Micaela Ramazzotti ha portato sul grande schermo la vita di Elena Di Porto nel film Elena del Ghetto. È il ritratto di una donna che rompeva ogni schema della Roma anni Trenta. Elena viveva nel Ghetto, l’antico quartiere ebraico a ridosso del Tevere.
In un’epoca dominata dal regime fascista e dal patriarcato, lei non abbassava lo sguardo. Indossava i pantaloni, fumava in pubblico e frequentava le osterie. Elena Di Porto praticava la boxe. Nel quartiere molti la chiamavano “la matta di Piazza Giudia”. Era un’etichetta affibbiata per isolare la sua indipendenza. Elena era sposata con un uomo violento e alcolizzato. Decise di lasciarlo, una scelta scandalosa per la comunità ebraica di allora. Portò con sé i suoi due figli. Si stabilì dal fratello Vitale e dalla cognata Costanza. Per vivere faceva la domestica. Lavorava in una casa frequentata da un gerarca fascista. Questa vicinanza al potere le permise di captare informazioni che altri ignoravano.
Dopo le leggi razziali del 1938, la vita per gli ebrei romani divenne un incubo. Le umiliazioni erano quotidiane. La segregazione era totale. Nel settembre 1943, i nazisti occuparono la capitale. Il colonnello delle SS Herbert Kappler tese una trappola spietata. Pretese 50 chili d’oro per risparmiare la comunità. Gli ebrei romani raccolsero l’oro con enormi sacrifici. Credevano di aver comprato la salvezza. Elena Di Porto non si fidava. Sentiva il pericolo imminente. Il 15 ottobre 1943, Elena iniziò a correre per i vicoli del Ghetto. Urlava a tutti di scappare. Avvertiva che i tedeschi stavano per arrivare. Nessuno le diede ascolto. La consideravano vittima delle sue solite manie. Il pregiudizio verso la sua presunta follia divenne un muro insormontabile.

Micaela Ramazzotti e la storia vera di Elena Di Porto: il rastrellamento del Ghetto e il sacrificio finale ad Auschwitz
All’alba del 16 ottobre 1943, le truppe naziste circondarono il Ghetto. Iniziarono a sfondare le porte. Oltre mille persone finirono caricate sui camion telonati. Elena Di Porto riuscì a nascondere i suoi figli. I ragazzi trovarono un rifugio sicuro e sfuggirono alla cattura. Elena era salva. Poteva restare nascosta fino alla fine dell’occupazione. Eppure mentre i camion partivano verso il Collegio Militare di via della Lungara, apprese una notizia devastante. I tedeschi avevano preso sua cognata Costanza e i suoi nipoti. Elena non esitò. Si diresse verso le guardie tedesche. Chiese di salire su quel camion. Decise di condividere il destino della sua famiglia piuttosto che restare libera.
Elena Di Porto rinunciò alla vita per non lasciare soli i suoi affetti più cari. Il convoglio ferroviario partì dalla stazione Tiburtina il 18 ottobre. Destinazione: campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Arrivò al campo il 23 ottobre 1943. Secondo i registri storici, Elena Di Porto non superò la selezione iniziale. Morì lo stesso giorno del suo arrivo nelle camere a gas. La sua figura è rimasta a lungo nell’ombra della storiografia ufficiale. Solo recentemente la ricerca storica ha ridato dignità alla sua storia di resistenza civile.
Micaela Ramazzotti ha lavorato per restituire la fisicità di questa donna. Elena non era una martire silenziosa. Era una combattente che usava il corpo come scudo. La sua modernità risiede nel rifiuto di ogni sottomissione. Sfida il concetto di follia intesa come deviazione sociale. La sua “pazzia” era in realtà una lucidità estrema che nessuno volle vedere. Oggi Elena Di Porto rappresenta un simbolo di coraggio individuale. La sua biografia insegna quanto sia pericoloso isolare chi vede la realtà in modo diverso. Il film di Micaela Ramazzotti trasforma questa memoria orale in un documento visivo potente. Ricorda che la resistenza iniziò molto prima delle armi, con il coraggio di dire no. I figli di Elena sopravvissero alla guerra. Tornarono ad abitare tra le strade di Roma. Portarono con sé il ricordo di una madre che portava i pantaloni e non aveva paura di nessuno.





