A Nikko quasi tutti si fermano ai santuari: il mausoleo di Tokugawa Ieyasu, le lacche rosse e oro, il gatto che dorme scolpito sopra una porta. Poi si risale il fiume Daiya per circa un chilometro dal ponte Shinkyo, si supera un muro basso e si entra in un giardino di cedri. Lì c’è un edificio lungo, basso, di legno chiaro, con i tetti che si inseguono senza mai interrompersi. Nessuna laccatura, nessun drago intagliato. Eppure è il piu grande edificio in legno mai costruito per la famiglia imperiale giapponese in epoca moderna: 4.471 metri quadrati di superficie, centosei stanze, e una storia che comincia in un quartiere di Tokyo, a centoquaranta chilometri di distanza.
Un principe fragile e una valle di cedri
Nel 1896 il principe ereditario Yoshihito, il futuro imperatore Taisho, passa l’estate in una residenza imperiale a Nikko e se ne innamora. Era un ragazzo di salute precaria fin dalla nascita, e la corte cercava per lui un luogo di riposo lontano dall’afa di Tokyo. Nikko, in quegli anni, era diventata la villeggiatura d’elite del Giappone Meiji: diplomatici stranieri, nobiltà e industriali vi costruivano ville estive, un po’ come Stresa o Cortina hanno funzionato per le famiglie italiane fra Otto e Novecento. Alla fine di quello stesso anno partono le trattative per acquistare i terreni nella località di Tamozawa. Gli abitanti vengono trasferiti in blocco in un nuovo quartiere, Yasukawa-cho, su terra che apparteneva al conte Katsu Kaishu, l’uomo che aveva negoziato la resa incruenta del castello di Edo trent’anni prima.
Circa un quarto dell’area del parco attuale non fu però comprata da zero: era la villa privata di Kobayashi Nempo, banchiere originario proprio di Nikko. Il suo bettei, la casa di campagna, diventa il punto di partenza. Nel 1898 il cantiere si apre attorno a quella casa, e nel 1899 la villa imperiale è pronta. Non c’è un architetto-star da mettere in copertina: il progetto di base è del Takumiryo, l’ufficio tecnico del Ministero della Real Casa, e porta la firma dell’ingegnere Kiko Kiyoyoshi, figura centrale nel tentativo Meiji di studiare l’architettura tradizionale giapponese con metodo scientifico. Vent’anni dopo, gli ampliamenti saranno progettati da suo figlio, Kiko Kozaburo, dallo stesso ufficio. Padre e figlio, due generazioni, un solo edificio.
Il pezzo di Edo che ha viaggiato
Qui viene il passaggio che rende Tamozawa un caso quasi unico. Il cuore della villa, la parte a tre piani che si riconosce subito perché è l’unica a sporgere dal mare di tetti collegati, non è stata costruita a Nikko. È stata smontata ad Akasaka, a Tokyo, e rimontata pezzo per pezzo in montagna.
Quel legname veniva dalla residenza urbana intermedia, il naka-yashiki, del ramo Tokugawa di Kishu, il feudo che corrisponde all’attuale prefettura di Wakayama. Il terreno di Akasaka era stato assegnato alla famiglia nel 1632; le strutture giunte fino a noi sono però più tarde, e la sala poi diventata studio dell’imperatore risale al 1840, quando era un ambiente di nove tatami con scaffalature sfalsate e finestra da scrittoio, ampliato in seguito agli attuali 21,5 tatami. Chi ripete che si tratta di un edificio del 1632 sta citando la data della proprietà, non quella delle travi: una distinzione che vale la pena tenere a mente.
Nel 1872 la residenza fu ceduta alla casa imperiale e divenne il Palazzo distaccato di Akasaka. Quando nel 1873 un incendio distrusse il palazzo imperiale principale, fu proprio quel complesso di legno a fare da residenza provvisoria dell’imperatore. Anche il portico d’ingresso per le carrozze di Tamozawa, con il suo timpano curvo, arriva da lì: era l’entrata del cosiddetto Palazzo dei Fiori, ampliamento del 1889 della residenza del principe ereditario. Per un lettore italiano è un rovesciamento mentale: da noi un palazzo è pietra, muratura, radicamento; nell’architettura giapponese in legno, dove tutto è incastro e nulla è incollato, un edificio può essere numerato, caricato e ricomposto altrove come un mobile grandissimo. Le porte scorrevoli dipinte, i fusuma su telai di cedro, hanno fatto lo stesso viaggio.
Centosei stanze per un imperatore che non guariva
La villa del 1899 era già grande, ma la vera esplosione arriva più tardi. Nel 1916 viene costruito un padiglione annesso sull’altra sponda del torrente Tamozawa. Nel 1917 le condizioni di Taisho, ormai imperatore, peggiorano sensibilmente: fatica pubblica, malattia, un fisico che non regge il ruolo. Ampliare il luogo di cura diventa urgente. Il cantiere del grande ampliamento parte nel 1918 e si chiude nel 1921, e da allora l’edificio ha la forma che vediamo oggi: circa 1.360 tsubo di superficie, tutti i tetti collegati fra loro a eccezione di quello del terzo piano.
Il risultato è un collage che non sembra un collage. Convivono tre epoche: il gusto sukiya tardo-Edo della parte Tokugawa, con pareti bianche e soffitti senza pittura perché quello era lo spazio privato del signore; l’impianto shoin più formale delle aggiunte Taisho, con la sala delle udienze e persino una sala da biliardo; e gli innesti occidentali, tappeti inglesi stesi sui pavimenti, lampadari appesi sotto travature giapponesi, ciascuno con un disegno leggermente diverso da stanza a stanza. La cosa che colpisce di più, girando le sale, è che nulla stona: le parti aggiunte in momenti diversi sono state cucite come se ci fossero sempre state.
Poi ci sono i dettagli che in fotografia non si vedono. Il corridoio davanti alla sala delle udienze non è orizzontale: ha una leggera pendenza, calcolata perché dall’altezza dello sguardo dell’imperatore il giardino risultasse nella composizione migliore. Al secondo piano della parte Tokugawa si apre una stanzetta di tre tatami, la sala del sacro spada e gioiello, destinata a custodire le repliche delle insegne imperiali che accompagnavano il sovrano in ogni viaggio di almeno una notte; il pavimento ha stuoie bordate con il tessuto policromo riservato al rango più alto. Lo studio dell’imperatore è chiamato Sala del Susino per gli alberi dipinti sulle pareti dell’alcova. Taisho ci trascorse le estati fino al 1925 circa, quando la malattia lo costrinse a curarsi nella villa di Hayama, sul mare. Dopo la sua morte, Tamozawa passò all’imperatore Showa e all’imperatrice Kojun come residenza estiva.
Un bambino nascosto in montagna
Nel luglio 1944, con Saipan caduta e i bombardamenti su Tokyo ormai attesi come certezza, il principe ereditario Akihito, allora in quinta elementare alla scuola dei Pari, viene evacuato a Nikko. Parte in segreto dalla stazione riservata alla casa imperiale a Harajuku e si sistema a Tamozawa, negli appartamenti dell’imperatrice; il fratello minore viene ospitato in un’altra residenza imperiale di Nikko. Il palazzo più elegante del Giappone in legno diventa, di fatto, un rifugio antiaereo con i tappeti inglesi.
Non basterà a lungo. Nel luglio 1945, quando anche le cittadine vicine cominciano a essere colpite, il principe viene spostato più in alto, alle terme di Yumoto, in un albergo poi chiuso da tempo: è lì che il 15 agosto ascolta la voce dell’imperatore alla radio. Torna a Tokyo solo il 7 novembre. Curiosamente, un pezzo di quell’albergo esiste ancora: l’annesso fu trasferito nel 1973 nella cittadina di Mashiko, sempre in Tochigi, dove è tutelato come bene culturale. Un altro edificio giapponese che cammina.

Museo, poi albergo: chiunque poteva dormire nella stanza dell’imperatore
Finita la guerra, la villa viene dismessa e passa al Ministero delle Finanze. Nel 1946 la prefettura di Tochigi la prende in prestito; nell’ottobre 1947, l’anno della soppressione ufficiale della residenza imperiale, l’associazione turistica prefettizia apre al pubblico ventitre stanze, fra cui la sala delle udienze. Nel giugno 1948 il complesso diventa Museo del Parco Nazionale di Nikko, con vetrine di geologia, flora, fauna e artigianato locale: uno dei palazzi imperiali più raffinati del paese declassato a museo civico di provincia. Nel 1950 gran parte del terreno passa all’orto botanico.
La fase più spiazzante arriva nel 1954, quando una società turistica affitta l’intero edificio: la parte interna resta museo, tutto il resto diventa un albergo. Per oltre trent’anni chiunque avesse il prezzo di una camera poteva dormire nelle stanze in cui avevano dormito tre imperatori. Il museo trasloca, torna, si sposta ancora. Alla fine di novembre 1986 la struttura ricettiva chiude: il legno era troppo malandato, i costi di manutenzione insostenibili. Segue un decennio di silenzio, che per un edificio in legno significa infiltrazioni, marciume, cedimenti.
Tre anni di cantiere per tornare al 1921
Tra il 1997 e il 2000 la prefettura di Tochigi affronta il restauro. La scelta di fondo è netta: riportare l’edificio all’aspetto che aveva nel 1921, cioè al momento in cui l’ampliamento voluto per Taisho lo aveva completato. Significa smontare le superfetazioni degli anni dell’albergo, recuperare i pezzi originali dove possibile, rifare quello che non era più recuperabile con le tecniche giuste: intonaci, carte, stuoie, serramenti, apparecchi di illuminazione ripuliti e rimessi in funzione. È lo stesso principio con cui in Italia si sceglie una data di ripristino per un monumento stratificato, con tutte le rinunce che comporta.
Nel 2000 il complesso riapre come parco commemorativo. Nel dicembre 2003 dieci edifici sono dichiarati Bene Culturale Importante dallo Stato con il nome di ex Villa imperiale di Nikko Tamozawa. Attenzione a una confusione ricorrente anche nella pubblicistica turistica in inglese: si tratta di Bene Culturale Importante, non di Tesoro Nazionale, che è la categoria superiore. La struttura è oggi di proprietà della prefettura di Tochigi e gestita da una fondazione pubblica; dal 2003 ospita anche corsi, cerimonie del tè e cene di rappresentanza.
Cosa si vede oggi, e come si visita
La visita si fa scalzi, in calze, camminando sul legno per un percorso che attraversa buona parte delle centosei stanze: l’ingresso per le carrozze, la sala delle udienze con il tappeto inglese, lo studio con i susini dipinti, la camera da letto, il corridoio in pendenza, i lampadari tutti diversi. Alcuni ambienti restano normalmente chiusi e vengono aperti solo in occasioni speciali: lo studio dell’imperatrice al secondo piano in primavera, la sala panoramica al terzo piano d’inverno. Attorno, il giardino conserva il ciliegio piangente che era già lì quando la proprietà apparteneva al banchiere Kobayashi; sull’età le fonti non concordano, si va da una stima di tre secoli e mezzo a una di circa quattrocento anni, e fiorisce nella seconda metà di aprile. In autunno gli aceri sono uno dei motivi migliori per venire.
Il parco è aperto tutto l’anno con chiusura settimanale il martedì e nei giorni a cavallo di Capodanno, con un biglietto d’ingresso di costo contenuto; si raggiunge in una decina di minuti di autobus dalle stazioni di Nikko e Tobu-Nikko, fermata dedicata davanti all’ingresso, parcheggio a pagamento dall’altra parte della strada. Conviene mettere in conto almeno un’ora, e conviene farlo nel pomeriggio, dopo i santuari, quando i pullman se ne sono andati. Di quel palazzo che ha camminato da Tokyo, ha ospitato un imperatore malato, ha nascosto un bambino durante la guerra e ha affittato camere ai turisti, resta oggi l’unica villa imperiale Meiji il cui corpo principale sia ancora in piedi. Non è poco, per un edificio di legno.
Fonti
- Tochigi-kenmin Koen Fukushi Kyokai (s.d.). Koen gaiyo. Sito ufficiale del Parco commemorativo della villa imperiale di Nikko Tamozawa.
- Tochigi-kenmin Koen Fukushi Kyokai (s.d.). Shisetsu no shokai. Sito ufficiale del Parco commemorativo della villa imperiale di Nikko Tamozawa.
- Prefettura di Tochigi (s.d.). Nikko Tamozawa Goyotei Kinen Koen. Portale istituzionale della Prefettura di Tochigi.
- Citta di Nikko (s.d.). Nikko Tamozawa Goyotei Kinen Koen. Sito turistico ufficiale della citta di Nikko.
- Nikko Official Guide (s.d.). Nikko Tamozawa Imperial Villa Memorial Park. Nikko City Tourism Association.
- Fondazione JTB per il Turismo (s.d.). Nikko Tamozawa Goyotei Kinen Koen. Registro nazionale delle risorse turistiche.
- Tochigi Tabi Net (s.d.). Nikko Tamozawa Goyotei Kinen Koen. Ente turistico della Prefettura di Tochigi.
- LIVE JAPAN (s.d.). Nikko Tamozawa Imperial Villa Memorial Park: restoration 1997-2000.
- Guidoor (s.d.). Nikko Tamozawa Imperial Villa Memorial Park.
- Prefettura di Tochigi (s.d.). Ex annesso del Nanma Hotel (Mashiko Yuwakan). Banca dati dei beni culturali di Tochigi.
- Comune di Mashiko (s.d.). Mashiko Yuwakan ni tsuite. Sito ufficiale del Comune di Mashiko.
- Wikipedia in giapponese (s.d.). Nikko Tamozawa Goyotei Kinen Koen: cronologia dettagliata e riferimenti al Gekkan Bunkazai n. 483 dell’Agenzia per gli Affari Culturali.





