Mio figlio non è un thriller internazionale né un remake: è un film italiano per la televisione, prodotto da Publispei e diretto da Monica Vullo, che nel 2021 ha portato sul piccolo schermo una vicenda profondamente radicata nella cronaca del terrorismo internazionale e della paura contemporanea della radicalizzazione. Chi ha seguito la messa in onda serale su Canale 5 è probabilmente uscito dal divano con più domande che risposte: dov’è ambientato davvero? La storia è vera? Perché il protagonista è medico? E che fine fa il figlio Luca? Proviamo a mettere ordine tra retroscena produttivi, dettagli di casting e curiosità che sfuggono a una visione distratta.
Da dove nasce la storia di Mio figlio con Raoul Bova
Il film ruota attorno a Stefano De Angelis, medico di Roma interpretato da Raoul Bova, che parte alla disperata ricerca del figlio adolescente Luca scomparso in circostanze misteriose. Ciò che sembra inizialmente una fuga adolescenziale si rivela ben presto qualcosa di molto più oscuro: il ragazzo è stato attirato nella rete di reclutatori jihadisti e si trova in un teatro di guerra mediorientale. La sceneggiatura, firmata da Fidel Signorile e Salvatore Basile, si ispira dichiaratamente a fenomeni realmente documentati tra il 2014 e il 2018, quando centinaia di giovani europei lasciarono le proprie famiglie per unirsi allo Stato Islamico in Siria e Iraq. Non esiste però un singolo caso di cronaca da cui il film sia tratto: si tratta di una vicenda romanzata che sintetizza dinamiche reali di radicalizzazione online, tema su cui l’Europol ha prodotto numerosi rapporti nello stesso periodo.
Dove è stato girato il film Mio figlio di Canale 5
Una delle domande più ricorrenti tra gli spettatori riguarda i luoghi delle riprese, soprattutto per le scene ambientate in un imprecisato Paese arabo. Le sequenze mediorientali non sono state girate in Siria né in Iraq, come è ovvio per ragioni di sicurezza: la produzione ha utilizzato location in Marocco, in particolare nella zona di Ouarzazate e nel deserto circostante, storica “Hollywood del Nord Africa” usata anche per Il gladiatore e Il tè nel deserto. Le scene italiane sono state realizzate tra Roma e il litorale laziale. La produzione, targata Publispei in collaborazione con RTI Mediaset, ha lavorato con un doppio impianto logistico proprio per rendere credibile il contrasto tra la quotidianità borghese romana e la desolazione del fronte.
Chi sono gli attori del cast e i personaggi principali
Oltre a Raoul Bova nel ruolo del padre, il film schiera Serena Autieri nei panni della madre di Luca, in un ruolo drammatico che si discosta dalle commedie a cui il pubblico l’ha spesso associata. Il giovane Lorenzo Zurzolo, già noto al pubblico giovanile per Baby su Netflix, interpreta il figlio Luca: la sua scelta non è stata casuale, la produzione cercava un volto pulito e riconoscibile dai teenager per rendere ancora più straniante la parabola di radicalizzazione. Nel cast anche Thomas Trabacchi nel ruolo di un investigatore e diversi attori marocchini per le sequenze girate all’estero. Un dettaglio interessante: Bova ha raccontato in più interviste di aver studiato materiale documentaristico sui genitori europei che avevano davvero perso figli partiti per la Siria, per costruire un personaggio credibile e non retorico.
Quanto c’è di vero nella radicalizzazione online raccontata nel film
Il film mostra con una certa precisione il meccanismo del grooming jihadista: contatti su social e piattaforme di messaggistica, figure carismatiche che intercettano fragilità adolescenziali, un percorso graduale che porta dall’interesse religioso all’indottrinamento vero e proprio. Questo aspetto è documentato in numerosi studi accademici e nei report del Radicalisation Awareness Network della Commissione Europea. Il film compie però alcune semplificazioni narrative: nella realtà il processo di reclutamento durava spesso mesi o anni, mentre qui è compresso in poche settimane per esigenze di ritmo. Anche la facilità con cui il padre riesce a muoversi in una zona di conflitto è una licenza drammatica: giornalisti e operatori umanitari hanno più volte sottolineato quanto sia complesso attraversare quei territori, anche solo per pochi chilometri.
Errori, imprecisioni e dettagli che sono sfuggiti agli spettatori
Gli appassionati di cinema hanno segnalato alcune incongruenze curiose. In una delle scene ambientate a Roma, sullo sfondo compare un manifesto pubblicitario che alcuni utenti sui forum hanno identificato come posteriore all’epoca in cui la vicenda dovrebbe essere ambientata, un classico anacronismo da produzione veloce. Un altro dettaglio riguarda l’arabo parlato nel film: madrelingua che hanno visto la pellicola hanno notato che alcune battute pronunciate dai personaggi locali mescolano dialetti diversi, cosa poco plausibile in una singola area geografica. Infine, l’orologio di Stefano De Angelis cambia modello in almeno una sequenza, errore di continuity notato dai più attenti. Nulla che comprometta la tenuta emotiva del film, ma sono quelle piccole crepe che fanno la gioia dei fan di IMDb.
Perché il finale di Mio figlio ha diviso il pubblico
Senza entrare troppo nei dettagli per chi non l’avesse ancora visto integralmente, il finale del film ha generato un ampio dibattito sui social italiani al momento della prima messa in onda. Una parte degli spettatori lo ha trovato consolatorio, quasi cinematografico nel senso classico del termine, mentre un’altra ha apprezzato proprio la scelta di non cedere completamente alla catarsi hollywoodiana. Il regista Monica Vullo, veterana della serialità italiana con titoli come Squadra Antimafia, ha optato per un tono realistico ma non disperato, in linea con la vocazione del prime time generalista di Canale 5 che deve parlare a un pubblico ampio senza spingere troppo sul pedale della tragedia. La colonna sonora, con inserti mediorientali e archi sospesi, contribuisce a mantenere il film in un equilibrio costante tra thriller familiare e dramma politico.
Il posto di Mio figlio nella filmografia di Raoul Bova
Per Raoul Bova, Mio figlio rappresenta uno dei ruoli più drammatici della sua carriera recente, in un percorso che negli ultimi anni lo ha visto alternare fiction generaliste come Immaturi – La serie, Buongiorno mamma e Don Matteo a progetti più impegnati. L’attore romano ha dichiarato in più occasioni di aver scelto il progetto proprio per la dimensione paterna, sentendosi personalmente coinvolto dal tema di un genitore che non riconosce più il proprio figlio. Il film si inserisce in un filone della fiction Mediaset che negli anni recenti ha esplorato temi sociali forti, dal bullismo al terrorismo, con l’obiettivo dichiarato di unire intrattenimento e sensibilizzazione. Ed è forse questa la ragione per cui, anche a distanza di anni dalla prima messa in onda, continua a essere riproposto e a generare discussioni.





