Su LaSalle Street, all’angolo con Adams, c’è un portale di granito rosso scuro che sembra la bocca di una fortezza romanica. Sopra l’arco, incisa nella pietra, una parola sola: Rookery. Tradotta alla lettera significa colonia di corvi, ma nell’inglese di fine Ottocento voleva dire anche stamberga, catapecchia, ricovero malfamato. È il nome ufficiale di quello che oggi è il più antico grattacielo ancora in piedi a Chicago. Non un soprannome affettuoso appiccicato dopo: il nome scritto sui contratti, sulla carta intestata, sulla facciata. Un insulto promosso a marchio.
Un nomignolo nato da una torre dell’acqua e da un po’ di guano
Per capire come sia successo bisogna tornare all’ottobre del 1871, quando il Grande Incendio rase al suolo il centro di Chicago. Su quell’angolo la città possedeva da vent’anni un terreno con un serbatoio idrico in mattoni, che alle fiamme sopravvisse. Attorno a quella struttura superstite il municipio improvvisò una sede provvisoria: uffici comunali, tribunale, biblioteca. Il serbatoio, però, era diventato il dormitorio preferito degli uccelli. Le fonti oscillano tra piccioni e corvi, e la differenza non è banale: il termine rookery indica propriamente la colonia dei corvi comuni. Quale che fosse la specie, l’effetto era lo stesso, e i chicagoani presero a chiamare quel municipio di fortuna the Rookery, la colombaia. Il doppio senso fece il resto: dentro c’erano i politici, e il paragone con il chiasso e con ciò che gli uccelli lasciavano cadere dall’alto era esattamente quello che si voleva far intendere.
Nel 1885 i fratelli Peter e Shepherd Brooks, investitori di Boston, insieme al loro uomo a Chicago Owen Aldis costituirono la Central Safety Deposit Company e presero in affitto dalla città quel lotto con un contratto novantanovennale, firmato da Edward C. Waller. Vollero un edificio per uffici che fosse il più grande della città. Quando si trattò di battezzarlo, i proprietari avrebbero preferito qualcosa di più dignitoso: il nomignolo popolare sapeva di sporco e di malaffare. Perse la battaglia il buon gusto borghese e vinse la memoria della strada. E l’architetto, John Wellborn Root, ci mise il carico da undici facendo scolpire dei corvi nella pietra degli ingressi, perché nessuno dimenticasse da dove veniva quella parola. È il dettaglio che sfugge a chi passa di corsa: sopra le teste dei passanti, i pennuti sono ancora lì.
Costruire un colosso sopra il fango
Lo studio incaricato era Burnham & Root, nato nel 1873 dall’incontro tra Daniel Hudson Burnham, uomo di relazioni e di organizzazione, e John Wellborn Root, che aveva la matita. Nel 1885 erano già i più richiesti in città per gli edifici alti da reddito. Il problema, a Chicago, non era salire: era stare in piedi. Il sottosuolo del Loop è argilla molle satura d’acqua, una specie di budino su cui un blocco di undici piani in muratura portante avrebbe cominciato ad affondare in modo disuguale, spaccandosi.
Root aveva già sperimentato la risposta nel Montauk Building e qui la portò a maturità: la cosiddetta fondazione galleggiante, una zattera fatta di rotaie e travi di ferro incrociate e annegate nel calcestruzzo, che distribuisce il peso dei muri su una superficie enormemente più ampia, come una racchetta da neve. Il cantiere delle fondazioni fu aperto nell’inverno tra il 1885 e il 1886 sotto una tettoia riscaldata, per impedire al calcestruzzo di gelare: una soluzione che all’epoca era una novità e che dice molto sulla pressione a cui lavoravano quegli uomini. L’impresa costruttrice fu la George A. Fuller Company; il gigantesco appalto per i ferri ornamentali andò alla Hecla Iron Works, e fu il più grande contratto del genere fino a quel momento.
La struttura che ne uscì, completata nel 1888, è un ibrido affascinante proprio perché sta a metà del guado: i muri perimetrali sono ancora portanti, in muratura e granito, mentre all’interno lavora già un’ossatura di colonne in ghisa, travi di ferro battuto e acciaio. Non è ancora il grattacielo a scheletro puro, è il momento esatto in cui la tecnica sta cambiando pelle. Sull’altezza le fonti non concordano: si leggono sia 164 sia 181 piedi, e i piani dichiarati passano da undici più attico a dodici, perché un livello sommitale è stato aggiunto durante il restauro degli anni Novanta. Quando aprì, comunque, era considerato l’edificio per uffici più grande degli Stati Uniti per volume.
La corte di luce: ferro nero, vetro e un’invenzione di buon senso
Il cuore del Rookery non si vede dalla strada. La pianta è un quadrato cavo: gli uffici affacciano o all’esterno o su un pozzo di luce centrale aperto sul cielo. Alla base di quel pozzo Root costruì la corte di luce, uno spazio su due livelli di ferro battuto e vetro, coperto da un lucernario. L’elettricità era ancora ai primi passi e la luce naturale non era un vezzo estetico ma una condizione di lavoro: senza quel pozzo, le stanze interne sarebbero state invivibili. In più il vuoto centrale funziona come un camino, richiama aria fresca in basso mentre quella calda sale e viene espulsa in alto. Per un lettore italiano il rimando è immediato: siamo negli stessi anni della Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, la stessa fiducia nel ferro e nel vetro per fabbricare un pezzo di città coperto. Solo che qui la galleria è privata, incastonata dentro un palazzo per uffici, e serve a far respirare seicento scrivanie.
Dalla corte si stacca la scala a oriel, una spirale aggettante che sale fino ai piani alti aggrappata al fianco occidentale del pozzo: è l’elemento che ancora oggi lascia senza parole chi riesce a vederlo. All’undicesimo piano, sotto il lucernario, Burnham e Root si sistemarono i propri uffici. Progettavano il futuro di Chicago dall’ultimo piano del proprio capolavoro.
1905: Wright sbianca la corte del maestro morto
Root non vide nulla di ciò che seguì. Il 15 gennaio 1891, dopo un malanno di tre giorni degenerato in polmonite, morì a quarantun anni. Stava lavorando con Burnham all’impianto della World’s Columbian Exposition, la fiera del 1893 che sarebbe passata alla storia come la White City, tutta bianca e classicheggiante. Burnham proseguì da solo come D. H. Burnham & Company e diventò l’urbanista più influente d’America. La città sotterrò il suo progettista più dotato a Graceland Cemetery e continuò a costruire.
Diciassette anni dopo l’inaugurazione, nel 1905, Edward C. Waller, che del Rookery era l’amministratore e che era anche uno dei primi committenti privati di Frank Lloyd Wright, decise che la corte di ferro scuro di Root era vecchia. Chiamò Wright. Che quell’edificio lo conosceva da dentro: vi aveva tenuto un proprio ufficio tra il 1898 e il 1899, e lì aveva sede anche la American Luxfer Prism Company di William Winslow, per cui aveva lavorato.
Quello che Wright fece è una delle operazioni più spregiudicate e più eleganti della sua carriera. Rimosse gran parte dell’ornato in ferro di Root e rivestì pilastri, parapetti e scale di marmo bianco di Carrara, inciso e dorato con arabeschi di ascendenza persiana; disegnò urne squadrate in marmo e corpi illuminanti geometrici sospesi. La corte nera diventò bianca e oro. C’è chi ha letto in quella scelta cromatica un’allusione obliqua proprio alla White City di Burnham, ancora vivissima nella memoria dei chicagoani. Il punto delicato è un altro: Wright stava riscrivendo l’interno più celebre di John Root mentre il socio di Root, Burnham, era vivo, attivo e potentissimo a poche strade di distanza. Non lo fece per cancellare: gli arabeschi che incise nel marmo dialogano con le fonti ottocentesche a cui Root aveva attinto per il decoro esterno, quel mescolarsi di romanico, bizantino, veneziano e moresco che rende la facciata del Rookery così difficile da catalogare. Nei documenti l’intervento è datato al 1905, ma i lavori proseguirono almeno fino al 1907.

Il catrame, l’Art Déco e trent’anni di buio
La storia poi peggiora, come quasi sempre. Nel 1931 – alcune fonti indicano il 1932 – un altro intervento rimise mano agli spazi comuni: lo firmò William Drummond, che era stato uno dei collaboratori dello studio di Wright a Oak Park. Nuove norme antincendio imposero di chiudere gli ascensori dietro porte di bronzo massiccio, decorate in stile Art Déco con uccelli, fiori e fogliami incisi. Fu steso marmo del Tennessee sopra i mosaici, i fronti commerciali del secondo livello vennero intonacati, e la hall a doppia altezza fu tagliata in due solai per ricavare metri quadri affittabili. Nel frattempo il lucernario veniva catramato e riverniciato più volte: la corte di luce restò senza luce. Nello stesso 1931 morì Waller, ottantacinquenne, ancora al timone dell’immobile che gestiva da quarantatré anni.
Il riconoscimento istituzionale arrivò comunque: iscrizione al National Register of Historic Places nel 1970, Chicago Landmark nel 1972, National Historic Landmark nel 1975, con una motivazione che citava esplicitamente l’idea di disporre negozi e uffici attorno a una piazza semiprivata e l’avanzamento dell’ossatura a scheletro. L’edificio però continuava a invecchiare male. Nel 1982 passò alla Continental Illinois, che ne pulì i prospetti.
Il restauro che riportò indietro l’orologio al 1905
La svolta la impresse un operatore dei mercati delle materie prime, Tom Baldwin, che nel 1988 comprò il Rookery deciso a riportarne in vita gli spazi pubblici e a ricavarne uffici di prima fascia. Affidò il progetto a McClier, dove il gruppo di conservazione era guidato da T. Gunny Harboe. Il cantiere si chiuse nel 1992 e fu una lezione di metodo.
Le hall su LaSalle e su Adams furono ricostruite nell’aspetto che avevano intorno al 1910, combinando i volumi di Root con le scale di Wright; il marmo bianco di Carrara e le incisioni a foglia d’oro furono rifatti deducendone il disegno dalle fotografie storiche. Il soffitto vetrato della corte fu restaurato e protetto da un nuovo lucernario installato a livello di copertura, così che la luce tornasse a scendere davvero. Smontando la scala di Drummond, i restauratori trovarono una sorpresa: dentro le colonne rivestite di marmo c’era ancora, intatto, il ferro originale di Root. Ne lasciarono una scoperta apposta, perché i visitatori possano confrontare con i propri occhi i due strati di storia. Stessa logica per il pavimento: riemersero frammenti del mosaico originale, e da quelli fu estrapolato il disegno del nuovo. La cura è proseguita con altri interventi alla fine degli anni Novanta e con aggiornamenti impiantistici negli anni Duemila e Dieci.
Cosa si vede oggi, e come entrarci
Il Rookery è ancora un edificio per uffici funzionante al 209 di South LaSalle Street, nel cuore del distretto finanziario del Loop, a due passi dal Chicago Board of Trade. È il più antico grattacielo superstite della città ed è tra gli undici edifici inclusi nella candidatura dei primi grattacieli di Chicago alla lista del patrimonio mondiale UNESCO; il suo rilievo integrale, con disegni e fotografie, è conservato nella documentazione HABS della Library of Congress.
La cosa più bella è che non serve un biglietto per la parte migliore: nei giorni feriali si entra liberamente e si arriva alla corte di luce, bianca, dorata e attraversata dalla luce che cade dall’alto. Chi vuole salire sulla scala a oriel e avvicinarsi ai dettagli di Wright deve invece prenotare una visita guidata: il Frank Lloyd Wright Trust organizza regolarmente tour della corte, in alcune formule abbinati alla biblioteca dell’edificio. Vale la pena arrivarci a piedi, magari dopo una crociera architettonica sul fiume, che resta il modo più efficace per capire come questa città abbia imparato a costruire in altezza. E, prima di entrare, alzare gli occhi sull’arco dell’ingresso: cercare i corvi scolpiti nella pietra è il modo migliore per ricordarsi che il grattacielo più venerabile di Chicago porta, orgogliosamente, il nome che i cittadini avevano affibbiato ai loro politici.
Fonti
- Frank Lloyd Wright Trust. The Rookery. Frank Lloyd Wright Trust.
- Frank Lloyd Wright Trust. The Rookery Tours. Frank Lloyd Wright Trust.
- Commission on Chicago Landmarks. Rookery Building. City of Chicago.
- Chicago Architecture Center. The Rookery. Buildings of Chicago.
- Harboe Architects. The Rookery. Progetti di restauro.
- The Rookery Building. A Rich History: Burnham & Root’s Work at The Rookery. 209 South LaSalle Street.
- Historic American Buildings Survey. Rookery Building, 209 South LaSalle Street, Chicago, Cook County, IL. Library of Congress.
- Historic Structures. Rookery Building, Chicago Illinois.
- WTTW Chicago. John Wellborn Root. Chicago by L. Loop.
- Clio. The Rookery Building.
- Preservation Chicago. Chicago’s Early Skyscrapers Nominated for UNESCO World Heritage Site.
- WikiArquitectura. The Rookery: Data, Photos & Plans.





