Monastero di Batalha: la volta impossibile e il chiostro di merletto nato da un voto di guerra

Editore

Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Nella Sala do Capítulo del monastero di Batalha si entra e, senza volerlo, si alza la testa. Sopra di te ci sono circa diciannove metri per diciannove di pietra calcarea che si chiudono in una volta stellata senza un solo pilastro, senza un sostegno intermedio, senza niente che spieghi al corpo perché quel peso resti sospeso. È una sensazione fisica prima che estetica: la stessa che si prova sotto certe cupole italiane, ma qui il vuoto è quadrato, basso, ravvicinato, e la pietra sembra appoggiata sull’aria. Da quella sala si esce direttamente sul Chiostro Reale, dove le arcate gotiche sono riempite da trafori di pietra così sottili da sembrare tessuti. Due epoche, due mestieri, due modi di intendere il coraggio, a pochi passi di distanza.

Un voto pronunciato prima di una battaglia persa in partenza

Tutto comincia il 14 agosto 1385, in un campo vicino ad Aljubarrota. Il Portogallo attraversava una crisi dinastica: con la morte di Fernando I la linea maschile si era estinta, la figlia Beatrice aveva sposato il re di Castiglia, e il regno rischiava di essere assorbito dal vicino. Giovanni I, maestro dell’Ordine di Aviz proclamato re dalle Cortes, si trovò davanti un esercito castigliano molto più numeroso. La tradizione racconta che promise alla Vergine, se avesse vinto, un monastero. Vinse. E mantenne.

Il cantiere parte nel 1386, con la direzione del maestro Afonso Domingues, e il complesso viene poi affidato ai domenicani. Vale la pena fermarsi su quella data, perché dice molto a un lettore italiano: nello stesso 1386 a Milano si posava la prima pietra del Duomo. Batalha e il Duomo di Milano sono due cantieri gemelli per età, entrambi destinati a durare secoli, entrambi trasformati in bandiere politiche più che in semplici chiese. Perché il monastero di Santa Maria da Vitória non è soltanto lo scioglimento di un voto: è la certificazione in pietra di una dinastia nuova, quella di Aviz, e dell’indipendenza del Portogallo. Diventerà infatti il pantheon reale del Quattrocento portoghese.

La volta che, secondo la leggenda, cadde due volte

Qui entra in scena il racconto che tutti in Portogallo conoscono, e che è la ragione per cui la Sala do Capítulo è il luogo più famoso dell’intero complesso. La versione tramandata dice che Afonso Domingues, vecchio e ormai quasi cieco, venne allontanato dalla direzione dei lavori e sostituito da un maestro straniero, Huguet, indicato dalla tradizione come irlandese. Huguet avrebbe modificato il progetto della copertura della sala capitolare. La volta, appena conclusa, crollò rovinosamente. Il re allora richiamò il vecchio maestro cieco, che rifece la volta secondo la propria idea e, per dimostrare che avrebbe retto, si fece incatenare o comunque lasciare da solo sotto le pietre nel momento in cui venivano tolte le centine, digiunando per tre giorni e tre notti. Alla fine, dice la leggenda, pronunciò la frase che ogni scolaro portoghese ha sentito almeno una volta: la volta non è caduta, la volta non cadrà.

Nella tradizione popolare si aggiunge il dettaglio più cupo: che per rimontare quella copertura, dopo il crollo, nessun operaio libero volesse più salire sui ponteggi, e che si dovettero impiegare uomini condannati a morte, ai quali fu promessa la grazia in cambio del rischio. È un tassello che circola da sempre insieme al resto del racconto ed è, dei tanti, quello che rende meglio l’idea di come il cantiere fosse percepito: un’impresa al limite del ragionevole.

Devo però essere onesto con chi legge, perché è la parte che di solito si omette. Questa non è cronaca medievale: è una storia letteraria. La sua forma canonica si deve ad Alexandre Herculano, il grande scrittore e storico romantico portoghese dell’Ottocento, che ne fece un racconto destinato a fissarsi nell’immaginario nazionale al punto da generare, in tempi recenti, spettacoli teatrali dentro il monumento stesso e persino un film per la televisione girato sul posto. Le ricerche storiche più recenti attribuiscono la volta della sala capitolare a Huguet, con l’ipotesi che sia stata ricostruita da Martim Vasques. In altre parole: l’architetto cieco che sfida la gravità è un mito ottocentesco costruito su un nucleo di verità tecnica, cioè che quella copertura fu davvero un problema strutturale serio e che qualcosa, in cantiere, andò storto.

Perché quella sala fa ancora paura agli ingegneri

Il punto è che la leggenda ha ragione sul piano fisico, anche quando sbaglia sui nomi. Una volta stellata di quella luce, priva di appoggi centrali, era ai limiti di ciò che il gotico sapeva fare. Tutto lo sforzo viene scaricato sui quattro angoli e sui muri perimetrali, che infatti sono massicci e quasi ciechi verso l’esterno, con poche aperture concentrate in alto. Non c’è nessun trucco nascosto: c’è solo un calcolo empirico, fatto di esperienza, proporzioni e coraggio, in un’epoca senza verifiche numeriche.

Il resto del monastero è coerente con questa ambizione. La navata della chiesa sfiora i trentadue metri d’altezza in uno spazio strettissimo, e la Cappella del Fondatore, il sacello quadrato con lanterna ottagonale dove riposano Giovanni I e Filippa di Lancaster, è la prima cappella funeraria dinastica del Portogallo. Huguet guida i lavori per buona parte della prima metà del Quattrocento e avvia, per volontà del re Duarte, il corpo orientale che sarebbe rimasto celebre proprio per non essere mai finito: le Capelas Imperfeitas, le Cappelle Incompiute, un ottagono monumentale che ancora oggi si visita a cielo aperto, con i pilastri troncati che aspettano una copertura mai arrivata.

Un secolo dopo: quando il chiostro diventa merletto

Chi attraversa oggi il Chiostro Reale vede due mani sovrapposte a distanza di generazioni. La struttura è gotica: sette arcate ogivali per ciascun lato, l’ossatura sobria del Trecento e del primo Quattrocento. Ma dentro ogni arcata è stato inserito, alla fine del Quattrocento e nei primi decenni del Cinquecento, un traforo di pietra traforata che trasforma il portico in una parete di ricamo.

L’autore di quel ricamo è Diogo Boitaca, maestro delle opere regie dal 1490 al 1522, lo stesso architetto legato all’avvio dei Jerónimos di Belém. Boitaca lavora sotto Manuele I, il re dell’espansione oceanica, e nel traforo mette gli emblemi del suo tempo: sfere armillari, croci dell’Ordine di Cristo, motivi vegetali, corde e conchiglie. È il vocabolario che chiamiamo manuelino, e a Batalha lo si legge in modo particolarmente chiaro perché convive, senza mascherarsi, con la geometria severa della fabbrica gotica. Sempre a Boitaca si deve la decorazione del lavabo nell’angolo nord del chiostro, dove i frati domenicani si lavavano le mani prima del refettorio.

Negli stessi anni Mateus Fernandes, seguito dal figlio omonimo, scolpisce il portale delle Cappelle Incompiute, uno dei pezzi più densi e ossessivi di tutta la scultura architettonica europea. Poi arriva João de Castilho, sotto Giovanni III, che introduce il linguaggio rinascimentale e costruisce un terzo chiostro, andato distrutto in un incendio nel 1811; contribuì al complesso anche Miguel de Arruda. Sei generazioni di maestri, un cantiere che attraversa il gotico, il manuelino e il Rinascimento senza mai rinnegare la propria origine: un voto pronunciato prima di una battaglia.

Rovina, restauro e ciò che si vede oggi

Il Settecento e l’Ottocento furono duri. Il terremoto del 1755 danneggiò il complesso; le truppe francesi che invasero il Portogallo durante le guerre napoleoniche fecero il resto, con l’incendio che cancellò il chiostro cinquecentesco. Nel 1834 la soppressione degli ordini religiosi svuotò il monastero, che rimase per qualche tempo in stato di abbandono. I restauri cominciarono negli anni Quaranta dell’Ottocento e proseguirono per oltre un secolo, in parallelo alla riscoperta romantica del monumento come simbolo dell’identità nazionale, la stessa stagione culturale che produsse la leggenda della volta. Nel 1983 l’iscrizione nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO ha sancito il suo ruolo accanto agli altri grandi monasteri portoghesi.

Oggi la Sala do Capítulo non è più solo un capolavoro strutturale: sotto quella volta, dal 1921, riposano i soldati ignoti portoghesi della Prima guerra mondiale, con una guardia d’onore permanente. È un cortocircuito potente: una sala nata da una vittoria militare del 1385 che accoglie i caduti anonimi di una guerra del Novecento.

Il monastero si visita tutti i giorni con un biglietto d’ingresso, chiuso solo in poche festività; la chiesa è accessibile liberamente, mentre il percorso museale comprende il Chiostro Reale, la Sala do Capítulo, la Cappella del Fondatore, il chiostro di Afonso V e le Cappelle Incompiute, alle quali si accede da un ingresso esterno sul lato orientale. Batalha è a un centinaio di chilometri da Lisbona e si combina facilmente con Alcobaça e Tomar, gli altri due monasteri portoghesi iscritti all’UNESCO. Il consiglio, se ci andate, è banale ma funziona: entrate nel chiostro a metà mattina, quando la luce radente attraversa i trafori di Boitaca e li proietta sul pavimento. In quel momento si capisce perché chi arriva qui oggi, cresciuto a immagini di cittadelle fantastiche, ha l’impressione di riconoscere qualcosa: sono le architetture immaginarie ad aver copiato Batalha, non il contrario.

E la volta della sala capitolare, comunque, è ancora lì. Chiunque l’abbia costruita, non è caduta.

Fonti

Tag:Architettura gotica

Lascia un commento Annulla risposta

Exit mobile version