Il grande cinema d’autore approda stasera su Rai 4 con la messa in onda di Holy Spider. La pellicola, diretta dal regista Ali Abbasi, scava in una piaga profonda della cronaca nera mediorientale. Molti spettatori si chiedono se le vicende mostrate sullo schermo siano frutto di fantasia. La risposta risiede nei verbali della polizia di Mashhad, in Iran, all’alba del nuovo millennio.
La trama si ispira fedelmente alla figura di Saeed Hanaei. Tra il 2000 e il 2001, quest’uomo seminò il terrore nella città santa dello sciismo. Hanaei non era un criminale comune, ma un muratore e veterano della guerra Iran-Iraq. Nella vita quotidiana appariva come un padre di famiglia devoto e rispettabile. Nessuno sospettava che dietro quella maschera di normalità si nascondesse il cosiddetto “Spider Killer”. L’assassino scelse come bersaglio le prostitute della città. Hanaei considerava queste donne una minaccia alla purezza morale del luogo sacro. Egli sosteneva di agire seguendo un mandato divino. Voleva ripulire le strade dal vizio attraverso una personale “jihad” contro il peccato. La sua furia si scatenò su soggetti vulnerabili, spesso donne ridotte in povertà estrema e prive di qualsiasi rete sociale di protezione.
Il modus operandi era metodico e brutale. Hanaei attirava le vittime in luoghi isolati o nella propria abitazione durante l’assenza dei familiari. Utilizzava spesso il loro stesso chador o il velo per strangolarle. In totale, le autorità accertarono 16 omicidi. L’uomo arrivò persino a telefonare alla stampa locale per rivendicare i propri delitti. Voleva che la sua missione fosse pubblica e riconosciuta dalla comunità. L’arresto avvenne solo il 25 luglio 2001. Una donna sopravvissuta a un tentativo di aggressione riuscì a fuggire. La sua testimonianza guidò la polizia direttamente a casa di Hanaei. Durante l’interrogatorio, l’uomo confessò ogni dettaglio senza mostrare alcun rimorso. Al contrario, si dichiarò rammaricato per non aver completato la sua opera di pulizia morale. La sua figura divise l’opinione pubblica conservatrice, sollevando un dibattito etico senza precedenti nel Paese.

Il processo a Saeed Hanaei: dal sostegno dei fanatici alla condanna a morte. La storia vera di Holy Spider
Il procedimento giudiziario contro lo Spider Killer mise in luce le contraddizioni della società iraniana dell’epoca. Durante le udienze, Hanaei ricevette il sostegno di diversi gruppi fondamentalisti. Alcuni cittadini lo consideravano un eroe che lottava contro la corruzione dei costumi. In aula risuonarono applausi per le sue dichiarazioni fanatiche. Molti chiesero clemenza, ritenendo che avesse agito per difendere i valori della fede e della famiglia. Nonostante le pressioni esterne, i giudici riconobbero la gravità degli omicidi plurimi. Il sistema legale iraniano non accettò la giustificazione della missione religiosa per motivare il sangue versato. La sentenza fu definitiva: condanna alla pena capitale per 16 capi di imputazione. Saeed Hanaei venne giustiziato per impiccagione nel 2002. La sua morte non spense però le polemiche, trasformandolo in una sorta di martire per le frange più estremiste della popolazione.
Il film Holy Spider riprende questi fatti con precisione, ma introduce la figura della giornalista Rahimi. Questo personaggio, interpretato da Zar Amir Ebrahimi, arriva da Teheran per indagare sul caso. Sebbene Rahimi sia una creazione narrativa, il suo ruolo omaggia i veri reporter che sfidarono il sistema per far emergere la verità. Il film evidenzia il sessismo sistemico e l’indifferenza delle autorità verso la sorte delle donne uccise, trasformando la cronaca nera in una denuncia sociale.
La narrazione cinematografica si sofferma molto sulla vita domestica di Hanaei. Vediamo l’assassino interagire con i figli e la moglie in un contesto di apparente serenità. Questo contrasto rende la vicenda ancora più inquietante per lo spettatore. Il regista Ali Abbasi utilizza la storia del 2000 per analizzare la misoginia radicata e la violenza istituzionale. La pellicola non si limita a raccontare un crimine, ma esplora il clima culturale che permise a un serial killer di sentirsi legittimato.
In questo senso, il film si distacca dal classico genere thriller per diventare un’analisi politica. La figura del giornalista serve a mostrare le resistenze che i media incontrano in contesti repressivi. La realtà dei fatti rimane però il pilastro centrale dell’opera. Le vittime non furono solo numeri, ma donne intrappolate in un sistema che non offriva loro alternative. La visione di stasera su Rai 4 offre l’opportunità di riflettere su un caso che ha cambiato per sempre la percezione della sicurezza e della morale in Iran.





