tra i 18 e i 49 anni d'età. I Duffer Brothers durante alcune interviste hanno dichiarato di voler fare una sorta di 'tributo' ai "cartoni del sabato mattina". Ma chi li guarda quelli? Non la stessa fanbase della serie originale. E qui c'è una contraddizione in termini. La saga animata potrà anche riempire i buchi di trama tra la seconda e la terza stagione (mostrandoci una storia acerba tra Mike e Undi), eppure potrebbe essere abbastanza inutile, avendo un pubblico diverso. Insomma, c'è una verità scomoda: il brand Stranger Things non è espandibile all'infinito (anche perché la crescita 'fisica' dei protagonisti e un finale abbastanza chiuso farebbero da impedimento). Non resta che attendere le prossime settimane per scoprire quali saranno i dati finali.




