Villa Majorelle a Nancy: la prima casa Art Nouveau di Francia, la bomba del 1916 e un restauro che non cancella le ferite

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

La prima cosa che colpisce, entrando, non è una vetrata né un camino: è il corrimano. Una fascia di quercia che sale con la scala e si arrotola in tralci d’edera scolpiti, foglie che sembrano appena appoggiate al legno. Chi lo ha disegnato non era un decoratore assunto per l’occasione: era il padrone di casa. Louis Majorelle, ebanista, industriale del mobile, uno degli uomini che hanno fatto della Scuola di Nancy il polo francese dell’Art Nouveau, in quella casa ha messo le mani ovunque: ferro battuto, boiseries, mobili, appunto la scala. Ma il progetto lo aveva affidato a qualcun altro. E quel qualcun altro, nel 1898, non aveva ancora costruito nulla.

Un ebanista di successo sceglie un architetto senza opere

Siamo a Nancy, in Lorena, all’inizio del Novecento. La città è in pieno fermento: dopo il 1871 vi si sono trasferiti industriali e artigiani provenienti dai territori annessi alla Germania, e attorno a Émile Gallé si è coagulato un gruppo di vetrai, mobilieri, ceramisti e architetti che nel 1901 si darà una struttura ufficiale, l’Alliance provinciale des industries d’art, la Scuola di Nancy. Producono capolavori, ma non hanno ancora una casa. Nessun edificio, fino a quel momento, era stato concepito interamente secondo i loro princìpi.

Majorelle decide di costruirsi la propria abitazione accanto alle officine di famiglia e fa una scelta che a Nancy dovette sembrare quantomeno spericolata. Ignora Lucien Weissenburger, l’architetto locale che gli aveva appena costruito gli atelier e che tutti si aspettavano al comando, e chiama un parigino giovanissimo: Henri Sauvage, nato nel 1873, alle spalle pochi mesi di esperienza presso l’architetto bruxellese Paul Saintenoy e nessun edificio proprio. Sull’età esatta le fonti non concordano, perché non concorda la data che si sceglie come inizio: se si contano i primi disegni, siamo attorno ai venticinque anni; il museo che oggi gestisce la villa parla di ventisei appena compiuti al momento dell’incarico; altre ricostruzioni arrivano a ventotto contando la fine del cantiere. In ogni caso, un esordiente.

Perché lui? Perché Sauvage portava con sé l’audacia formale della scena parigina e una rete di artisti da coinvolgere, e perché Majorelle voleva che la sua casa fosse un’idea nuova, non una variazione di ciò che si costruiva in Lorena. Weissenburger non venne escluso: gli fu affidata la direzione del cantiere, il mestiere concreto del costruire. La casa nasce così, tra il 1901 e il 1902, dal doppio nome che ancora oggi genera confusione: Villa Majorelle per tutti, ma Villa Jika per la famiglia, dalle iniziali della moglie, Kretz di cognome, chiamata Jeanne in alcuni documenti e Jane in altri.

Una casa-catalogo, dove ogni pezzo è firmato

Chi arriva davanti alla villa vede una composizione asimmetrica, volumi che si rincorrono, bovindi, un tetto che sporge, materiali diversi accostati senza timidezza: pietra, mattone, legno, gres. È il contrario della casa borghese ottocentesca, che si presentava simmetrica e composta. Qui la forma segue l’uso: si capisce da fuori dove si mangia, dove si dorme, dove si lavora. Majorelle si riservò l’atelier all’ultimo piano, con vista sulla campagna.

All’interno la villa funziona come un manifesto collettivo. Le vetrate sono di Jacques Gruber, e quella della sala da pranzo, con le zucche ornamentali, filtra la luce in un’atmosfera calda e ovattata. I grandi camini in gres flammé sono di Alexandre Bigot, il ceramista parigino che in quegli anni fornì mezza Art Nouveau francese: quello della sala da pranzo ha per tema la spiga di grano, quello del salotto la pigna, motivo che ritorna nei mobili. Le pitture murali sono di Francis Jourdain e di Henri Royer, che nel 1905 firma il fregio sul tema simbolista della fine del giorno. I lampadari vengono dalla manifattura Daum. Tutto il resto, mobili compresi, esce dalle officine Majorelle.

Il risultato ebbe un’eco immediata. Frantz Jourdain, l’architetto della Samaritaine di Parigi, la salutò come una casa che aveva smesso di rimpiangere il passato per adottare un’arte adeguata alla vita reale. Per Sauvage fu il trampolino: Majorelle gli commissionò il negozio parigino della ditta, in rue de Provence, proprio dove aveva avuto sede la galleria L’Art Nouveau di Siegfried Bing; poi arrivò il Café de Paris, e negli anni successivi Sauvage sarebbe diventato uno dei pionieri dell’Art Déco. Per capirci con un riferimento italiano: mentre a Nancy si finiva questa casa, a Milano Giuseppe Sommaruga stava per costruire Casa Castiglioni e a Palermo Ernesto Basile lavorava al Villino Florio. La villa di Nancy le precede entrambe.

Primo gennaio 1916: la guerra entra in casa

Nancy dista poche decine di chilometri dal fronte. Il primo giorno del 1916 un bombardamento tedesco colpisce la zona e la villa viene ferita. Non è una distruzione totale, ma un danno che tocca i punti più delicati dell’edificio: va perduta la grande vetrata del salotto, una scena bucolica di alberi con civette appollaiate disegnata da Gruber, e la terrazza sud del secondo livello resta compromessa.

Majorelle, che allora ha cinquantasette anni e ha visto bruciare anche parte delle sue officine durante il conflitto, prende decisioni pratiche. Non fa rifare la vetrata all’identico: al suo posto entra un vetro d’ispirazione moresca, che nulla ha a che vedere con il disegno originale. La terrazza sud viene soppressa, la terrazza nord chiusa. La casa esce dalla guerra con una fisionomia diversa, e quella diventa la sua fisionomia definitiva finché l’artista è vivo. È un dettaglio che sfugge a chi guarda una fotografia della villa: quello che vediamo non è del tutto il progetto del 1902, è il progetto passato attraverso una bomba e riparato dal suo proprietario.

Da casa d’artista a ufficio del ministero

Louis Majorelle muore a Nancy nel 1926. La famiglia non riesce più a mantenere la casa e nel 1931 vende villa e giardino al Ministero dei Ponti e Strade, che ne fa uffici. È la parte della storia che si racconta meno volentieri: per decenni, uno dei più importanti edifici dell’Art Nouveau europeo è stato un luogo di scrivanie, archivi, controsoffitti e tinteggiature amministrative. Il giardino, che faceva parte del progetto, viene in gran parte lottizzato.

Il riconoscimento arriva lentamente: iscrizione ai monumenti storici nel 1975, classamento nel 1996, apertura al pubblico dal 1997, etichetta ministeriale di Maison des illustres nel 2011. Nel 2003 la Città di Nancy la riacquista. A quel punto la villa è un monumento riconosciuto, ma stratificato da un secolo di modifiche, e la domanda diventa inevitabile: a quale momento della sua vita riportarla?

Il restauro del 2020 e la scelta di non guarire tutto

Il cantiere procede in due tempi: esterni nel 2016-2017, interni nel 2018-2019, con la riapertura il 15 febbraio 2020, poche settimane prima che il mondo chiudesse per la pandemia. La direzione scientifica mette insieme un’architetta del patrimonio, la conservatrice del Museo della Scuola di Nancy e uno storico dell’architettura, e il lavoro parte da sondaggi stratigrafici, analisi dei colori, ricerca d’archivio.

La scelta di fondo è la parte più interessante di tutta la vicenda. Si sarebbe potuto tentare il ripristino dello stato del 1902: rifare la terrazza sud, ricostruire la vetrata perduta di Gruber, riaprire la terrazza nord. Si è deciso di non farlo. Le modifiche compiute da Majorelle in vita, comprese quelle imposte dal bombardamento, sono state considerate scelte dell’artista e non danni da correggere; oltre quella soglia, tornare indietro sarebbe stato arbitrario. Lo stato di riferimento è quindi quello noto prima del 1926, l’anno della morte del proprietario, a condizione che gli interventi non intaccassero la struttura. Detto in altri termini: la villa che si visita oggi porta ancora addosso la prima guerra mondiale, e la porta per decisione consapevole.

Il resto è filologia paziente: decori ricostituiti sulla base di tracce e fotografie, arredi ricollocati, e il letto disegnato da Majorelle per sé stesso, esemplare unico conservato dagli anni Ottanta al Museo della Scuola di Nancy, tornato nella camera per cui era nato.

Il figlio della casa e il blu di Marrakech

In quelle stanze è cresciuto Jacques Majorelle, il figlio di Louis, nato nel 1886. Ragazzo di salute fragile, attratto dai paesi del Mediterraneo, sceglie la pittura invece del mobile e nel 1917 si stabilisce in Marocco. A Marrakech comprerà un terreno, costruirà una casa-atelier e pianterà il giardino che porta il suo nome, dipingendo muri, vasche e pergolati di un oltremare intensissimo che il mondo conosce come blu Majorelle. Il giardino, dopo anni di abbandono, sarà salvato negli anni Ottanta da Yves Saint Laurent e Pierre Bergé, ed è oggi uno dei luoghi più visitati del Marocco.

C’è una simmetria che vale la pena di notare: due case dello stesso cognome, una a Nancy e una a Marrakech, entrambe abbandonate, entrambe recuperate. E un colore diventato celebre in tutto il mondo che affonda le radici in una famiglia di artigiani lorenesi.

Cosa si vede oggi e come visitarla

La Villa Majorelle si trova al numero 1 di rue Louis-Majorelle, a Nancy, ed è di proprietà della città: la gestisce il Musée de l’École de Nancy, che ha sede poco distante nella casa del mecenate Eugène Corbin. Si visitano le sale di ricevimento al piano terra, sala da pranzo, salotto e terrazza, la camera da letto al primo piano, e naturalmente la scala con le vetrate di Gruber e il corrimano d’edera. L’accesso è a numero chiuso e conviene prenotare: orari, giorni di apertura e modalità delle visite guidate sono indicati sul sito del museo, ed è sensato verificarli prima di partire, anche perché una nuova fase di lavori programmata per il 2025-2026 prevede la ricostituzione della sala da bagno e del guardaroba attiguo alla camera e la creazione di spazi didattici al primo piano, senza chiusura della casa.

Il consiglio, se ci si va, è di non fermarsi alla villa: Nancy si attraversa a piedi, dal cuore settecentesco di Place Stanislas, patrimonio mondiale UNESCO, ai numerosi edifici Art Nouveau disseminati nei quartieri ottocenteschi. In mezzo, questa casa resta il punto di partenza: la prima in cui architettura, arredo, vetro, ceramica e ferro furono pensati come un’unica cosa. Con le sue cicatrici lasciate a vista.

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Tag:Art Nouveau

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