Il Commissario Ricciardi 3: una partenza perfetta che rischia di essere bruciata troppo in fretta.
Ieri sera Rai 1 ha riaperto le porte della Napoli del 1933 con la terza stagione de Il Commissario Ricciardi, e il pubblico ha subito risposto con entusiasmo. Le prime due puntate hanno confermato quanto questa serie rappresenti uno dei prodotti più raffinati della fiction italiana: fotografia sontuosa, recitazione intensa, e un equilibrio raro tra mistero, sentimento e introspezione. Lino Guanciale domina la scena come un Ricciardi più tormentato che mai, ma anche più umano. Il suo sguardo, silenzioso, dolente, capace di raccontare l’invisibile – regge tutto l’impianto narrativo. È un commissario che non si nasconde più, che sceglie di amare alla luce del sole, finalmente libero insieme a Enrica, interpretata con dolcezza e misura da Maria Vera Ratti. La loro relazione, dopo anni di sguardi rubati, trova spazio e respiro, diventando il cuore emotivo della stagione.
Dal punto di vista visivo, la fotografia sfiora la perfezione. Le luci dorate dei vicoli, le ombre taglienti dei palazzi, la pioggia che bagna i sampietrini come lacrime di un’epoca ferita: ogni inquadratura sembra un dipinto. Merito anche della regia di Giampaolo Tescari, che riesce a fondere eleganza e tensione in modo quasi cinematografico. Sui social, i fan più affezionati hanno sottolineato quanto la serie ritrovi lo spirito dei romanzi di Maurizio de Giovanni: la Napoli degli anni Trenta non è solo sfondo, ma anima viva, ferita e pulsante. I dialoghi restano poetici e precisi, e l’atmosfera è quella giusta: sospesa tra razionalità e mistero, tra dolore e pietà.
Il cuore batte più forte, ma la Rai rischia di spegnere la magia del Commissario Ricciardi 3
Eppure, in mezzo a tanti elogi, emerge una nota stonata. Non riguarda la serie, che rasenta la perfezione, ma la strategia di palinsesto di Rai 1. La prima puntata è iniziata attorno alle 22, dopo la lunga messa in onda di Affari Tuoi. Un orario troppo tardo per una fiction dal ritmo lento e introspettivo, che richiede attenzione, silenzio, concentrazione. Molti spettatori hanno commentato su X (Twitter) e Facebook la difficoltà di restare svegli fino alla fine, nonostante la bellezza della messa in scena. E c’è di più: la Rai ha deciso di trasmettere due puntate la prossima settimana, lunedì e martedì.

Una scelta che, se da un lato può sembrare un regalo ai fan, dall’altro rischia di bruciare troppo in fretta una delle poche produzioni davvero di qualità del servizio pubblico. Solo quattro prime serate per una stagione attesissima: troppo poche per costruire quell’attesa, quella ritualità che Il Commissario Ricciardi merita. Nel mondo delle fiction, il tempo è tutto. Il tempo dell’attesa, del passaparola, delle emozioni che sedimentano tra un episodio e l’altro. Anticipare, comprimere, accelerare: significa togliere respiro a una narrazione che vive di silenzi, di sguardi e di dettagli. Ricciardi è un personaggio che va “ascoltato”, non semplicemente seguito. Per questo la programmazione frenetica rischia di minare l’impatto di una stagione che avrebbe tutte le carte per entrare nella storia della televisione italiana.
Una serie d’autore che merita rispetto
La terza stagione segna un’evoluzione matura del personaggio e una coerenza rara rispetto ai romanzi originali. Ogni elemento, dalla sceneggiatura alla scenografia è curato con precisione maniacale. Ma la Rai dovrebbe imparare una lezione semplice: quando un prodotto è di qualità, non si consuma, si custodisce. Lino Guanciale ha costruito in anni di interpretazioni un personaggio complesso, malinconico, umano, che il pubblico ama proprio per la sua fragilità. Offrire al pubblico la serie in pochi giorni, e per di più a orari impossibili, significa non valorizzarla fino in fondo. Il Commissario Ricciardi 3 è partito in modo magistrale. Ora tocca alla Rai non spegnere quella fiamma. Perché certe storie – come certi amori – hanno bisogno di tempo, non di fretta.
