Tornare a vedere Indiana Jones e l’ultima crociata in prima serata significa riaccendere una valanga di domande: perché Sean Connery sembra rubare la scena a Harrison Ford in ogni inquadratura? Quei topi nelle catacombe veneziane erano veri? Cosa c’è davvero scritto nel diario del Graal? E quel finale con i tre cavalieri e il Calice è coerente con la leggenda o pieno di buchi? Ecco le risposte ai dubbi che restano dopo i titoli di coda.
Perché Spielberg ha voluto Sean Connery come padre di Indiana Jones?
Dopo il cupo Tempio Maledetto, Steven Spielberg voleva un terzo capitolo più leggero e dichiaratamente avventuroso. George Lucas propose la pista del Santo Graal, ma fu Spielberg a intuire che la chiave fosse trasformare il film in una buddy movie tra padre e figlio. Il nome di Sean Connery arrivò quasi come una provocazione: chi poteva intimidire Indiana Jones se non l’attore che aveva incarnato James Bond, archetipo dell’avventuriero da cui lo stesso Indy deriva? Connery aveva all’epoca solo dodici anni più di Harrison Ford, una differenza minima che il trucco e la barba grigia hanno mascherato con cura. Sul set Connery improvvisò molte battute, comprese alcune delle più celebri sui rapporti familiari, e Spielberg lasciò correre la macchina da presa proprio per catturare quella naturalezza.
River Phoenix nel prologo: come è stato scelto il giovane Indy?
L’incipit sul treno del circo, ambientato nello Utah del 1912, è una delle aperture più amate del cinema d’avventura. A interpretare il giovane Indiana è River Phoenix, scelto personalmente da Harrison Ford, che lo aveva conosciuto sul set di Mosquito Coast e lo considerava il più simile a sé da ragazzo, non tanto fisicamente quanto per il modo di muoversi e parlare. In quella sequenza vengono spiegate, in pochi minuti, tutte le icone del personaggio: la frusta, la cicatrice sul mento, la paura dei serpenti, persino il cappello fedora. Curiosamente la cicatrice di Harrison Ford sul mento è autentica, frutto di un incidente d’auto giovanile, e qui viene reinterpretata come ferita da frusta autoinflitta.
I topi delle catacombe di Venezia erano veri?
La sequenza nei sotterranei sotto la biblioteca veneziana è un piccolo incubo entomologico. Per girarla la produzione fece allevare oltre duemila topi in cattività, in modo da garantire che fossero privi di malattie e maneggiabili dai tecnici. A questi vennero affiancati circa mille topi meccanici realizzati dal reparto effetti speciali, gli stessi che avevano lavorato agli insetti del Tempio Maledetto. La scena non è stata girata a Venezia ma negli Elstree Studios di Londra: gli esterni veneziani, compresa la celebre esplosione che fa risalire la benzina sul Canal Grande, furono catturati in città con una troupe ridotta, mentre il resto è ricostruzione in studio.
Petra esiste davvero? E il Tempio del Graal è autentico?
Sì, il celebre tempio scavato nella roccia rosa è reale: si tratta di Al-Khazneh, il “Tesoro” di Petra, in Giordania. Spielberg fu uno dei primi registi occidentali a ottenere il permesso di girare nel sito archeologico nabateo, dichiarato in seguito Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Va però chiarito un dettaglio che spesso confonde gli spettatori: la facciata di Al-Khazneh è autentica, ma l’interno mostrato nel film, con la sala dei calici e il guardiano cavaliere, è un set costruito interamente agli Elstree Studios. Nella realtà dietro la facciata di Petra c’è solo una camera funeraria vuota di pochi metri. Le scene del canyon a cavallo verso il tempio furono girate nel Wadi Rum e nel canyon di Siq.
Il carro armato e il deserto: dove è stata girata la sequenza più spettacolare?
L’inseguimento con il carro armato Mark VII, in cui Henry Jones senior viene tenuto prigioniero e Indy combatte sul cingolato, è uno dei set piece più costosi del film. Fu girato in Almería, nella regione andalusa della Spagna, lo stesso deserto sfruttato da Sergio Leone per gli spaghetti western. Il carro armato non esisteva in archivio: fu costruito da zero in quattro mesi su un telaio di escavatore e trasportato a destinazione con un cargo Belfast. Lo stuntman Vic Armstrong, controfigura storica di Harrison Ford, eseguì la maggior parte delle acrobazie sul mezzo in corsa. Quando il carro precipita nel burrone, l’effetto venne ottenuto con un cannone ad aria compressa che lo ribaltò al momento dell’esplosione.
Cosa c’è scritto davvero nel Diario del Graal?
Il diario di Henry Jones è uno degli oggetti di scena più studiati dai collezionisti. Il prop originale, realizzato dal dipartimento artistico di Lucasfilm, contiene schizzi, mappe, appunti in latino e tedesco, fotografie d’epoca e illustrazioni dei tre tranelli: il Respiro di Dio, la Parola di Dio e il Cammino di Dio. Molte pagine non sono visibili sullo schermo ma furono riempite per dare consistenza all’oggetto durante i primi piani. La replica di quel diario è oggi un piccolo culto, con artigiani che ne ricostruiscono ogni pagina basandosi sui fotogrammi rallentati delle scene in cui Indy lo sfoglia.
Il finale e i tranelli del Graal: ci sono buchi di trama?
Tra le obiezioni più frequenti dei fan c’è la sequenza dei tre tranelli. Se i cavalieri Templari hanno costruito un percorso a prova di intruso, perché Henry Jones senior aveva già decifrato gli enigmi sul suo diario senza averli mai visti? La spiegazione più accreditata, suggerita anche dagli sceneggiatori in interviste successive, è che il diario contenga il frutto di secoli di tentativi falliti: studiosi e crociati che si sono spinti fino al tempio, sono morti nei tranelli e hanno lasciato indizi parziali, raccolti e ricomposti da Henry. Resta invece un piccolo paradosso geologico: la voragine che si apre nel finale, inghiottendo il Graal, contraddice la regola secondo cui il Calice non può uscire dal sigillo del tempio. Walter Donovan beve dalla coppa sbagliata e invecchia in pochi secondi grazie a un effetto meccanico di Industrial Light & Magic basato su matte painting e modellini in lattice deformabili, anni prima del CGI massiccio.
Errori, cammei e curiosità che sfuggono al primo sguardo
Il film è disseminato di dettagli che gli appassionati continuano a scovare. Tra i più discussi: nella biblioteca di Venezia, sul pavimento, compare uno stemma con la lettera “C” mascherata da “X”, gag voluta da Spielberg sul cliché del “la X non segna mai il punto giusto” pronunciato pochi minuti prima. Nel castello di Brunwald, l’arazzo con la svastica nazista mostra in realtà un disegno araldico modificato per non urtare la censura tedesca. Quando Indy e il padre fuggono in moto, in alcune inquadrature si intravede un cavo metallico che stabilizza il sidecar. Infine, il guardiano del Graal, l’ultimo cavaliere templare interpretato da Robert Eddison, ha solo poche battute ma resta uno dei volti più memorabili: l’attore aveva 80 anni e indossava una protesi al volto realizzata in sette ore di trucco al giorno.
Perché “l’ultima crociata” non era davvero l’ultima?
Il titolo italiano e quello originale, The Last Crusade, nascevano da una promessa: Harrison Ford e Spielberg avevano dichiarato che sarebbe stato il capitolo conclusivo, una chiusura affettuosa sul rapporto padre-figlio. La famosa cavalcata finale verso il tramonto è infatti pensata come addio definitivo al personaggio. La saga è poi tornata con Il regno del teschio di cristallo nel 2008 e Il quadrante del destino nel 2023, ma per molti spettatori il vero finale di Indiana Jones resta quella silhouette che si allontana nel deserto, accanto al padre ritrovato.





