Ad Agra conviene mettere la sveglia alle quattro. Al cancello ovest, quando aprono con la prima luce, dentro il recinto ci sono dieci o dodici persone in tutto, il marmo è ancora grigio-azzurro e il rumore è quello degli uccelli sul fiume. Nel giro di un’ora il vialone d’acqua è pieno, e la panchina dove nel 1992 fu fotografata Diana Spencer diventa il punto più affollato dell’India. È lì, in quei sessanta minuti di quiete, che viene naturale la domanda più semplice e più maltrattata della storia dell’architettura: chi ha progettato il Taj Mahal? Per circa un secolo, in Europa, la risposta più diffusa è stata: un italiano. Un gioielliere veneziano di nome Geronimo Veroneo. Vale la pena capire come una riga scritta da un frate nel 1640 sia diventata una certezza da manuale, e cosa resta del legame italiano una volta smontata la storia.
Una morte a Burhanpur e un cantiere di ventidue anni
Il punto di partenza è documentato dalle cronache di corte moghul. Arjumand Banu Begum, che il marito chiamava Mumtaz Mahal, la prescelta del palazzo, muore il 17 giugno 1631 nell’accampamento imperiale di Burhanpur, nel Deccan, dando alla luce il quattordicesimo figlio. Shah Jahan, quinto imperatore moghul, regnava da tre anni. Il corpo viene sepolto provvisoriamente lì, poi trasferito ad Agra, dove il cantiere del mausoleo parte nel 1632 su un terreno lungo la sponda destra della Yamuna acquisito da un nobile locale in cambio di proprietà altrove: un dettaglio che dice molto sul modo in cui l’impero trattava il suolo.
Le date accettate sono queste: il mausoleo vero e proprio risulta compiuto intorno al 1648, mentre moschea, foresteria, portale monumentale, cortile esterno e annessi si concludono nel 1653. Ventidue anni, decine di migliaia di operai, marmo bianco di Makrana in Rajasthan portato con carri e elefanti, pietre semipreziose che arrivavano dall’Afghanistan per il lapislazzuli, dal Tibet per il turchese, dall’Arabia per la corniola. Nei testi moghul l’edificio non si chiama Taj Mahal: si chiama rauza-i munavvara, la tomba luminosa.
Chi arriva pensando di visitare una moschea, come capita a molti, sbaglia tipologia ma non del tutto. Il complesso contiene una moschea autentica sul lato occidentale, orientata verso la Mecca, e sul lato orientale un edificio identico, il jawab, cioè la risposta: non è un luogo di preghiera, esiste solo perché la simmetria dell’insieme non poteva sopportare un lato spaiato. È il tipo di ossessione geometrica che rende il Taj Mahal un oggetto progettato con precisione quasi matematica, non un accumulo di ornamenti.
La riga di un frate: come nasce Geronimo Veroneo
Alla vigilia di Natale del 1640 arriva ad Agra un frate agostiniano, Sebastien Manrique, in missione per ottenere la liberazione di un confratello tenuto prigioniero dai moghul a Lahore. Le fonti non concordano nemmeno sulla sua nazionalità: alcune lo dicono portoghese, altre spagnolo. Manrique ha girato l’Oriente per oltre un decennio e mette per iscritto il suo viaggio nell’Itinerario de las Missiones Orientales, stampato a Roma; anche qui le indicazioni divergono, tra il 1649 e il 1653.
In quelle pagine, parlando del cantiere che ha visto in corso ad Agra, il frate scrive che l’architetto di quelle opere era un veneziano di nome Geronimo Veroneo, arrivato in India su una nave portoghese. Una frase. Nessun disegno, nessuna descrizione del progetto, nessun documento di corte a sostegno. E, cosa decisiva, nemmeno una testimonianza diretta: l’informazione gli viene dall’ambiente dei religiosi europei di Lahore, la stessa cerchia in cui Veroneo era morto quell’anno.
Che Veroneo sia esistito è fuori discussione. Era un artigiano europeo attivo alla corte moghul, orefice e gioielliere, come diversi altri: i moghul importavano volentieri specialisti stranieri, esattamente come i papi chiamavano fiamminghi e francesi a Roma. Di lui resta una lastra tombale nel cimitero cattolico di Agra, che ricorda un veneziano morto a Lahore nel 1640. Sull’epitaffio non c’è una parola sul mausoleo. Se un europeo avesse davvero disegnato l’edificio più costoso dell’impero, è difficile immaginare che i suoi confratelli non lo avrebbero scolpito nella pietra.
Perché la bufala ha funzionato per un secolo
Il testo di Manrique rimane sostanzialmente ignorato per due secoli. Poi, verso la fine dell’Ottocento, quella riga viene ripescata e diventa una tesi: studiosi europei, in particolare italiani, sostengono che il progetto originario del Taj Mahal sia di Veroneo, e la teoria entra in storie generali dell’arte indiana lette in tutto l’Impero britannico. Nel frattempo la leggenda si arricchisce da sola, come succede sempre. In alcune versioni Veroneo viene fatto impiccare a Lahore per ordine dell’imperatore, perché nessuno potesse mai ripetere quel disegno altrove. È lo stesso schema narrativo delle mani tagliate ai maestri intarsiatori o degli operai accecati a fine lavori: motivi folclorici che circolano da secoli, senza il minimo appoggio documentario.
Il vero motore della fortuna della storia, però, non è filologico: è ideologico. In pieno periodo coloniale, ammettere che il monumento più celebrato dell’India fosse concepito, calcolato e costruito interamente da maestranze indiane, persiane e centroasiatiche era scomodo. Attribuirne l’idea a un europeo, meglio ancora a un italiano rinascimentale, restituiva all’Occidente la paternità della bellezza. Non tutti ci stettero: nello stesso periodo altri studiosi smontarono la tesi punto per punto, osservando che il Taj Mahal non ha nulla di europeo nella struttura e discende in linea diretta dai mausolei moghul precedenti, dalla tomba di Humayun a Delhi a quella di I’timad-ud-Daula ad Agra, che è a pochi chilometri e che sembra un prototipo in miniatura del Taj. Chi conosce l’architettura italiana lo vede subito: nel 1632, in Europa, si costruiva il barocco di Bernini e Borromini. Il Taj Mahal appartiene a un’altra genealogia, e la conosce a memoria.
Chi ha progettato il Taj Mahal: i nomi che risultano
Qui bisogna essere onesti, perché le fonti non dicono tutte la stessa cosa. Le cronache ufficiali di Shah Jahan attribuiscono l’idea all’imperatore, secondo la convenzione moghul per cui il merito dell’opera è del sovrano; nominano gli amministratori del cantiere, tra cui Makramat Khan e Mir Abd al-Karim, e i grandi specialisti, come l’orafo che fuse il pinnacolo dorato e i maestri delle tarsie.
Il nome che oggi compare in tutti i repertori, Ustad Ahmad Lahauri, cioè maestro Ahmad di Lahore, non viene da un documento di cantiere ma dagli scritti di suo figlio, il matematico e ingegnere Lutfullah, redatti una generazione dopo, che gli riconoscono il ruolo di architetto imperiale e la responsabilità del progetto. A lui si attribuisce anche il Forte Rosso di Delhi. Non è poco, ma non è la firma su un disegno: gli studi lo dicono chiaramente, e infatti la formula più corretta è che Lahauri sia l’architetto capo cui si deve la direzione del progetto, non l’unico autore in senso moderno. Da non confondere, tra l’altro, con Abd al-Hamid Lahori, lo storico di corte: due Lahori diversi, fonte inesauribile di equivoci.
Un terzo nome, Ustad Isa, talvolta detto Isa Muhammad Effendi e presentato come persiano o ottomano, circola in molte ricostruzioni ottocentesche e ancora oggi nelle guide, ma poggia su tradizioni tarde e non verificabili con la stessa solidità. L’unico uomo che sul Taj Mahal ha lasciato la propria firma, letteralmente incisa nel marmo, è il calligrafo Amanat Khan, autore delle iscrizioni coraniche che corrono lungo i portali. Non l’architetto: il calligrafo. Dice molto sulla gerarchia delle arti alla corte di Shah Jahan.
Le pietre dure fiorentine: il legame italiano che esiste davvero
Smontata la leggenda, resta un legame italiano autentico, e più interessante. Le tarsie floreali che decorano i cenotafi e i paramenti di marmo del mausoleo si fanno con una tecnica che in India si chiama parchin kari: si incide il marmo e si inseriscono nelle scanalature lamine sottilissime di corniola, giada, agata, lapislazzuli, tagliate con archetti abrasivi. In Italia la stessa idea aveva un nome preciso, commesso di pietre dure, ed era la specialità fiorentina per eccellenza, industrializzata dai Medici con l’Opificio delle Pietre Dure e messa alla prova nel cantiere infinito della Cappella dei Principi in San Lorenzo, quasi contemporaneo del Taj.
La corte moghul conosceva quei manufatti: oggetti intarsiati arrivavano come doni diplomatici da Firenze e dall’Europa, gli imperatori ne apprezzavano la fattura e alcuni artigiani europei lavorarono effettivamente in India. Fin qui il contatto è documentato. Il punto è cosa ne fecero i lapidari di Shah Jahan: la storiografia specialistica osserva che per complessità, sottigliezza ed eleganza il loro lavoro supera quello degli artisti italiani. Non un’imitazione, dunque, ma una tecnica assorbita e portata oltre, innestata su una tradizione indiana di intarsio già matura. Il legame con Firenze è quello: uno scambio tra due culture del taglio della pietra, non un progetto occidentale travestito da orientale.
Che fine ha fatto: la prigione di Shah Jahan e il marmo che ingiallisce
Il committente non ebbe una vecchiaia serena. Nel 1658 il figlio Aurangzeb lo depose e lo tenne confinato nel Forte di Agra fino alla morte, nel 1666. Fu sepolto accanto a Mumtaz Mahal, e il suo cenotafio, più grande e collocato di lato, introduce l’unica asimmetria di tutto il complesso: un edificio pensato come specchio perfetto porta al centro l’imprevisto di una storia familiare finita male. Le tombe vere, va detto, stanno un piano sotto, nella camera sepolcrale chiusa al pubblico: quelle che si vedono sono i cenotafi.
Sull’altra sponda della Yamuna, di fronte al mausoleo, per anni si è raccontato che Shah Jahan volesse un secondo Taj nero per sé. Gli scavi archeologici hanno chiarito che quei resti appartengono al Mehtab Bagh, il giardino del chiaro di luna, con una vasca ottagonale posizionata per riflettere il mausoleo: non un gemello nero, ma un dispositivo scenico. Anche questa leggenda, come quella veneziana, nasce da un fraintendimento e prospera perché è bella da raccontare.
Oggi il complesso è patrimonio mondiale UNESCO dal 1983 ed è gestito dall’Archaeological Survey of India. I problemi sono quelli di un monumento amatissimo: il marmo che ingiallisce per l’inquinamento, trattato periodicamente con impacchi di argilla, il traffico limitato in un’ampia zona di protezione intorno alla città, milioni di visitatori l’anno da distribuire senza consumare i pavimenti.
Cosa si vede oggi e come si visita
Il Taj Mahal è visitabile ogni giorno tranne il venerdì, quando la moschea del complesso resta riservata alla preghiera. Si entra dall’alba al tramonto, con biglietti differenziati e un supplemento per accedere alla piattaforma e alla camera dei cenotafi; in alcune notti intorno al plenilunio sono previste visite serali contingentate. Il consiglio pratico è sempre lo stesso: essere in coda prima dell’apertura, perché la prima ora è l’unica in cui si percepisce la scala reale dell’insieme, cortile, portale, giardino diviso in quattro come il paradiso coranico, canale d’acqua, e infine la piattaforma con i quattro minareti leggermente inclinati verso l’esterno.
Chi vuole capire il progetto, però, dovrebbe fare due deviazioni: la tomba di I’timad-ud-Daula, a pochi minuti, per vedere da dove arrivano le tarsie, e il Forte di Agra, per guardare il mausoleo dalla parte del fiume, da dove lo guardava il vecchio imperatore prigioniero. Nessuna delle due tappe ha una fila. E nessuna delle due contiene la firma di un architetto italiano.
Fonti
- Smarthistory. The Taj Mahal. Smarthistory (Khan Academy).
- Smarthistory. Ustad Ahmad Lahauri. Smarthistory (Khan Academy).
- Encyclopaedia Britannica. Taj Mahal: Definition, Story, Site, History and Facts.
- Quartz India. Who really built the Taj Mahal?
- Dawn. Mystery of Italian designer hanged in Lahore.
- Gems and Gemology (2019). Gemstones in the Era of the Taj Mahal and the Mughals. Gemological Institute of America.
- Koch, E. (2006). The Complete Taj Mahal and the Riverfront Gardens of Agra. Thames and Hudson.
