Tosho-gu di Nikko: la colonna capovolta della Porta Yomeimon e il difetto voluto dei Tokugawa

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Alla Porta Yomeimon quasi nessuno guarda il retro. Si arriva dal grande scalone, si alza la testa verso i draghi, i saggi cinesi, i bambini che giocano, e si resta lì: il soprannome popolare del passaggio è higurashi-no-mon, la porta del far sera, perché a guardarla si perde il pomeriggio. Ma è girandole intorno, sul lato nord, che si trova la cosa più interessante di tutto il santuario di Nikko. Le dodici colonne bianche che reggono la porta sono coperte da un motivo intagliato chiamato guri, una spirale continua che ricorda le fronde arrotolate di una felce. Undici colonne hanno la spirale nello stesso verso. Una no. Sul fronte posteriore, la seconda contando da ovest, ha il disegno rovesciato.

Non è un pezzo montato male da un apprendista distratto. È un difetto messo lì apposta, e per capire perché bisogna risalire al cantiere più costoso e più veloce del Giappone del Seicento.

Il dio di Nikko: come nasce il santuario

Tokugawa Ieyasu, il condottiero che aveva chiuso un secolo di guerre civili e fondato lo shogunato che avrebbe governato il paese per due secoli e mezzo, muore nel 1616. Viene sepolto sul monte Kuno, in quella che oggi è la prefettura di Shizuoka, e l’anno successivo le sue spoglie vengono trasferite a Nikko, tra le montagne a nord di Edo, in un luogo che era già da secoli un centro sacro con templi buddhisti e santuari shintoisti. Nel 1617 nasce così il primo Tosho-sha, il santuario del gongen che illumina l’Oriente: Ieyasu non è più un uomo morto, è una divinità protettrice dello Stato.

Quel primo santuario non è quello che vediamo oggi. Era molto più sobrio, di dimensioni probabilmente vicine a quelle del Tosho-gu del monte Kuno, costruito anch’esso nel 1617 dal capomastro Nakai Masakiyo con lo schema che diventerà canonico: sala di culto e sala interna collegate da un ambiente pavimentato in pietra, la ishi-no-ma. È lo stile gongen-zukuri, che prende nome proprio dal titolo divino di Ieyasu. I diari di corte dell’epoca che descrivono Nikko prima del grande rifacimento raccontano un luogo diverso: niente muraglione di pietra davanti alla porta, solo un sentiero in salita dolce.

A cambiare tutto è il nipote, Tokugawa Iemitsu, terzo shogun, che del nonno aveva un culto quasi ossessivo. Morto il padre Hidetada, Iemitsu decide che per il ventunesimo anniversario della morte di Ieyasu, nel 1636, Nikko dovrà essere ricostruito da capo. Non restaurato: rifatto.

Diciassette mesi, milioni di giornate di lavoro

Il cantiere parte nell’undicesimo mese del 1634 e finisce nel quarto mese del 1636. Diciassette mesi per cinquantacinque edifici, in montagna, con inverni veri. Chi conosce i tempi delle grandi fabbriche italiane coeve — San Pietro, per dire, con il baldacchino di Bernini che assorbe da solo nove anni — fatica a crederci.

La regia politica è di Akimoto Yasutomo, sovrintendente generale ai lavori. La regia tecnica è di Kora Munehiro, gran capomastro dell’ufficio costruzioni dello shogunato. Munehiro era nato nel 1574 a Kora, nella provincia di Omi, l’odierna prefettura di Shiga: una famiglia di carpentieri della tradizione Kenninji, il nonno artigiano al servizio di Niwa Nagahide. Nei decenni precedenti i grandi cantieri dei Tokugawa — castelli di Fushimi, Nijo, Edo, Nagoya — erano stati saldamente in mano ai Nakai, la dinastia di capomastri della zona di Kyoto. Con il mausoleo di Hidetada allo Zojo-ji, nel 1632, e poi con Nikko, sono i carpentieri di Edo a prendersi la scena, e Munehiro è il loro uomo. Finito il cantiere ottiene un rango di corte, si ritira, prende i voti con il nome di Doken; nel 1639 progetta ancora la pagoda a cinque piani del Kan’ei-ji e muore nel 1646. Dopo di lui, undici generazioni di Kora resteranno capimastri dello shogunato fino alla fine dell’epoca Edo.

I numeri del cantiere restano impressionanti anche depurati dalla retorica. Il registro ufficiale della costruzione parla di 568.000 ryo d’oro, cento kanme d’argento e mille koku di riso; la tradizione locale ha poi gonfiato la cifra fino a un milione di ryo. Le conversioni in moneta di oggi che circolano in Giappone oscillano tra i quaranta e i duecento miliardi di yen, il che dice soprattutto che nessuno sa davvero convertirle: qui preferisco riportare le divergenze piuttosto che sceglierne una. Sulla manodopera si parla di oltre un milione e mezzo di giornate dei soli carpentieri e di alcuni milioni di giornate complessive.

Il registro contiene però un dettaglio che vale più delle cifre: gli intagliatori, i horimono-daiku, vi compaiono elencati a parte rispetto ai carpentieri comuni. A Nikko l’intaglio smette di essere una rifinitura e diventa un mestiere autonomo, con migliaia di sculture dipinte a colori pieni su tutta la superficie degli edifici. Compensi e razioni di riso di quegli intagliatori, però, venivano ancora incassati in blocco dal gran capomastro Kora: una firma individuale, nel 1636, semplicemente non esisteva. È il motivo per cui il celebre gatto dormiente del corridoio orientale, il nemuri-neko accovacciato tra le peonie sopra il passaggio che porta alla tomba di Ieyasu, resta di autore ignoto: l’attribuzione al leggendario Hidari Jingoro è tradizione, non documento.

Perché lasciare un difetto

Torniamo alla colonna. La spiegazione che a Nikko si tramanda da secoli è un proverbio: mitsureba kakeru, ciò che si riempie comincia a calare. Un edificio, nel momento esatto in cui è finito, inizia a rovinarsi; e un’opera perfetta attira il male, che nella perfezione trova la sua breccia. Lasciando volontariamente un elemento sbagliato, la Yomeimon resta ufficialmente incompiuta, e quindi al riparo. È un amuleto, non una svista.

Non è un’idea inventata dai Tokugawa. Già nelle Ore d’ozio di Yoshida Kenko, testo del periodo Kamakura che ogni studente giapponese incontra a scuola, si legge che le cose perfette non sono mai buone e che perfino nella costruzione del palazzo imperiale si lasciava sempre un punto non finito. In epoca Edo il detto popolare tra i costruttori di case era di lasciare tre tegole fuori posto. La logica è la stessa che in Occidente sta dietro al gesto scaramantico di non contare i propri beni: il compimento è pericoloso.

C’è però una precisazione che di solito manca nelle schede turistiche, e che rende la faccenda più sottile. Nel folklore giapponese la sakabashira, la colonna rovesciata, è una cosa temuta: si chiama così un tronco montato al contrario rispetto alla direzione in cui l’albero è cresciuto, e la superstizione gli attribuisce scricchiolii notturni, incendi, rovina della famiglia. Nella grande enciclopedia illustrata di mostri di Toriyama Sekien la colonna rovesciata compare come creatura a sé. Alla Yomeimon quello che risulta invertito è il motivo intagliato, il verso delle spirali guri: un segnale visivo, deliberato e strutturalmente innocuo, non un maleficio da casa infestata. La colonna maledetta del folklore e la colonna protettiva di Nikko portano lo stesso nome e sono due cose diverse.

Il restauro che ha dovuto scegliere

Nel giugno 2013 la Yomeimon entra in cantiere per la prima volta dopo una quarantina d’anni, dentro il programma di manutenzione straordinaria noto come grande restauro dell’era Heisei. Costo attorno al miliardo e duecento milioni di yen, piano iniziale di sei anni poi compresso. Smontaggio delle parti decorate, pulitura, rifacimento delle lacche e dei colori, ricollocazione dei pannelli dipinti rimasti nascosti per decenni.

A un certo punto tocca alla base delle colonne. La finitura è a gofun, bianco di polvere di conchiglia, stesa a tre mani con asciugature intermedie; una squadra di sei coloristi ci lavora, e l’autunno piovoso fa slittare il calendario. La domanda era inevitabile: la colonna rovesciata si corregge o si conserva? Con un bene di questo rango la risposta della conservazione italiana ed europea sarebbe la stessa che è stata data lì. L’errore non è un errore, è un documento: fa parte della storia materiale dell’edificio esattamente come le venature del legno. La colonna è stata ripulita, ripassata a bianco e rimessa al suo posto, con la spirale storta ben visibile. Il restauro ha restaurato anche lo sbaglio.

La porta è tornata visibile con la cerimonia del 10 marzo 2017. Poco prima, alla fine del 2016, era stato rimontato anche il gatto dormiente, ripulito dopo circa sessant’anni; nel rifarne i colori chi ci ha lavorato si è dovuto misurare con la vecchia tradizione secondo cui il gatto non dorme affatto, ma tiene gli occhi socchiusi, pronto a scattare in difesa di Ieyasu. L’altra lettura, quella che preferisco, è più politica: dietro il gatto, sull’altro lato dello stesso passaggio, ci sono due passeri tra i bambù. Il gatto dorme e i passeri giocano indisturbati. È la propaganda della pace dei Tokugawa scolpita in trenta centimetri di legno.

Cosa resta, e cosa si vede oggi

Il complesso è arrivato fino a noi quasi intatto nell’assetto del 1636. Otto edifici del Tosho-gu sono Tesoro Nazionale, tra cui il corpo principale con sala di culto, sala di pietra e sala interna, la Yomeimon e i corridoi; altre decine sono Beni Culturali Importanti. Nel 1645 la corte imperiale concesse il titolo di gu e il Tosho-sha diventò ufficialmente Tosho-gu. Nel 1636 arrivò in visita anche un’ambasceria coreana, portata fin quassù su richiesta dei signori di Tsushima: il santuario funzionava già come vetrina del potere.

La tomba vera e propria sta più in alto, oltre il passaggio del gatto, in cima a una scala nel bosco di criptomerie. Il reliquiario sopra la sepoltura di Ieyasu è stato rifatto tre volte: in legno nel 1622, in pietra nel 1641, e infine fuso in bronzo nel 1683 dopo che un terremoto lo aveva abbattuto. Attorno, il basamento ha una pendenza studiata per allontanare l’acqua piovana e i giunti delle lastre furono serrati con perni di ferro e piombo colato. Sotto la magnificenza c’è, sempre, un’ingegneria molto asciutta.

Dal 1999 il santuario fa parte, insieme al vicino santuario Futarasan e al tempio Rinno-ji, del sito UNESCO dei santuari e templi di Nikko: centotré edifici in tutto, in un contesto naturale che è parte integrante del riconoscimento. Nel Rinno-ji si trova il Taiyuin, il mausoleo di Iemitsu, costruito dopo la sua morte nel 1651: volle riposare accanto al nonno, un gradino sotto di lui.

Si visita tutti i giorni, con biglietto unico che comprende anche la salita alla tomba (attorno ai 1.600 yen per gli adulti, ma conviene verificare prima di partire). Da Tokyo si arriva in giornata con la linea Tobu fino a Nikko e poi con l’autobus fino alla fermata dell’Omotesando, a pochi passi dall’ingresso. Un consiglio pratico: salendo il grande scalone di pietra si noti come i gradini si restringano progressivamente verso l’alto, un accorgimento prospettico che fa apparire il percorso più lungo e la porta più imponente. E soprattutto, arrivati alla Yomeimon, non fermatevi davanti. Giratele intorno, mettetevi sul lato nord e contate le colonne partendo da ovest. La seconda è il punto in cui i carpentieri più bravi del Giappone hanno deciso, di proposito, di non essere perfetti.

Fonti

Tag:Architettura giapponese

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