L'immortale su Rai Movie, il film noir marsigliese con Jean Reno diretto da Richard Berry, è uno di quei polar francesi che non si preoccupano di piacere al pubblico anglosassone e proprio per questo funzionano. Ventidue proiettili, un uomo che non muore, Marsiglia fotografata come un'arena di sangue e rancori: se siete arrivati fin qui dopo averlo visto, probabilmente state cercando di capire quanto c'è di vero in questa storia, chi è davvero il personaggio ispiratore e perché il finale lascia quel retrogusto amaro. Mettiamo ordine.
Una storia (quasi) vera: chi è il vero Charly Matteï
Il film è tratto dal romanzo L'Immortel di Franz-Olivier Giesbert, giornalista e direttore di testate pesanti come Le Figaro e Le Point, che per scriverlo ha attinto alla vita di Jacky Imbert, detto "Jacky le Mat", figura leggendaria della malavita marsigliese. Il 1° febbraio 1977 Imbert venne effettivamente crivellato da 22 colpi in un agguato davanti alla sua villa di Cassis: sopravvisse, e da quel giorno si guadagnò il soprannome di "immortale". La vendetta, nella realtà, fu lunga, silenziosa e chirurgica, esattamente come nel film. Giesbert conosceva personalmente Imbert e il romanzo nacque da conversazioni con lui, cosa che spiega il tono intimista che convive con la violenza.
Chi si aspettava il solito gangster movie alla francese, insomma, si ritrova davanti a un pezzo di cronaca nera travestito da finzione. Il dettaglio dei 22 proiettili non è licenza poetica: è il numero esatto che i sicari gli scaricarono addosso.

L'immortale, Jean Reno e il ritorno a casa in un film francese
Per Jean Reno, girare L'immortale nel 2010 ha significato un ritorno al cinema francese dopo anni passati a fare il caratterista muscolare a Hollywood tra The Pink Panther e Da Vinci Code. Reno qui non recita: cammina con la lentezza di un uomo che ha già visto la morte in faccia, e il volto pietrificato diventa la vera colonna sonora del film. Non è un caso che Richard Berry abbia costruito tutta la regia attorno ai suoi silenzi. Chi conosce Léon di Besson riconoscerà certe inquadrature quasi speculari: lo sguardo basso, il movimento minimo, la pistola impugnata come un oggetto domestico.
Curiosità che sfugge ai più: Reno, nato a Casablanca da genitori andalusi, ha sempre considerato Marsiglia la sua "seconda patria cinematografica". Qui ci si sente, eccome. Il suo Charly non è un marsigliese di maniera, è uno che appartiene a quelle strade.
Il cast e i camei che non ti aspetti
Attenzione ai nomi di contorno, perché il cast è uno dei motivi per cui il film regge meglio di quanto la critica francese abbia voluto ammettere. Kad Merad, idolo nazionale del pubblico francese grazie a Giù al Nord, qui si cala in un ruolo grigio, da poliziotto tormentato, spiazzando chi lo conosceva solo come comico. Jean-Pierre Darroussin – volto-feticcio del cinema di Robert Guédiguian, il poeta di Marsiglia per eccellenza – aggiunge quello strato di autenticità locale che nessun attore parigino saprebbe portare. Joey Starr, rapper del gruppo NTM prestato al cinema, dà al suo personaggio una presenza fisica brutale.
E poi c'è Venantino Venantini, nome che agli appassionati di cinema italiano farà drizzare le orecchie: l'attore di Morte a Venezia e di decine di polizieschi degli anni Settanta appare in un ruolo che è un piccolo omaggio al filone italo-francese della malavita mediterranea. Richard Berry, che si è ritagliato anche un ruolo davanti alla macchina da presa, lo ha voluto personalmente.
Marsiglia come personaggio
La vera protagonista è la città. Berry non mostra la Marsiglia cartolina, quella del Vieux-Port ripulito per i turisti: ci porta nei quartieri nord, nei parcheggi sotterranei, nei bar di periferia dove ancora oggi si regolano i conti. La sequenza dell'agguato iniziale è girata nel parcheggio reale dove gli sparirono addosso – o meglio, in una ricostruzione fedelissima, perché il luogo originale è stato nel frattempo modificato. Il direttore della fotografia Thomas Hardmeier, lo stesso di L'estraordinario viaggio di T.S. Spivet di Jeunet, usa una palette cromatica fredda, virata sul blu e sull'acciaio, che stacca volutamente dalla cartolina solare provenzale.
Perché il finale è così spiazzante
Senza fare spoiler a chi magari si è perso gli ultimi minuti: il finale di L'immortale rifiuta la catarsi hollywoodiana. Non c'è redenzione, non c'è giustizia poetica. È una scelta che divise la critica all'uscita nel 2010: i francesi apprezzarono la fedeltà al codice del polar, mentre una parte del pubblico si sentì tradita dalla mancanza di un vero riscatto. Ma è esattamente il punto del film: nel mondo di Charly Matteï, e in quello del vero Jacky Imbert, la vendetta non guarisce. Ti lascia vivo, certo. Immortale, anche. Ma solo.
Jacky Imbert, per cronaca, è morto nel 2019 all'età di 89 anni, nel suo letto. L'immortale, fino all'ultimo.




