Ci sono edifici che si lasciano leggere e edifici che si difendono. La Torre della Vergine di Baku appartiene alla seconda categoria, e lo fa in modo quasi provocatorio: dopo un secolo e mezzo di studi, nessuno è in grado di dire con certezza quando sia stata costruita, chi l’abbia voluta e a cosa servisse. Ci si arriva percorrendo i vicoli di Icherisheher, la città vecchia murata, e la prima cosa che colpisce non è l’altezza — una trentina di metri, meno di molti campanili italiani — ma la sproporzione. Il muro alla base è spesso fino a cinque metri. Il diametro è di sedici metri e mezzo. La porta, l’unica, si apre sul lato ovest a due metri da terra ed è larga poco più di un metro: bisognava salirci con una scala o una fune. Sembra la corazza di qualcosa che doveva resistere alla fine del mondo. Solo che, guardando bene, non difende niente.
Un edificio senza atto di nascita
Il problema di fondo è documentario. Nessuna fonte scritta medievale racconta la costruzione della torre, nessun cronista ne registra la funzione, nessun sovrano se ne attribuisce il merito. Per un edificio di questa mole, in una città che ha lasciato iscrizioni su moschee, caravanserragli e mura, è un silenzio assordante. Il risultato è che ogni studioso ha dovuto ricavare una data dalle pietre, e le pietre hanno risposto cose diverse a persone diverse.
La forbice è vertiginosa. L’amministrazione del complesso monumentale di Icherisheher riporta l’ipotesi che la parte inferiore, quella liscia alta circa dodici metri, risalga addirittura all’VIII-VII secolo avanti Cristo, e che il tronco superiore, quello percorso dalle fasce di pietra aggettante, sia stato aggiunto nel VI secolo dopo Cristo, per somiglianza con il mastio di Chirag Qala, fortezza sasanide dell’entroterra. L’UNESCO, nella scheda del sito iscritto nel 2000, si limita a segnalare che alcune evidenze farebbero risalire la costruzione al VII-VI secolo avanti Cristo. La storica di Baku Sara Ashurbeyli, che sulla città vecchia ha lavorato una vita, collocava fondazioni e primi tre livelli fra IV e VI secolo dopo Cristo, notando che la pietra impiegata è diversa da quella delle mura medievali che le girano intorno. Leonid Bretanitsky proponeva un edificio nato nel V-VI secolo e ripreso nel XII. Altri ancora, misurando malte di calce e tonalità delle pietre, restringono tutto fra l’VIII e il X secolo dopo Cristo. La scheda di Archnet, che è forse la sintesi più prudente, dà fondazioni fra VI e VII secolo e fusto completato entro il XII.
Un dettaglio va detto subito, perché circola molta confusione: l’edificio che si vede oggi è un monumento di epoca islamica. Baku è musulmana dall’VIII secolo, e gli Shirvanshah — la dinastia di origine araba che avrebbe fatto della città il proprio centro di potere — erano musulmani da secoli quando la torre assunse l’aspetto attuale. Parlare di architettura zoroastriana riferendosi a ciò che si tocca con le mani è scorretto. Diverso, e legittimo, è chiedersi se sotto e prima ci fosse altro: l’UNESCO stessa riconosce Icherisheher come luogo in cui si sono stratificate influenze zoroastriane, sasanidi, arabe, persiane, shirvanidi, ottomane e russe. La torre è esattamente quella stratificazione, in verticale.
La lapide che doveva risolvere tutto e ha complicato tutto
A quattordici metri da terra, sul lato sud, c’è una piccola lastra con un’iscrizione in caratteri cufici. Dice, in sostanza: qubba di Masud ibn Davud. Per decenni è stata considerata la pistola fumante. La paleografia della scrittura porta al XII secolo; l’epigrafista Mashadikhanim Nemat ha proposto di leggere qubba nel senso di torre, il che farebbe di Masud ibn Davud il costruttore; e a Mardakan, nella penisola di Absheron, una torre rotonda porta il nome di Abdulmajid ibn Masud, plausibilmente suo figlio o discendente, dinastia di costruttori come ne conosciamo tante nell’Italia dei magistri comacini.
Poi si guarda la lastra da vicino, e la certezza si sgretola. Primo problema: a Mardakan e a Nardaran le iscrizioni sono organicamente inserite nel paramento murario, fanno corpo con la parete. Qui no. La lastra è incastrata di traverso, montata con una trascuratezza che nessun cantiere di corte si sarebbe permesso, tanto che la maggioranza degli specialisti la considera un inserto successivo — c’è perfino chi sospetta che sia servita a tappare un vuoto nella muratura. Secondo problema: sulla torre di Mardakan e sull’iscrizione del castello di Sabayil, nella baia, compare la formula amale ustad o amale memar, opera del maestro, opera dell’architetto. Sulla lastra della Torre della Vergine quella formula non c’è. Il che lascia aperta l’ipotesi che Masud ibn Davud non fosse l’architetto ma il signore locale, e c’è chi lo identifica addirittura con un principe selgiuchide, nipote del sultano Mahmud, che avrebbe fatto murare il proprio nome su un monumento già esistente per legarvi la memoria.
C’è un terzo argomento, silenzioso e per me il più eloquente. Gli Shirvanshah celebravano ogni loro cantiere con iscrizioni magniloquenti: nomi, titoli, date. Sul monumento più imponente di tutta la penisola non ne hanno lasciata nemmeno una. Difficile credere che l’abbiano costruito loro. Molto più probabile che nel XII secolo l’abbiano restaurato, sopraelevato, riadattato — che siano intervenuti su qualcosa che già stava lì e che forse non capivano del tutto nemmeno loro.
Cinque metri di muro che non difendono nulla
Se fosse una torre militare, sarebbe una torre militare sbagliata. All’interno lo spazio è diviso in otto piani, ciascuno chiuso da una volta piatta in pietra squadrata con un foro circolare al centro; i fori sono allineati in verticale, uno sopra l’altro, per tutta l’altezza. Le scale sono ricavate nello spessore della parete sud-orientale, ma fra il primo e il secondo piano in origine non c’erano: si saliva con una fune o una scala a pioli attraverso il foro. Nessun corpo di guardia accetterebbe di dover issare uomini e armi in quel modo mentre fuori si combatte.
Le feritoie ci sono, ma guardano a sud e sud-est, verso il mare, ignorando la direzione da cui storicamente arrivavano gli attacchi via terra; e servivano anche, o forse soprattutto, a garantire il tiraggio dell’aria all’interno. Poi c’è il pozzo: ventuno metri di profondità, scavati nella roccia, con acqua dolce ancora oggi e tubature in terracotta annegate nella muratura, che qualcuno legge come impianto idrico e qualcun altro come scarico. Vale la pena ricordarsi che il Mar Caspio sta ventotto metri sotto il livello degli oceani: quel pozzo scende in un mondo suo, sotto il livello del mare in senso assoluto. Le campagne archeologiche del 1962-63, condotte sul piano terra fino a cinque metri di profondità, hanno mostrato che la torre poggia direttamente su un enorme banco roccioso inclinato verso la costa, e hanno restituito traccia di travi lignee inglobate nella struttura — un accorgimento antisismico che spiega come mai l’edificio sia ancora in piedi in una regione che trema spesso.

Lo sperone, il fuoco e le stelle
Il pezzo che manda in crisi tutti è quello che si nota per ultimo: un massiccio sperone allungato, alto quasi quanto la torre, addossato sul lato che guarda il mare. Non è un contrafforte convincente, perché la torre non ne aveva bisogno; non è un corpo scala; non è un bastione. Le ipotesi in campo sono tre e nessuna ha vinto: rinforzo strutturale, vano nascosto, riflettore. C’è poi chi ne fa una questione astronomica, perché la sua punta guarda a est, verso il punto in cui il sole sorge agli equinozi.
Su questa strada si è spinto lo studioso azerbaigiano che ha contato le bugne di pietra che corrono all’esterno: trenta nella fascia inferiore, trentuno in quella superiore, come i giorni dei mesi. Da qui l’ipotesi dell’osservatorio, che affianca quella del tempio del fuoco e quella, più cupa, della dakhma: la torre del silenzio dove i seguaci di Zoroastro esponevano i morti agli uccelli, non seppellendoli né cremandoli per non contaminare terra e fuoco. Il linguista Vagif Aslanov ha aggiunto un tassello curioso, osservando che la radice gal, in azerbaigiano, oltre a fortezza può alludere all’accendere un fuoco. Nessuna di queste letture è dimostrata. Tutte nascono dallo stesso fatto: un edificio dalle proporzioni così anomale chiede una spiegazione, e in assenza di documenti la spiegazione diventa un esercizio di immaginazione controllata. Chi ha visitato Castel del Monte in Puglia conosce bene il meccanismo: stessa febbre interpretativa, stesse letture solari, stessa assenza di prove.
Il nome non viene da nessuna principessa
La storia che vi racconteranno in albergo è quella della figlia del re, chiusa nella torre, innamorata di chi non doveva, gettatasi dall’alto sulle rocce. È una bella storia e non ha alcun fondamento storico. Qız qalası significa letteralmente torre della vergine, ma nell’uso turco l’aggettivo vale come inviolata: la fortezza mai espugnata, quella che nessun assedio è riuscito a prendere. È lo stesso identico senso con cui in Italia chiamiamo vergine una cima mai scalata. Il nome non commemora un suicidio: commemora un fallimento militare altrui.
La leggenda romantica è un prodotto recente, cresciuto tra Ottocento e Novecento e definitivamente fissato nel 1923 dal poema di Jafar Jabbarly, da cui poi sono derivati soggetti teatrali e di balletto che sono diventati patrimonio identitario nazionale. Ma sotto quel racconto ne dorme uno molto più antico e meno rassicurante, che l’amministrazione del monumento riporta ancora: gli angeli Harut e Marut scesi sulla terra, entrambi innamorati di Anahid, e gettati in un pozzo. Anahita, dea delle acque nella tradizione iranica, e un pozzo che è il cuore fisico della torre: la leggenda, in questo caso, è più vicina all’architettura di quanto ammetta.
Cosa si vede oggi
La torre fa parte della Città Murata di Baku iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale nel 2000 insieme al Palazzo degli Shirvanshah, ed è gestita dall’ente statale che tutela la riserva storico-architettonica di Icherisheher. È visitabile: si entra dalla porta bassa sul lato ovest, si sale piano per piano lungo la scala nello spessore del muro attraversando gli otto livelli, oggi allestiti a museo con reperti archeologici, plastici della città antica e apparati sulle leggende, e si esce sulla terrazza sommitale. Da lassù si capisce una cosa che dal basso sfugge: la torre nacque a filo d’acqua, con il Caspio che le batteva ai piedi, e oggi è separata dal mare da un lungomare novecentesco e da un parco. La capienza è limitata a un paio di centinaia di persone alla volta, quindi nelle ore centrali si fa coda. Le merlature che coronavano la sommità non ci sono più: sono state rimosse nel corso dei restauri ottocenteschi.
La Torre della Vergine è l’immagine con cui l’Azerbaigian si presenta al mondo, stampata su banconote, francobolli e loghi istituzionali. È anche, e continua a essere, un problema irrisolto di storia dell’architettura. Trovo che sia la parte migliore della sua storia: in un’epoca in cui tutto è schedato, datato e spiegato, resta un edificio di trentamila tonnellate nel centro di una capitale su cui gli studiosi non riescono a mettersi d’accordo nemmeno sul secolo. Chi ci sale cercando la principessa non trova niente. Chi ci sale accettando che nessuno sappia, trova esattamente quello che la torre ha da offrire.
Fonti
- UNESCO World Heritage Centre. Walled City of Baku with the Shirvanshah’s Palace and Maiden Tower.
- İçərişəhər Dövlət Tarix-Memarlıq Qoruğu İdarəsi. Qız Qalası.
- Archnet (Aga Khan Documentation Center, MIT). Qiz Qalasi, Baku.
- Visions of Azerbaijan Magazine. The Mystery of the Maiden Tower.
- IRS Heritage. Zoroastrian legends of the Baku Maiden Tower.
- Biblioteca Presidenziale dell’Azerbaigian. Old City – Icherisheher.
- AZERTAC. Maiden Tower, one of the ancient historical symbols of Baku.
- Google Arts & Culture / Riserva storico-architettonica di Icherisheher. The symbol of Baku.





