Cattedrale di San Paolo a Londra: la storia della cupola che Wren costruì di nascosto

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

C’è un punto della salita alla cupola della Cattedrale di San Paolo in cui si capisce tutto. Superata la Whispering Gallery, dove una parola sussurrata contro il muro corre lungo il cerchio e arriva dall’altra parte, le scale escono dall’interno decorato e si infilano in un’intercapedine buia. Da un lato hai la calotta di muratura che dal pavimento della chiesa sembra la cupola; dall’altro hai l’ossatura di legno che regge il rivestimento di piombo, cioè quella che dalla strada sembra la cupola. In mezzo, appoggiato a niente che si veda, sale un cono di mattoni. Non lo vede nessuno, né da dentro né da fuori. È lui che tiene su tutto.

Ho fatto quella salita dopo aver fatto, anni prima, quella della cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. Il paragone viene da sé, ed è giusto: anche Brunelleschi aveva risolto il problema con due gusci e uno spazio in mezzo. Ma a Londra i gusci sono tre, e il terzo — quello nascosto — è la parte più intelligente dell’intero edificio. Il modo in cui Christopher Wren riuscì a costruirlo è una delle storie di cantiere più spregiudicate dell’architettura europea.

Una città bruciata e un astronomo di trentatré anni

Il 2 settembre 1666 Londra prende fuoco. In pochi giorni brucia gran parte della City, e con essa la vecchia cattedrale gotica di San Paolo, già in pessimo stato: una settimana prima dell’incendio Carlo II aveva incaricato tre esperti di valutare come rattoppare l’edificio. Uno di loro era Christopher Wren, che di mestiere faceva l’astronomo e il matematico, insegnava a Oxford ed era arrivato all’architettura tardi, quasi per curiosità enciclopedica, dopo un viaggio a Parigi e una lunga frequentazione dei trattati italiani.

Dopo il rogo si discute per anni se restaurare il moncone gotico o ricominciare da zero. Nella primavera del 1668 crolla una parte della navata e la questione si chiude da sola. Il committente formale è la Corona, insieme alla Commissione per la ricostruzione e al capitolo della cattedrale; i soldi, però, arrivano quasi tutti da un’imposta sul carbone che entrava nel porto di Londra. Carlo II aveva promesso mille sterline l’anno di tasca propria: risulta che non le abbia mai versate. È un dettaglio che spiega molto del cantiere che verrà.

Il Great Model, ovvero il progetto che Wren amava e che gli bocciarono

Nel 1673 Wren presenta la sua idea vera. La fa costruire in legno, in scala 1:25, grande abbastanza da poterci camminare dentro: è il Great Model, tuttora conservato in cattedrale, uno dei modelli architettonici più imponenti mai realizzati. È una chiesa a pianta centrale, croce greca, con una cupola enorme al centro. È, dichiaratamente, una risposta inglese a San Pietro in Vaticano.

Il clero anglicano lo respinge. Le ragioni sono due, e nessuna delle due è estetica. La prima è liturgica: una chiesa a croce greca non ha la navata lunga che serve alle processioni e non permette di officiare in una parte mentre si costruisce l’altra. La seconda è politica, e in quegli anni pesa come il piombo: nel 1673 il Parlamento aveva approvato il Test Act, l’ostilità verso i cattolici cresceva fino a esplodere con il Popish Plot del 1678, e il funzionario di cantiere della cattedrale scriveva preoccupato al decano che a costruire un San Paolo così si sarebbe finiti per essere accusati di papismo. Una cupola all’italiana, in quel clima, era una dichiarazione sospetta.

Nell’autunno del 1674 il modello è fuori gioco. Nel diario di Robert Hooke, il 3 ottobre, compare una nota secca sulla disgrazia di Wren presso il re. L’architetto ha cinquant’anni e il progetto della sua vita è appena stato cestinato.

La guglia goffa e la clausola che cambia tutto

Quello che succede dopo è la parte che continua a divertirmi. Wren torna con un terzo progetto, e stavolta dà a tutti esattamente quello che vogliono: pianta a croce latina, navata lunghissima, prospetti sobri, due torri in facciata che ricordano l’intervento seicentesco di Inigo Jones sulla vecchia cattedrale, e sull’incrocio una cupoletta bassa sormontata da una guglia altissima e sgraziata, un ricordo del campanile gotico bruciato. Sulla carta è un compromesso mediocre. Il re lo approva con un decreto reale firmato il 14 maggio 1675 — data documentata dai disegni conservati all’All Souls College di Oxford, anche se in giro si trovano cronologie diverse che confondono questo atto con la commissione del 1673.

Nel firmarlo, Carlo II aggiunge però che l’architetto potrà introdurre variazioni, piuttosto ornamentali che essenziali, come di volta in volta riterrà opportuno, e che la gestione dell’insieme è lasciata a lui. La formula ci è arrivata attraverso Parentalia, la memoria di famiglia pubblicata dai discendenti di Wren nel Settecento, ed è la più elastica mai concessa a un progettista.

Wren la interpreta con generosità straordinaria. Cinque giorni dopo il decreto la commissione ordina di scavare le fondazioni della sola parte a est della futura cupola; quando il 18 giugno si firmano i primi contratti con i capomastri scalpellini Joshua Marshall e Thomas Strong, il perimetro si è già allargato fino all’asse dell’incrocio e le larghezze delle campate non corrispondono più al disegno approvato. Da lì in avanti, per trent’anni, il cantiere resta chiuso dentro un bosco di impalcature e steccati. Spariscono campate dalla navata, si alzano i muri delle navate laterali, la cupola cresce. E la guglia, semplicemente, non viene mai costruita.

C’è un altro trucco, e si vede ancora oggi da fuori. San Paolo ha archi rampanti come una cattedrale gotica, perché servono a contrastare la spinta delle volte; Wren li ha nascosti dietro un secondo ordine di muri che corre tutto attorno all’edificio e che non regge nulla, se non l’apparenza di un palazzo classico compatto. È una scenografia strutturale: dalla piazza vedi un blocco romano, dietro c’è la logica di una chiesa medievale. Quando i committenti si accorsero della portata delle variazioni ornamentali, il muro era già troppo alto per tornare indietro.

Resurgam: la pietra tombale al centro esatto

L’aneddoto più famoso appartiene ai primi giorni. Wren traccia sul terreno sgombro il cerchio della futura cupola e chiede a un manovale una pietra qualsiasi per segnarne il centro. L’uomo raccoglie il primo frammento che trova tra le macerie: è un pezzo di lapide della vecchia cattedrale, e sopra c’è incisa una sola parola in lettere capitali, RESURGAM, risorgerò. Wren la prese sul serio: quella parola è oggi scolpita sul timpano della porta del transetto sud, sotto una fenice che si leva dalle fiamme, scolpita da Caius Gabriel Cibber.

Va detto con onestà che l’episodio ci è noto solo attraverso Parentalia, cioè attraverso la famiglia, e che gli studi più recenti sul tracciamento a terra dell’edificio hanno messo in discussione la cronologia esatta del racconto: il centro segnato allora e il centro della cupola costruita non coincidono necessariamente come vorrebbe la leggenda. La prima pietra fu posata il 21 giugno 1675, senza alcuna cerimonia pubblica. Nessun corteo, nessun re: un uomo, una pietra, un cantiere.

Tre gusci e un cono di mattoni

Il problema della cupola è che deve fare tre lavori incompatibili. Dall’interno deve chiudere lo spazio a un’altezza proporzionata alla navata, altrimenti ti ritrovi a guardare in su dentro un pozzo. Dall’esterno deve dominare lo skyline della City, quindi deve essere alta e slanciata. E in cima deve reggere una lanterna di pietra di circa 850 tonnellate, con sfera e croce.

Wren smette di cercare una superficie che faccia tutto e ne costruisce tre, una dentro l’altra, indipendenti. La calotta interna in muratura, forata da un occhio, è quella che si vede dal pavimento. La calotta esterna è una struttura di legno rivestita di piombo, leggera, che non porta praticamente nulla. In mezzo sale il cono di mattoni, spesso poco più di quaranta centimetri, che raccoglie il peso della lanterna e lo scarica verticalmente sul tamburo e sugli otto piloni dell’incrocio invece di spingerlo verso l’esterno. Alla base, catene di ferro cerchiano la struttura per impedire che si apra. È un ragionamento da matematico applicato ai mattoni, e non a caso Wren lavorava fianco a fianco con Robert Hooke, uno degli scienziati più acuti del secolo.

La cupola arriva a 111 metri, 365 piedi: un piede per ogni giorno dell’anno, coincidenza che alla cattedrale piace ricordare. Le vedute su di essa sono ancora oggi protette per legge: i nuovi grattacieli della City devono lasciare aperti i corridoi visivi.

Trentacinque anni e mezzo stipendio trattenuto

Il cantiere procede a soldi contati. Nel 1685, alla morte di Carlo II, sale al trono Giacomo II, cattolico, che però conferma la protezione alla Chiesa d’Inghilterra e fa triplicare la quota dell’imposta sul carbone destinata a San Paolo. Wren, per accompagnare quella legge in aula, si fa eleggere deputato di una minuscola circoscrizione del Devon. Da quel momento la commissione può indebitarsi sulle entrate future e la costruzione accelera.

Il coro apre al culto il 2 dicembre 1697, con un servizio di ringraziamento per la pace di Ryswick, e la cupola non esiste ancora. Il Parlamento perde la pazienza: quello stesso anno sospende metà dello stipendio annuo dell’architetto, duecento sterline, finché l’opera non sarà finita. Wren ha sessantacinque anni ed è a metà del guado. La cupola sale negli anni successivi; nel 1710 viene posata l’ultima pietra della lanterna, e la tradizione vuole che a metterla in opera sia stato suo figlio. Nel 1711 il Parlamento dichiara ufficialmente conclusa la cattedrale; Wren, quasi ottantenne, chiede la metà di stipendio trattenuta e la ottiene. Trentacinque anni, un solo architetto, dalla prima pietra all’ultima: nessuna grande cattedrale europea può dire lo stesso.

È sepolto nella cripta, sotto una lastra semplicissima. L’epigrafe invita chi legge, se cerca il suo monumento, a guardarsi intorno.

Il fuoco che tornò nel 1940

La cattedrale ha rischiato di finire come la sua antenata. Durante il Blitz, con quella enorme struttura di legno sotto il piombo della cupola, San Paolo era una trappola per bombe incendiarie. Un gruppo di volontari, la St Paul’s Watch, presidiava l’edificio notte e giorno per spegnere gli inneschi appena cadevano. Non bastò sempre: il 12 settembre 1940 un ordigno enorme si conficcò nel terreno a pochi metri dalla scalinata ovest senza esplodere, e fu disinnescato e rimosso dai Royal Engineers, il cui comandante ricevette la George Cross. Il 10 ottobre 1940 una bomba centrò l’abside e distrusse l’altare; il 16 aprile 1941 un’altra sfondò il tetto del transetto nord, esplose a mezz’aria, fece tremare la cupola e aprì nel pavimento un buco da cui si vedeva la cripta.

La fotografia della cupola che emerge intatta dal fumo, scattata la notte del 29 dicembre 1940, divenne l’immagine simbolo della resistenza britannica. L’idea che la cattedrale sia uscita illesa dalla guerra è però una leggenda: uscì in piedi, che è un’altra cosa.

Cosa si vede oggi, e come si sale

San Paolo è una chiesa attiva, sede del vescovo di Londra, e insieme una delle visite più impegnative della città. L’interno, dopo la grande campagna di pulitura conclusa per il trecentenario, ha ritrovato la luminosità della pietra di Portland; nel catino della cupola ci sono i monocromi di James Thornhill con le storie di san Paolo, i ferri battuti sono di Jean Tijou, gli intagli del coro di Grinling Gibbons. Nella cripta riposano Nelson, Wellington, Turner e lo stesso Wren; sempre nella cripta si può vedere il Great Model, cioè il progetto che non fu costruito.

La salita alla cupola si fa in tre tappe. Circa 257 gradini portano alla Whispering Gallery, sul bordo interno della calotta di muratura: mettetevi contro il muro e provate l’effetto acustico, funziona davvero. Poi si prosegue all’aperto sulla Stone Gallery, alla base della cupola esterna, e infine si rientra per l’ultimo tratto — scale strette, quasi verticali, oltre cinquecento gradini in tutto — fino alla Golden Gallery, sotto la lanterna. È lì che si passa tra i gusci e si vede il cono di mattoni. Chi soffre di vertigini o di claustrofobia sappia che il tratto finale non perdona e che, come sulla cupola di Firenze, indietro non si torna: il flusso è a senso unico.

L’ingresso turistico è a pagamento e include cripta e gallerie della cupola, con biglietti più convenienti online; l’accesso per partecipare alle funzioni religiose, invece, è libero. Le gallerie possono chiudere per manutenzione o per eventi, quindi conviene controllare prima di mettersi in fila. Ma se avete tempo per una sola cosa, fatela: la storia di questa cattedrale non è nella facciata, è in quell’intercapedine buia dove un astronomo inglese nascose una cupola italiana a un intero Parlamento.

Fonti

Tag:Christopher Wren

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