Lo studio di Watson Fothergill a Nottingham: un curriculum scolpito nel mattone

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Se vi trovate a Nottingham e imboccate George Street, a due passi dal centro, c’è un punto in cui vale la pena fermarsi e alzare gli occhi. Sopra l’ingresso di un edificio in mattoni rossi e azzurri, tra finestre a trifora e una torretta con la corona di beccatelli, quattro nicchie ospitano altrettante figure di pietra. In una c’è un costruttore medievale con il rotolo dei disegni. Nelle altre due, due busti: Augustus Welby Northmore Pugin e George Edmund Street. Più in basso, incisi nella pietra, tre cognomi: Scott, Burges, Shaw. Non è la facciata di una chiesa né di un museo. È lo studio professionale di un architetto, e quell’architetto se lo è costruito addosso nel 1895 come si costruisce un’insegna.

L’uomo si chiamava Watson Fothergill. Solo che, fino a tre anni prima, si chiamava Fothergill Watson.

Uno sfratto firmato dalla ferrovia

Per capire perché questo edificio esiste bisogna partire da un cantiere gigantesco che con l’architettura c’entra poco: la nuova linea ferroviaria che nel 1893 attraversò Nottingham da sud per raggiungere la stazione Victoria. La compagnia era la Manchester, Sheffield and Lincolnshire Railway, quella che poco dopo assunse il nome di Great Central Railway, e per far passare i binari e costruire il piazzale si dovette demolire un intero pezzo di città. Tra le strade cancellate quasi per intero ci fu Clinton Street. Là dentro, dal 1864, Fothergill teneva il suo studio: trent’anni di attività, oltre cento edifici progettati a Nottingham e nelle contee vicine, banche, magazzini del pizzo, chiese, ville, alberghi.

Le vittime di un esproprio ferroviario, nell’Inghilterra vittoriana, venivano indennizzate. Fothergill prese i soldi del compenso e li reinvestì in un immobile di George Street, numeri 15 e 17, che nel 1894-95 trasformò nel proprio quartier generale. Su questo punto le fonti non dicono esattamente la stessa cosa: la scheda di tutela lo registra come edificio del 1895 realizzato da Fothergill per sé stesso, mentre i repertori biografici parlano di conversione dei numeri 15 e 17 già esistenti in uffici. La differenza è tecnica, ma dice qualcosa sull’operazione: non era un monumento nato dal nulla, era un investimento immobiliare che l’architetto ha usato come vetrina. Chi conosce la Nottingham di allora capisce la logica: una città in pieno boom manifatturiero, dove il merletto e il tabacco facevano fortune rapide e il committente si sceglieva l’architetto passando per strada.

L’uomo che si è rovesciato il nome

Fothergill Watson nasce a Mansfield il 12 luglio 1841, figlio di un ricco commerciante di pizzo, Robert Watson, e di Mary Ann Fothergill, di famiglia quacchera. Il padre muore quando lui è un bambino, il collegio londinese costa troppo, la madre lo riporta a Nottingham. A quindici anni entra come apprendista nello studio di Frederick Jackson, ingegnere e geometra, amico ed esecutore testamentario del padre; poi passa da Isaac Charles Gilbert, poi due anni a Londra a studiare e lavorare part time per Arthur Blomfield. Nel 1864 torna a casa e apre bottega. Nel 1867 sposa Anne Hage, figlia di un birraio di Mansfield tra i fondatori della Mansfield Brewery: matrimonio che, oltre a sette figli, porta in dote una solidità economica che gli permetterà per tutta la vita di non dover cercare lavoro fuori dalla contea.

Nel 1892 compie il gesto che lo rende riconoscibile ancora oggi: cambia nome per atto notarile, invertendo nome e cognome. Diventa Watson Fothergill. Le fonti concordano sulla motivazione dichiarata, cioè far sopravvivere il cognome materno, e su un patrimonio di famiglia che rendeva la scelta tutt’altro che astratta; sull’anno esatto qualche repertorio indica il 1891 invece del 1892, segno che la documentazione notarile e le date di uso pubblico del nome non coincidono perfettamente. C’è una beffa in questa storia, e la si scopre solo leggendo la biografia fino in fondo: i due figli maschi morirono prima di lui e senza discendenti. Il cognome che aveva voluto salvare si è estinto comunque. Fothergill morì il 6 marzo 1928, a ottantasei anni, nella sua casa di Mapperley Road.

Una facciata che è un curriculum murato

Torniamo a George Street, perché il nome nuovo e la facciata nuova sono due facce dello stesso atto. Chi ha appena cambiato identità anagrafica e ha appena perso lo studio storico per un esproprio deve rifarsi visibile. Fothergill lo fa nel modo più letterale possibile: mette in facciata la propria formazione.

La descrizione ufficiale di tutela è precisa quasi come un capitolato. Muratura policroma in mattone rosso con dettagli in pietra da taglio e mattone azzurro, zoccolo e fascia marcapiano in mattone azzurro, tetto in tegole con cresta ceramica, camini in mattone stilizzati. L’ingresso è un passaggio ad arco a canestro, accanto a una finestra a due luci con traforo a piastra. A sinistra sale una torretta con beccatelli e tre finestre a trifoglio sotto cuspidi, coperta da un tetto ottagonale a guglia con due lucernari a punta. A destra si aprono quattro finestre trilobate su colonnine riunite: tra la prima coppia sta la figura dell’architetto medievale, tra le altre i busti di Pugin e di Street. I nomi di Scott, Burges e Shaw sono incisi nella pietra. Sotto le finestre corrono quattro rilievi che raccontano il lavoro di costruire. In alto a destra un frontone a graticcio su mensole, con tamponature in mattone e tavola di gronda ad arco: il registro Old English che convive senza imbarazzo con il gotico.

I cinque nomi non sono decorazione generica: sono la genealogia dichiarata di un professionista di provincia che si misura con i grandi della capitale. Pugin è il teorico del Gothic Revival, morto nel 1852; George Edmund Street e William Burges sono i protagonisti della generazione successiva, morti entrambi nel 1881; George Gilbert Scott è l’uomo del Midland Grand Hotel di St Pancras; Richard Norman Shaw è il maestro del revival domestico inglese. Metterli in facciata equivale a scrivere sul portone: io vengo da qui, giudicatemi con questo metro. Per un lettore italiano l’effetto è quello di certe architetture eclettiche di fine Ottocento, penso al Cimitero Monumentale di Milano di Carlo Maciachini, dove il mattone bicromo e il repertorio storico servono a dichiarare un’appartenenza culturale più che a imitare un modello.

C’è poi il dettaglio che mi diverte di più, e che sfugge quasi a tutti: la targa. Al posto della consueta insegna in ottone con nome e professione, l’architetto e la sua bottega hanno affidato l’informazione al lessico dell’edificio stesso, con la scritta scolpita sopra la porta e la statua del costruttore medievale a fare da testimonial. Un annuncio pubblicitario in pietra, pensato per durare più di qualsiasi inserzione sui giornali di Nottingham. Sotto, i rilievi con le fasi del costruire completano il messaggio: qui non si vendono disegni, si vende mestiere.

Il capolavoro perduto: il Black Boy Hotel

La beffa più grande, però, è un’altra. L’edificio che i cittadini di Nottingham amavano davvero, quello che ancora oggi salta fuori appena si pronuncia il nome Fothergill, non esiste più. Era il Black Boy Hotel, su Long Row, di fronte alla Council House. Un’antica locanda di posta seicentesca che Fothergill ricostruì tra il 1886 e il 1888 e a cui continuò a lavorare per decenni: nel 1897 arrivarono la torre centrale, i bow window e i balconi, e nel 1900 l’inglobamento di due negozi. Il terreno apparteneva alla Brunts’ Charity, l’ente benefico di cui Fothergill fu geometra fino al ritiro nel 1910: un rapporto professionale che spiega perché tornò su quell’edificio per quarant’anni, dai magazzini nel cortile del 1869 fino agli ultimi ampliamenti.

Il Black Boy fu demolito nel 1970, in mezzo a proteste e a un rimpianto che a Nottingham non si è ancora esaurito, per far posto a un edificio commerciale moderno: prima Littlewoods, oggi un negozio Primark. La città ha barattato la torre di mattoni, i frontoni in legno e i balconi con una scatola anonima nell’anno in cui l’Italia demoliva pezzi di centri storici con la stessa allegria. Il paradosso è servito: il curriculum murato di George Street, cioè l’autopromozione di un architetto, è sopravvissuto all’opera che quel curriculum avrebbe dovuto pubblicizzare.

Cosa resta oggi, e cosa si può vedere

Lo studio di George Street è tutelato come edificio di interesse storico di grado II dal 12 luglio 1972. Il piano terra è stato rifatto nel Novecento e per anni l’immobile ha ospitato uno studio legale; nel 2011 è finito all’asta senza raggiungere il prezzo di riserva di 240.000 sterline. Il 19 luglio 2015 un camion ha colpito la facciata, danneggiando proprio la parte più delicata dell’apparato decorativo: il restauro, affidato a un’impresa specializzata in conservazione, si è concluso all’inizio del 2018 riportando la muratura policroma e le sculture alla condizione precedente.

Chi arriva oggi lo vede dalla strada, ed è così che va guardato: è un edificio pensato per il passante, non per il visitatore pagante. Gli interni non sono un museo e l’accesso dipende dall’uso privato dei locali, mentre l’esterno è visibile gratuitamente in qualunque momento. Il modo migliore per capirlo è camminare: nel raggio di dieci minuti a piedi si incontrano la banca del Nottingham and Nottinghamshire su Thurland Street, con la celebre scimmietta del mutuo scolpita all’ingresso, gli Express Chambers su Upper Parliament Street costruiti per il quotidiano cittadino, le Queen’s Chambers sulla Market Place, l’ex grande magazzino Jessop and Son su King Street del 1895 e il magazzino di Barker Gate del 1897. In città esistono percorsi guidati dedicati esclusivamente alla sua produzione, e la ricerca locale ha prodotto un catalogo sistematico delle opere, comprese quelle scomparse.

Del Black Boy resta solo la memoria documentaria: fotografie, tavole di progetto e un modello in scala che il museo industriale cittadino ha esposto in una mostra dedicata all’albergo perduto. Vale come promemoria. Fothergill si era firmato in facciata perché temeva di essere dimenticato dai committenti; è finita che quella firma è diventata il suo monumento, e che a Nottingham lo si riconosce oggi più per il modo in cui si è raccontato che per l’edificio che la città gli ha portato via.

Fonti

Tag:Architettura vittoriana

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