La prima cosa che colpisce, guardando questa immagine, è ciò che manca. Non c’è un arco. Nessuno. Il portico che si apre in cima alla gradinata è tenuto in piedi da una foresta di pilastri di pietra, da architravi rettilinei e da mensole che escono a sbalzo come dita aperte. Sopra, tre cupole bassissime, quasi schiacciate, chiuse da un pinnacolo a bulbi sovrapposti. In mezzo alle colonne, dove noi europei ci aspetteremmo un vetro o un muro pieno, la pietra si assottiglia e diventa merletto: pannelli traforati a maglia geometrica che si leggono in controluce. E davanti a tutto, la persona in abito blu con la stampa a foglie che fotografa dal basso, dà la misura vera: quel portico è alto quasi tre volte una persona, e la scalinata è larga come una piazza.
Siamo a Sarkhej Roza, alla periferia sud-ovest di Ahmedabad, nel Gujarat. Ho camminato dentro complessi come questo nelle ore più calde del giorno, quelle in cui in Italia si chiudono le persiane e si accende la pompa di calore, e la cosa che ricordo meglio non è la decorazione: è la temperatura. Entri sotto il porticato e sembra che qualcuno abbia abbassato un termostato invisibile.
Un complesso reale che rinuncia all’arco e sta in piedi comunque
L’arco è considerato l’invenzione che ha reso possibile l’architettura monumentale: distribuisce i carichi, permette di coprire luci ampie con pietre piccole, libera lo spazio. L’architettura islamica arriva in India con questo bagaglio tecnico. Ma a Sarkhej, tra la metà e la seconda metà del Quattrocento, sotto i sultani del Gujarat, il cantiere viene messo in mano a maestranze locali che venivano da una tradizione completamente diversa: quella dei templi hindu e jain, cioè un sistema trabeato, fatto di pilastro, trave e mensola. E loro costruiscono con la grammatica che conoscono.
Il risultato è quello che si vede nella foto. Se non puoi curvare la pietra, hai due strade: ridurre la distanza tra i sostegni, e sporgere progressivamente. Ecco perché le colonne sono così fitte, disposte su una griglia quadrata regolare che si ripete: ogni campata è corta, ogni architrave lavora poco, il rischio di rottura a flessione della pietra resta sotto controllo. Ecco anche perché le cupole sono così basse: non sono cupole vere, sono cupole a mensola, anelli di pietra che avanzano l’uno sull’altro fino a chiudersi al centro. Una cupola ad arco può essere alta e slanciata; una cupola aggettante deve restare bassa, altrimenti crolla. Quella schiacciatura che a un occhio distratto sembra un difetto di stile è pura statica.
Lo stesso vale per la fascia di mensole sotto la copertura, ben visibile nell’immagine: quel cornicione aggettante non è un ornamento aggiunto dopo. È un chhajja, una gronda di pietra che protegge la fascia superiore dei pilastri dalla pioggia monsonica e taglia il sole alto di mezzogiorno prima che tocchi la pietra. Ogni pezzo decorativo, qui, ha un secondo lavoro.
I jali non sono un merletto: sono ombra, luce e aria calcolate
I pannelli traforati che si intravedono tra le colonne, sul fondo del portico, sono i jali. In tante presentazioni turistiche vengono liquidati come «decoro». Sono invece uno dei dispositivi ambientali più intelligenti mai messi su una facciata, e la ricerca contemporanea lo ha misurato.
Uno schermo forato in pietra fa quattro cose contemporaneamente. Primo: blocca la radiazione solare diretta prima che entri, cioè lavora come schermatura esterna, la posizione più efficace in assoluto. Secondo: lascia passare luce diffusa, quindi lo spazio interno resta leggibile senza il contrasto violento che genera abbagliamento. Terzo: accelera l’aria che lo attraversa, perché la somma di tanti piccoli fori è più piccola dell’apertura totale; l’aria passa più veloce e la sensazione di fresco sulla pelle aumenta. Quarto: filtra lo sguardo, garantendo privacy senza chiudere. Gli studi condotti su schermi di questo tipo mostrano che, variando la percentuale di foratura e lo spessore, si può ridurre il carico di raffrescamento e migliorare la qualità della luce interna: la variabile decisiva non è il disegno, è il rapporto tra area forata e spessore del pannello. Un jali sottile è un velo; un jali spesso è un piccolo sistema di lamelle in tre dimensioni.
Va aggiunta una cosa che si capisce solo stando lì: la pietra dei jali resta relativamente fresca perché è in ombra su sé stessa. Ogni foro proietta il proprio bordo. È lo stesso principio del brise-soleil moderno, con cinque secoli di anticipo.
Il bacino d’acqua come impianto di climatizzazione
La foto inquadra il portico, ma il pezzo mancante del ragionamento è a poche decine di metri: il grande bacino artificiale che il complesso ha accanto. Non è un elemento paesaggistico. È la parte impiantistica del progetto.
Il meccanismo è l’evaporazione: l’acqua che passa allo stato di vapore sottrae calore all’aria che la lambisce. Se quell’aria, già raffrescata e umidificata, viene poi guidata attraverso padiglioni aperti e schermi forati, si ottiene un raffrescamento evaporativo passivo. Le simulazioni sui cortili in clima caldo e secco quantificano abbassamenti di temperatura dell’ordine di due gradi in media, con punte molto più alte nelle zone direttamente investite dal flusso: numeri che, sommati all’ombra e alla massa termica della pietra, spostano davvero la percezione di comfort. Aggiungete che i padiglioni sono aperti su più lati, quindi in ventilazione trasversale, e che la pietra massiccia accumula il fresco notturno e lo restituisce di giorno. Il complesso, letto così, è una macchina: captazione, raffrescamento, distribuzione, inerzia.
C’è un rovescio della medaglia, e non è un dettaglio poetico. Il sistema idrico storico di Sarkhej — il lago, gli invasi, le connessioni con il territorio — è stato progressivamente compromesso dall’espansione urbana e dall’inquinamento, e questo è stato documentato in letteratura scientifica. Un’architettura bioclimatica funziona solo se il paesaggio che la alimenta è vivo. Se prosciughi il bacino, il monumento resta; l’impianto no.

La cosiddetta Acropoli di Ahmedabad e la lezione che il moderno ha copiato
Nella letteratura sul sito si ripete l’attribuzione a Le Corbusier del paragone tra Sarkhej Roza e l’Acropoli di Atene: piattaforme, gradinate, volumi bassi disposti nello spazio, un sistema di soglie invece di un edificio unico. Che la frase sia sua o ricostruita, il punto interessante resta. Le Corbusier lavora in India negli anni Cinquanta, ad Ahmedabad e a Chandigarh, e da lì in poi il suo vocabolario si riempie di brise-soleil, pilotis, volumi sollevati, vasche d’acqua in copertura, ventilazione incrociata. Cioè, tradotto: schermi forati, edifici che respirano sotto, acqua che raffresca. Le stesse quattro mosse che vedete in questa fotografia, prese cinque secoli prima.
Vale la pena dirlo con chiarezza, perché oggi molte di queste soluzioni vengono presentate come innovazione. Non lo sono. Sono conoscenza costruttiva stratificata che a un certo punto abbiamo smesso di usare, perché il condizionatore costava meno che pensare.
Che cosa se ne porta a casa chi progetta in un’Italia sempre più calda
Nessuno vi chiederà di costruire una cupola a mensola in Salento. Ma i principi sono trasferibili, e in un Paese dove le estati mettono in crisi edifici recentissimi lo sono più che mai.
- Schermare fuori, non dentro. Una tenda interna ferma il calore quando è già entrato. Una schermatura esterna — frangisole, grigliato, persiana piena, pannello forato in lamiera o in cotto — lo ferma prima. È la differenza sostanziale.
- Progettare lo spessore, non solo il disegno. Un pannello forato profondo si autoombreggia e funziona su più orientamenti; uno sottile è quasi solo estetica. Nei fori sta la luce, nello spessore sta la protezione.
- Recuperare le logge. Il portico di Sarkhej è uno spazio intermedio: né dentro né fuori. Loggia, portico e pergola profonda fanno lo stesso lavoro nel clima mediterraneo, e sono spazi in più, non sottratti.
- Massa termica più ventilazione notturna. La ricerca sul comfort estivo indica in modo consistente che la ventilazione nelle ore fresche, unita a murature con buona inerzia e a schermature efficaci, è la strategia passiva più efficace contro il surriscaldamento. Muro pesante e finestre aperte alle quattro del mattino: sembra banale, ma è misurato.
- L’acqua va usata dove l’aria passa. Una vasca o una fontana in un cortile chiuso e in ombra raffresca; la stessa vasca in pieno sole e senza flusso d’aria è quasi solo decorazione.
Un monumento vivo, non una scenografia
Un’ultima osservazione, perché riguarda il progetto tanto quanto la pietra. Sarkhej non è un sito archeologico silenzioso: è un luogo ancora frequentato, con un mausoleo sufi che riceve visitatori e devoti. Nella foto si vede bene la doppia natura del posto: la persona che fotografa in piedi sulla piazza, e più in alto, dentro il portico, la struttura protetta con la copertura metallica che segna il punto sacro. Questa convivenza tra turismo e culto genera continuamente piccoli attriti — su come si entra, su come si sta, su cosa si indossa — e la percezione di ciò che è appropriato cambia più in base a chi sta guardando che in base al luogo. È un dato progettuale, non un dettaglio di costume: dove un’architettura resta in uso, le soglie, le gradinate e gli spazi di sosta continuano a fare il lavoro per cui erano stati disegnati. Cinque secoli dopo, questa gradinata è ancora il posto dove ci si ferma prima di entrare. Poche architetture contemporanee possono dire lo stesso.
Fonti
- Agarwal, S. Sarkhej Roza. Sahapedia.
- Sahapedia. Sarkhej Roza, the Living Monument. Sahapedia.
- Ahmedabad District Administration. Sarkhej Roza. Government of Gujarat.
- Sahapedia. The Qutb Complex and the Arcuate System of Construction in India. Sahapedia.
- Mishra, G., Shukla, P., Iyer, M. (2019). The Dying Water Heritage of Sarkhej Roza. Environment and Urbanization ASIA, Sage.
- Batool, A. (2014). Quantifying Environmental Performance of Jali Screen Facades for Contemporary Buildings in Lahore, Pakistan. University of Oregon, Scholars Bank.
- Sun, H., Zhong, H., Dik, A., Ding, K., Jimenez-Bescos, C., Calautit, J. K. (2024). Numerical investigation of evaporative cooling strategies on the aero-thermal performance of courtyard buildings in hot-dry climates. Building and Environment.
- Impact of Courtyard Microclimate on Building Thermal Performance Under Hot Weather Conditions: A Review (2025). Energies, MDPI.
- Effect of thermal mass, night ventilation and window shading on summer thermal comfort of buildings in a temperate climate (2021). Building and Environment.





