Spider-Man: No Way Home, la spiegazione del finale è meno banale di quel che sembra

La spiegazione del finale Spider-Man: No Way Home, che sembra ovvia ma è molto forte, profonda ed emozionante.

Oggi, venerdì 1° maggio, è Festa dei Lavoratori e i palinsesti televisivi risentono del giorno festivo. Italia1 ha deciso di mandare in onda un film molto recente e piuttosto popolare, specialmente tra gli Under 30: Spider-Man: No Way Home. In questo articolo ci concentreremo sul finale, fornendo una spiegazione. Per quanto chiaro, resta comunque profondo e tutt'altro che banale.

L'universo Spider-Man è senz'altro uno dei più vasti del mondo dell'intrattenimento occidentale. Tutto è cominciato nel lontano 1952, quando la Marvel pubblicò il primo numero di "Amazing Fantasy", una nuova serie a fumetti. Tra i personaggi compariva, per l'appunto, 'The Amazing Spider-Man'. Il successo fu tale che la Marvel decise di dedicargli una serie di fumetti a parte. I tempi cambiano, così come cambiano le esigenze dei consumatori e i mezzi di comunicazione. Nel 2021 era inevitabile produrre un film sfruttando la tecnologia moderna e le grafiche in 3D.

Da qui nasce Spider-Man: No Way Home. Il finale dell'opera, a detta dei fan, è uno dei momenti più forti e malinconici dell’intero Marvel Cinematic Universe. Chi l'ha visto sa che non è difficile da capire. Diamo per scontato che chi sta leggendo quest'articolo lo ha già visto. In pochi minuti sono racchiusi: un sacrificio enorme, una chiusura emotiva potentissima e una vera rinascita del personaggio. La conclusione ruota attorno a una scelta radicale di Peter Parker: per salvare il multiverso e fermare la frattura che sta facendo arrivare nel suo universo persone provenienti da altre realtà, il ragazzo accetta di cancellare sé stesso dalla memoria del mondo. Un gesto di enorme altruismo.

La spiegazione del finale di Spider-Man: No Way Home

I fan della Marvel diranno che per comprendere fino in fondo il finale bisogna partire dal caos che lo precede. L’incantesimo di Doctor Strange, nato per far dimenticare al mondo l’identità segreta di Spider-Man, si corrompe e apre una breccia tra universi diversi. Un casino, per dirla in termini gergali. Da qui arrivano i villain e, soprattutto, gli altri due Spider-Man interpretati da Tobey Maguire e Andrew Garfield, in una costruzione narrativa che culmina non solo nello spettacolo, ma anche in una riflessione sul dolore, sulla colpa e sulla responsabilità.

A un certo punto, Peter comprende che non esiste più un modo semplice per richiudere quella ferita nella realtà, pertanto sceglie la soluzione più estrema: chiede a Strange un nuovo incantesimo che faccia dimenticare a tutti non Spider-Man, ma Peter Parker. Ed è qui che il finale assume il suo peso più profondo. Il mondo viene salvato, gli invasori multiversali tornano nei rispettivi universi e l’ordine viene ristabilito, ma il prezzo è devastante. MJ non ricorda più Peter, lo stesso accade a Ned, Happy Hogan non collega più quel ragazzo alla propria storia recente. Peter, in sostanza, resta vivo ma perde tutto ciò che lo definiva come persona: relazioni, affetti, memoria condivisa, identità sociale. È un finale durissimo perché mette in scena il sacrificio definitivo dell’eroe, quello che non passa attraverso la morte fisica ma attraverso la cancellazione del sé.

La scelta altruista di Peter

La scena nel bar con MJ è probabilmente il cuore emotivo dell’intero epilogo. Peter entra con l’intenzione di dirle tutto, di spiegarle chi è, di mantenere la promessa fatta prima dell’incantesimo. Però, quando la vede ferita ma serena, inserita in una vita finalmente al riparo dai pericoli che lui porta con sé, capisce che riprendersi il suo posto significherebbe esporla ancora una volta al dolore e, per questo, rimane in silenzio. Oggettivamente, non è un gesto di debolezza, ma una scelta di altruismo (qualcuno direbbe amore) maturità. Peter fa una scelta potente: rinuncia non solo a essere ricordato, ma anche alla possibilità di recuperare immediatamente ciò che ha perso.

L’ultima parte del film chiarisce poi il vero senso del finale: Peter torna ad essere il "classico" Spider-Man dei fumetti e dell’immaginario più tradizionale. Niente più tecnologia opulenta, niente più protezioni straordinarie, niente più rete affettiva pronta a sorreggerlo. Lo vediamo in un piccolo appartamento, solo, con un costume cucito da lui e una nuova essenzialità urbana che richiama apertamente il “friendly neighborhood Spider-Man”. In altre parole, il film chiude una fase e ne apre un’altra: Peter perde tutto, ma proprio attraverso questa perdita diventa davvero Spider-Man.

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