Nel centro storico di Poznań, nella Polonia occidentale, il cortile interno del municipio è stato per anni quello che sono diventati moltissimi spazi collettivi europei dopo il 1989: un parcheggio. Duemilatrecento metri quadrati di asfalto in uno dei punti più belli della città, usati per posteggiare le auto dei dipendenti comunali. Oggi quello stesso cortile è una piazza abitata, con alberi in vaso, panchine che si spostano e una gradinata mobile che all’occorrenza diventa platea. Il progetto porta la firma di Atelier Starzak Strebicki, studio fondato a Poznań da Jola Starzak e Dawid Strębicki, e vale la pena raccontarlo perché dice qualcosa di più grande del cortile stesso.
Cosa è successo allo spazio pubblico polacco dopo il 1989
La caduta del blocco socialista consegnò alle città polacche un patrimonio di piazze e vuoti urbani costruiti per un’altra idea di collettività: grandi, retorici, dimensionati sulle parate. Con l’arrivo dell’economia di mercato quegli spazi non trovarono subito una funzione nuova. Il risultato, negli anni Novanta, fu una duplice occupazione: da un lato le automobili, che colonizzarono piazze e cortili in assenza di politiche della sosta; dall’altro la pubblicità, con una densità di cartelloni che ancora oggi caratterizza molti scorci urbani. Lo spazio pubblico diventò residuo, terra di nessuno tra proprietà private che finalmente contavano qualcosa.
La reazione è arrivata più tardi, ed è arrivata due volte. Una prima ondata di riqualificazioni, spesso finanziata con fondi europei, ha prodotto un fenomeno che i polacchi hanno battezzato con una parola sarcastica: betonoza, letteralmente “cementosi”. Piazze storiche liberate dalle auto ma ripavimentate integralmente in lastre e calcestruzzo, con pochissimi alberi, alberi abbattuti o alberi sostituiti da vasetti simbolici. Come ha documentato il sito d’informazione Notes from Poland, il caso di Leżajsk divenne virale nel 2019 al punto da spingere la Commissione europea a chiarire pubblicamente che i fondi comunitari non avrebbero sostenuto rigenerazioni “climaticamente scorrette”. Con le ondate di calore degli ultimi anni il problema è diventato tangibile: superfici che accumulano calore, acqua piovana che non filtra, allagamenti improvvisi.
La seconda ondata — quella interessante — è nata dal basso: movimenti urbani, associazioni di quartiere, comitati che hanno cominciato a rivendicare un diritto di parola sugli spazi comuni. È in questo clima che studi come Starzak Strebicki hanno trovato committenze pubbliche disposte a sperimentare.
Il cortile del municipio: una famiglia di oggetti al posto di un progetto monumentale
La cosa più notevole del cortile di Poznań è che tecnicamente non è un’opera edilizia. Come racconta la scheda pubblicata dallo studio, l’intervento — avviato nel 2015 e completato per fasi fino al 2019 — consiste in una “famiglia di oggetti” collocati nello spazio: venti grandi vasi con alberi giovani ed erbe alte, quattordici panchine mobili, due sedute circolari attorno all’aiuola preesistente, e dal 2019 dieci unità espositive che permettono di ospitare mostre all’aperto.
Nessuna demolizione, nessuna nuova pavimentazione monumentale, nessun gesto architettonico. La vegetazione in vaso serve a creare intimità e ombra dove il suolo storico non consente di piantare; le sedute, essendo spostabili, permettono di configurare lo stesso spazio come anfiteatro, come platea per un concerto, come caffetteria all’aperto o semplicemente come una serie di angoli separati per chi vuole leggere da solo. La rassegna dedicata al progetto da designboom insiste proprio su questo punto: l’arredo non è la rifinitura del progetto, è il progetto.
La logica è quella di un dispositivo reversibile. Se una configurazione non funziona, si sposta. Se una funzione attecchisce, la si consolida. È un modo di lavorare che sposta il rischio dal cantiere all’uso — l’esatto contrario della riqualificazione definitiva, costosa e irreversibile che ha prodotto la betonoza. Non a caso, la trasformazione del cortile è stata poi il primo tassello di un intervento più ampio sul complesso municipale, portato avanti dallo stesso studio e concluso nel 2021.
Perché conta più il metodo del risultato
Un cortile riarredato non risolve la questione urbana di una città di mezzo milione di abitanti, e sarebbe ingenuo presentarlo come un modello universale. Il suo valore è dimostrativo: fa vedere a un’amministrazione, con costi contenuti e in tempi brevi, che uno spazio considerato tecnico — un parcheggio di servizio — può ospitare vita pubblica senza che questo comprometta il funzionamento dell’edificio. Una volta acquisita quella prova, la discussione politica cambia natura: non si tratta più di immaginare, ma di estendere.
C’è poi un secondo elemento, meno visibile. Lavorare per oggetti anziché per opere significa che il progetto resta modificabile da chi lo usa. Le panchine si spostano senza chiedere il permesso a nessuno, e ogni spostamento è un piccolo atto di appropriazione. In contesti dove la fiducia nelle istituzioni è stata a lungo scarsa, questa è una scelta tutt’altro che decorativa.
Cosa può imparare l’Italia
La tentazione è di rispondere “niente, noi abbiamo le piazze”. Sarebbe un errore. Le città italiane hanno una dotazione storica di spazio collettivo che la Polonia non ha, ma condividono con essa lo stesso problema di fondo: una quota enorme di quello spazio è occupata da automobili in sosta, e la sua riconquista viene quasi sempre affrontata come una grande opera, con progetti pesanti, tempi lunghi e conflitti proporzionati alla posta in gioco.
Il precedente italiano più vicino all’approccio di Poznań è il programma milanese Piazze Aperte, avviato nel 2018: vernice colorata a terra, fioriere, sedute mobili, sperimentazione temporanea e solo in un secondo momento la sistemazione definitiva. Il bilancio comunale parla di oltre cinquanta piazze trasformate e più di 56.000 metri quadrati restituiti ai pedoni, con una seconda fase concentrata sugli spazi davanti alle scuole. È la stessa filosofia: provare prima, costruire poi.
Le lezioni da tenere insieme, però, sono tre. La prima è che il temporaneo funziona solo se qualcuno lo osserva e ne trae conclusioni: senza monitoraggio resta un allestimento. La seconda è che l’ombra non è un accessorio — la vicenda polacca dimostra che una piazza pedonalizzata e priva di verde, oggi, è una piazza inutilizzabile per quattro mesi l’anno. La terza è che il progetto di arredo, in Italia spesso delegato all’ultimo capitolo del capitolato, può essere lo strumento principale con cui uno spazio pubblico cambia significato. Serve poco, ma serve pensato bene: un principio, a ben vedere, molto più italiano di quanto ci ricordiamo.

