La notte fra il 10 e l’11 dicembre 1997, in una sala che sale per quattro piani e non ha una sola parete verticale, qualche centinaio di delegati di tutto il mondo stava sfondando il calendario. Il vertice sul clima delle Nazioni Unite doveva chiudersi il 10; si andò avanti a oltranza, e all’alba successiva il testo passò all’unanimità. Da quel momento un accordo internazionale porta il nome di una città giapponese, e quella città lo deve anche a un edificio di cemento a trapezi costruito trentun anni prima in fondo a un lago, ai piedi del monte Hiei. Il Centro Congressi Internazionale di Kyoto non è una comparsa nella storia del Protocollo: è la scenografia che quella storia ha reso famosa nel mondo, spesso senza che nessuno ne conoscesse l’autore.
Il primo concorso pubblico del Giappone
Alla fine degli anni Cinquanta il Giappone ospitava già congressi internazionali, ma non aveva sedi adeguate. Le linee guida del bando che nel 1963 lanciò l’operazione riportano la posizione del ministro delle Costruzioni: il Paese doveva attrarre attivamente conferenze per aprirsi varchi in politica, economia e ricerca, e contribuire allo scambio culturale. L’ambizione dichiarata era costruire una struttura per riunioni internazionali paragonabile alla sede delle Nazioni Unite. Per farlo, lo Stato indisse il primo concorso pubblico di architettura della sua storia: arrivarono 195 progetti.
Vinse Sachio Otani, nato a Tokyo nel 1924, laureato all’Università di Tokyo nel 1946 e uscito dalla scuola di specializzazione nel 1951. Aveva trentanove anni e un curriculum che, in Giappone, valeva come una lettera di presentazione: era stato uno degli uomini di fiducia di Kenzo Tange, con cui aveva lavorato al Parco e al Museo della Pace di Hiroshima e alla vecchia sede del governo metropolitano di Tokyo. Circola la versione romanzata secondo cui Otani avrebbe battuto in gara il proprio maestro: nella documentazione che ho potuto verificare Tange non compare fra i concorrenti, e il suo nome ricorre invece nell’ambiente istituzionale che quel concorso giudicò. La sostanza dell’aneddoto resta comunque quella: un quarantenne poco noto si prese la commessa pubblica più simbolica del decennio, quello dell’Olimpiade di Tokyo, in un anno in cui i giovani del Metabolismo consideravano i concorsi statali il proprio trampolino. Altre proposte in gara, come quella di Kiyonori Kikutake, restano ancora oggi nei manuali di storia dell’architettura giapponese.
Cemento davanti al monte Hiei
Il sito scelto è Takaragaike, all’estremo nord di Kyoto: uno stagno, un parco, le montagne che chiudono la conca e il monte Hiei come sfondo, la stessa montagna dei monasteri Tendai. Piazzare lì una macchina di cemento armato, nella città delle capriate di legno e dei giardini di ghiaia, era una scelta che nel resto del mondo si sarebbe chiamata provocazione. Nei suoi appunti Otani racconta di aver sentito in quel paesaggio l’atmosfera dell’antica capitale, e di aver deciso di non competere con la natura ma di lasciarsene incorniciare: il suo concetto era persone che si riuniscono nella natura per parlarsi.
La traduzione formale di quell’idea è la ragione per cui l’edificio, in fotografia, sembra un pezzo di flotta stellare: al posto delle linee dritte, una composizione di trapezi e trapezi rovesciati, montanti inclinati, pochissime superfici verticali. Non è capriccio geometrico. Il profilo cita il tetto ripidissimo delle case rurali gasshō-zukuri, quelle a mani giunte dei villaggi di Shirakawa, e la scarpata dei santuari shintoisti in stile shinmei; c’è chi vi ha riconosciuto anche i cavalletti di legno su cui si appende il riso a essiccare. Un pubblico italiano lo capisce subito se pensa a quello che facevano negli stessi anni Nervi o gli autori della Torre Velasca: prendere una forma della tradizione e rifonderla nel materiale del presente. Girando nel giardino giapponese che affianca l’edificio, l’operazione si rivela: da certi punti la sagoma di cemento e il profilo del monte si sovrappongono senza attrito, e lo stagno adiacente entra nella composizione come paesaggio prestato.
Costruire una casa senza angoli retti
Il cantiere è la parte della storia che nessuna fotografia racconta. La cerimonia di posa avvenne a Takaragaike il 19 novembre 1962, con il ministro delle Costruzioni, il governatore della prefettura e il sindaco di Kyoto fra oltre cinquecento invitati: si iniziò spianando il terreno, prima ancora che il concorso avesse un vincitore. Le fondazioni partirono il 24 gennaio 1964. Per reggere una struttura che richiedeva circa 3.600 tonnellate di solo acciaio furono infissi 2.400 pali di calcestruzzo, trenta centimetri di diametro e dodici metri di lunghezza; il suolo era molle e la geometria dell’edificio complicata, e il lavoro risultò più difficile del previsto. La struttura finale è in cemento armato con ossatura d’acciaio, un piano interrato e sei fuori terra.
Poi c’è il problema che si scopre solo entrando: in un edificio dove quasi nulla è a novanta gradi, nulla di standard funziona. La grande hall lunga una quarantina di metri ha un soffitto asimmetrico che filtra la luce naturale, pilastri a V e apparecchi luminosi cilindrici pensati come canne di bambù; la sala principale, simmetrica, si apre in altezza fino al quarto livello con una pianta trapezoidale. Arredare uno spazio così significa disegnare ogni pezzo su misura, ed è quello che fu fatto: buona parte dei mobili è di Isamu Kenmochi, il progettista che aveva fondato la propria scuola nel 1955 dopo anni all’istituto statale di arti industriali di Sendai, dove aveva conosciuto Bruno Taut, e che nel 1958 aveva vinto il primo premio con Kunio Maekawa per l’allestimento giapponese all’Esposizione di Bruxelles. È lui l’autore della continuità fra il cemento inclinato e il legno degli interni, quel japan modern che qui è dimostrato prima ancora che teorizzato.
L’edificio fu completato nel marzo 1966. Sulla data di apertura le fonti non concordano: la cronologia ufficiale del centro indica il 21 maggio 1966, mentre alcune schede internazionali riportano il 21 marzo. Le aggiunte successive sono tutte di Otani: nuovi corpi ultimati nel dicembre 1972, con una delle sale per banchetti spesso datata 1973, la Event Hall nell’aprile 1985, un ulteriore intervento nel 1998.
La notte che diede il nome al Protocollo
Nel dicembre 1997 Kyoto ospitò la terza Conferenza delle Parti della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, la COP3, aperta dal primo ministro giapponese. La sede era il Centro Congressi, e da pochi mesi ci si arrivava in metropolitana: il prolungamento della linea Karasuma fino al capolinea Kokusaikaikan era entrato in servizio nel 1997, giusto in tempo. Il negoziato slittò oltre la scadenza, la notte del 10 dicembre si trattò a oltranza e l’11 dicembre 1997 il Protocollo di Kyoto fu adottato all’unanimità: obiettivi vincolanti di riduzione dei gas serra per i Paesi industrializzati nel quinquennio 2008-2012 rispetto al 1990, meno 6 per cento per il Giappone, meno 7 per gli Stati Uniti, meno 8 per l’Unione Europea. Il trattato entrerà in vigore soltanto nel 2005, dopo anni di negoziati supplementari all’Aja, a Bonn e a Marrakech per definirne le regole applicative.
Da allora quella sala trapezoidale è, per milioni di persone, semplicemente Kyoto: un nome geografico diventato unità di misura della politica climatica. Nelle immagini d’archivio dell’aula plenaria della COP3 si riconosce ancora la geometria di Otani, con le pareti che si inclinano verso l’interno e le cabine per la traduzione simultanea incastrate in quel profilo obliquo.
Cosa si vede oggi e come si entra
Il complesso occupa circa 156.000 metri quadrati di terreno ai piedi del monte Hiei; accanto sorge l’albergo che fu l’ultima opera di Togo Murano, e attorno si stende il parco di Takaragaike. Nel 1998 l’edificio è entrato nei cento migliori edifici pubblici selezionati dal ministero delle Costruzioni per il proprio cinquantenario; nel 2003 l’Istituto di Architettura del Giappone lo ha incluso fra i cento esempi del Movimento Moderno nel Paese, e DOCOMOMO Japan fra le venti architetture moderne del Kansai. Nel marzo 2014 è stato completato un adeguamento antisismico integrale, calcolato per una capacità pari a 1,25 volte lo standard di legge, che lo classifica come struttura governativa di sicurezza sismica di secondo livello: il cemento a trapezi non è un monumento congelato, è un impianto che continua a lavorare.
Ed è questo il punto per chi vuole visitarlo. Non è un museo: è una sede congressuale attiva, che ospita conferenze scientifiche e industriali e la cerimonia del Premio Kyoto, e per questo di norma non è accessibile liberamente. Ci sono però giornate di apertura al pubblico, spazi come le lounge resi disponibili in certi periodi, visite guidate su prenotazione e l’apertura del giardino giapponese durante la fioritura dei ciliegi. Vale la pena arrivarci nel tardo pomeriggio: al capolinea nord della metropolitana, quando il sole basso colpisce le pareti inclinate e l’edificio si specchia nello stagno, si capisce perché a chi lo vede per la prima volta viene in mente il ponte di comando di un’astronave, e perché la televisione giapponese lo abbia usato più volte come set di fantascienza. Otani, che è morto nel 2013 dopo aver firmato il campus dell’Istituto di Tecnologia di Kanazawa, il Convention Center di Okinawa e il museo d’arte di Chiba, sosteneva che l’architettura si percepisce dentro il suo ambiente e da questo non si può separare. A Takaragaike, sessant’anni dopo, la dimostrazione regge.
Fonti
- Kyoto International Conference Center. Design and Interior. ICC Kyoto.
- Kyoto International Conference Center. Modern Architecture (Episode). ICC Kyoto.
- Kyoto International Conference Center. Concept. ICC Kyoto.
- Kyoto International Conference Center. Japanese Garden. ICC Kyoto.
- Kyoto International Conference Center. Facility History. ICC Kyoto.
- Kyoto International Conference Center (2016). Cronologia del cinquantenario. ICC Kyoto.
- Ministero dell’Ambiente del Giappone (2003). Libro bianco sull’ambiente: la COP3 e il Protocollo di Kyoto.
- Ministero dell’Ambiente del Giappone. COP3 e l’adozione del Protocollo di Kyoto (1997), testimonianze dei negoziatori.
- Ministero degli Affari Esteri del Giappone. COP3 – Conferenza di Kyoto sui cambiamenti climatici.
- JCCCA – Centro nazionale giapponese per la prevenzione del riscaldamento globale. Aula plenaria della COP3, dicembre 1997.
- Nihon Keizai Shimbun. 11 dicembre: l’adozione del Protocollo di Kyoto.
- Universita Toho, scheda di architettura. Kokuritsu Kyoto Kokusai Kaikan.
