Francesco Schettino torna a essere una delle ricerche più cliccate del web grazie a Shipwrecked: Nightmare at Sea, il nuovo documentario Netflix uscito il 10 luglio 2026 che ricostruisce, con testimonianze inedite dei sopravvissuti e i filmati della scatola nera, la notte del naufragio della Costa Concordia. Ma mentre milioni di spettatori riscoprono la tragedia del 13 gennaio 2012, in pochi sanno davvero dove si trovi oggi l’ex comandante, cosa rischi concretamente e perché Netflix abbia scelto proprio questo momento per raccontare di nuovo la sua storia.
Perché la nave deviò quella notte: il vero motivo dell’inchino
Tutto nacque da un gesto di cortesia che si trasformò in tragedia. La Costa Concordia doveva seguire la rotta abituale tra Civitavecchia e Savona, a diverse miglia dalla costa, ma quella sera la nave lasciò l’itinerario previsto per compiere un cosiddetto inchino, un passaggio ravvicinato davanti all’Isola del Giglio pensato come saluto. Fu lo stesso comandante ad autorizzare la deviazione come favore al maître di bordo, originario proprio del Giglio, dove la sua famiglia possedeva una casa e avrebbe potuto vedere passare la nave. Il naufragio della Costa Concordia nacque quindi da una manovra non programmata, decisa la sera stessa per motivi personali e non per esigenze di navigazione. Quella deviazione, alle 21:45 del 13 gennaio 2012, portò la nave a scontrarsi con il più piccolo degli scogli de Le Scole, a poche centinaia di metri dalla costa, aprendo uno squarcio di oltre 35 metri nello scafo e provocando il naufragio che costò la vita a 32 persone.
Dove si trova oggi Francesco Schettino e cosa rischia davvero
Dopo un lungo iter processuale, la condanna a Francesco Schettino è diventata definitiva nel maggio 2017: la Cassazione confermò 16 anni e un mese di reclusione per omicidio colposo plurimo, naufragio colposo, lesioni colpose e abbandono della nave. Subito dopo la sentenza, l’ex comandante si costituì spontaneamente al carcere di Rebibbia, a Roma, dove si trova tuttora recluso. Nel gennaio 2025 i suoi legali hanno presentato per lui una richiesta di semilibertà, che gli avrebbe permesso di uscire di giorno dal carcere per lavorare alla digitalizzazione di documenti storici per la Fabbrica di San Pietro, in Vaticano, una mansione che già svolgeva all’interno di Rebibbia occupandosi di archivi legati al caso Moro e alla strage di Ustica. L’udienza, inizialmente fissata per il 4 marzo 2025, era stata rinviata per il cambio del giudice relatore, ma l’8 aprile 2025 la sua nuova avvocata, Francesca Carnicelli, ha comunicato la rinuncia all’istanza per difficoltà sopraggiunte con la proposta lavorativa offerta dall’associazione Seconda Chance, che si occupa di reinserimento dei detenuti e ha un protocollo attivo con il Vaticano. La rinuncia è stata una scelta dello stesso Schettino, e i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Roma hanno chiuso il procedimento con un non luogo a provvedere.
Al netto di questi due tentativi falliti, l’orizzonte temporale reale per un’eventuale scarcerazione resta lontano: le fonti concordano nell’indicare che Schettino resterà recluso fino a circa il 2032, avendo già superato la metà della pena necessaria per accedere alle misure alternative alla detenzione. Attualmente beneficia di 45 giorni di permessi premio all’anno grazie alla buona condotta mantenuta in carcere, e dal 2020 lavora alla digitalizzazione di alcuni fascicoli processuali. Resta aperta la possibilità che in futuro, se dovesse presentarsi una nuova offerta di lavoro compatibile con i requisiti richiesti dal tribunale, la richiesta di semilibertà venga ripresentata.
Quanto vale una vita nella sentenza: il confronto che nessuno fa
Dei 16 anni e un mese di condanna inflitti a Schettino, la Corte d’appello di Firenze ripartì la pena in questo modo: dieci anni per omicidio colposo plurimo e lesioni plurime colpose, riferiti alle 32 vittime e ai 157 feriti del Giglio, cinque anni per naufragio colposo e un anno per abbandono della nave e abbandono di persone incapaci di provvedere a se stesse. Un calcolo che ha fatto discutere pubblicamente diversi sopravvissuti: tra questi Blake Miller, cittadino di Austin, in Texas, fuggito dalla nave su una scialuppa, che commentando la sentenza ha osservato che equivale a meno di quattro mesi per ogni persona morta. Un paragone brutale ma che rende bene l’idea di quanto, agli occhi di molte vittime, la pena sia apparsa sproporzionata rispetto alla tragedia vissuta.
Chi ha pagato, e quanto, oltre a Schettino
Se Schettino ha pagato con il carcere, la sorte di Costa Crociere è stata molto diversa. La compagnia, di proprietà del gruppo americano Carnival Corporation, evitò il processo penale patteggiando con il gip di Grosseto, nell’aprile 2013, una sanzione amministrativa di un milione di euro, incamerata dall’erario, uscendo così dall’elenco degli imputati. Sul fronte dei risarcimenti ai passeggeri, invece, le cifre sono state molto più consistenti nel complesso ma modeste nel dettaglio individuale: dei 3.206 passeggeri a bordo, 2.623 accettarono una transazione per un importo totale di 66,5 milioni di euro, comprensivo dei risarcimenti alle famiglie delle vittime. Le somme individuali sono variate parecchio a seconda dei casi: si è parlato di importi tra gli 11.000 e i 14.000 euro per il danno da vacanza rovinata e la perdita di beni personali nelle transazioni extragiudiziali più rapide, mentre in sede civile il Tribunale di Genova ha successivamente riconosciuto a un passeggero, per danno da stress post traumatico, un risarcimento complessivo di 92.700 euro, una sentenza che potrebbe fare da apripista per altre richieste simili.
Schettino è stato l’unico colpevole? L’effetto domino sugli altri membri dell’equipaggio
Uno degli aspetti meno raccontati della vicenda giudiziaria riguarda gli altri responsabili. Oltre a Schettino, altri cinque membri dell’equipaggio di Costa Crociere furono condannati per omicidio colposo, negligenza e naufragio, ma nessuno di loro ha mai scontato un giorno di carcere. Un’asimmetria che già all’epoca della sentenza definitiva fece discutere: l’avvocato Massimiliano Gabrielli, del comitato Giustizia per la Concordia, commentando il verdetto della Cassazione osservò che con quella sentenza si chiudeva un capitolo della vicenda, ma restava il rammarico che a entrare in carcere fosse solo Schettino.
Perché Netflix racconta di nuovo la Concordia proprio ora
Shipwrecked: Nightmare at Sea non è un prodotto isolato, ma porta la firma di un team con un’identità editoriale precisa. Il documentario è diretto da Chiara Messineo, già dietro la macchina da presa del discusso Vatican Girl, e proviene dallo stesso team che ha realizzato Trainwreck, il filone di documentari Netflix dedicato ai grandi disastri mediatici, capace nel corso del 2025 di totalizzare milioni di visualizzazioni con episodi come quelli dedicati al caso della nave da crociera del vomito o alla tragedia del festival Astroworld. Il film si presenta come un documentario immersivo che condivide filmati mai visti prima e i racconti dei sopravvissuti al disastro della Costa Concordia del 2012, intrecciando testimonianze oculari, video girati con i cellulari la notte della tragedia e le traduzioni delle registrazioni della scatola nera della nave. Una scelta di stile che colloca il caso Schettino dentro una vera e propria strategia editoriale dello streaming, più che presentarlo come un caso isolato di attualità.
Cosa mostra il documentario che il processo non ha mai chiarito del tutto
Proprio le registrazioni della scatola nera, al centro del racconto Netflix, riportano alla luce uno dei nodi mai del tutto sciolti della vicenda: un errore di comunicazione sulla plancia di comando. Secondo la ricostruzione della Cassazione, alle 21:44 Schettino ordinò la virata a sinistra per evitare gli scogli, ma il timoniere indonesiano Jacob Rusli Bin non comprese correttamente l’ordine e accostò invece a dritta, verso gli scogli, aggravando l’errore di rotta nei secondi decisivi prima dell’impatto. Alcune ricostruzioni giornalistiche hanno collegato quella defaillance comunicativa alle politiche di espansione rapida adottate da Costa Crociere dopo l’acquisizione da parte della multinazionale Carnival Corporation, che negli anni della crescita del settore crocieristico avrebbe spinto la compagnia ad assumere rapidamente personale, anche con esperienza limitata, per tenere il passo con l’espansione della flotta.
Come hanno reagito i sopravvissuti alle richieste di scarcerazione di Schettino
Le due richieste di semilibertà presentate e poi ritirate hanno riacceso ferite mai rimarginate tra i sopravvissuti e i familiari delle vittime. Vanessa Brolli, che aveva 14 anni quando si salvò dal naufragio insieme alla famiglia riunita per festeggiare le nozze d’oro dei nonni, ha dichiarato che a prescindere dalla decisione dei giudici resta certa che Schettino vivrà il resto dei suoi giorni con addosso il peso di questa tragedia, definendo questa la pena più grande per lui, anche in caso di uscita dal carcere. Di segno opposto, ma altrettanto duro, il giudizio di Giovanni Girolamo, padre di Giuseppe, il musicista di bordo morto a 30 anni dopo aver ceduto il proprio posto in scialuppa a una madre con due bambini: per lui i giudici non avrebbero dovuto concedere la semilibertà a Schettino, un uomo che a suo dire meriterebbe di scontare trentadue ergastoli, quante furono le vittime della Costa Concordia.





