La panchina in mattoni che serpeggia tra i pini: muratura decorativa persiana come arredo urbano

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

La prima cosa che ho notato, guardando questa foto, non è la curva. È il fatto che la panchina esce dal marciapiede: parte da terra come un nastro, sale piano, raggiunge l’altezza di seduta, gira attorno a un pino, torna indietro con un’ansa a forma di S e prosegue verso il fondo del viale. Non c’è un pezzo di metallo, non c’è una doga di legno, non c’è uno schienale. Solo mattoni posati di coltello, corso dopo corso, su pilastrini chiari che sembrano in calcestruzzo o pietra ricostruita, con il tronco degli alberi lasciato libero dentro un’aiuola circolare. Accanto corre una fascia di pavimentazione tattile gialla, perfettamente parallela, e una fila di paletti luminosi bassi. È arredo urbano, ma è soprattutto muratura in mattoni decorativa persiana tradotta in oggetto d’uso quotidiano.

Una seduta costruita come un muro, non assemblata come un mobile

Ho lavorato abbastanza con il laterizio da riconoscere subito la differenza tra una panchina prodotta e una panchina costruita. Qui non c’è catalogo: c’è un muratore che ha tracciato una curva a terra e ha seguito quella linea con i mattoni, accettando che su un raggio stretto le fughe si aprano a ventaglio verso l’esterno e si chiudano verso l’interno. Guardate il piano di seduta nella foto: i mattoni sono disposti con il lato lungo che segue la curva, e il bordo esterno è rifinito da un corso leggermente aggettante che fa ombra sul fianco. Quell’ombra è il decoro. Non è stato aggiunto nulla: è la geometria della posa a generare il chiaroscuro.

Questa è esattamente la logica dell’arte muraria iraniana. In Iran il mattone non è mai stato solo un elemento portante: ruotandolo, facendolo sporgere di pochi centimetri, alternando pieni e vuoti, si ottengono motivi geometrici e persino iscrizioni, con un solo materiale e un solo colore. Le torri selgiuchidi, le facciate di Isfahan, i muri di Yazd e i vicoli di Shiraz funzionano così: la luce radente fa il resto. È un’economia di mezzi che trovo sempre più attuale, perché significa ottenere qualità visiva senza finiture aggiuntive da manutenere.

Perché il mattone, d’estate, è la scelta giusta per una seduta all’aperto

Qui entra la fisica, e ci entra in modo molto concreto. Chiunque si sia bruciato le gambe su una panchina metallica a luglio sa che il problema delle sedute esterne non è l’aria: è la temperatura superficiale. Gli studi sulle superfici esposte al sole mostrano differenze enormi tra materiali, al punto che in climi caldi alcune superfici raggiungono valori di rischio ustione per pelle sensibile, mentre altre restano tollerabili. Il laterizio, con la sua massa e il suo colore medio, sta nella fascia buona: accumula calore lentamente e lo restituisce con ritardo, e la ricerca sulle murature documenta proprio questo comportamento di smorzamento e sfasamento del flusso termico.

Ma il vero asso di questo progetto non è il mattone: sono i pini. La panchina è stata disegnata attorno agli alberi, non nonostante gli alberi. La ricerca sul comfort termico urbano è molto chiara nel dire che ciò che un pedone percepisce non è solo l’aria, ma la temperatura media radiante, cioè la somma della radiazione solare diretta e di quella riemessa dalle superfici; e la copertura arborea può abbatterla in modo drastico, con riduzioni che nelle misure e nelle simulazioni arrivano a valori nell’ordine delle decine di gradi a seconda di specie, dimensione e spaziatura delle chiome. Tradotto: una panchina in pieno sole in una città come Shiraz, dove le estati superano stabilmente i 35 gradi, è arredo decorativo inutilizzabile. La stessa panchina sotto una fila continua di pini diventa una stanza all’aperto. Il progettista ha capito che la variabile di comfort era l’albero, e ha piegato la seduta per non perderlo.

Niente braccioli, niente skate stopper: la cosa più politica di questo progetto

È il dettaglio che mi ha fatto fermare più a lungo. Questa panchina non ha divisori centrali, non ha braccioli ogni settanta centimetri, non ha i chiodini metallici sul bordo per impedire ai pattinatori di grindare. In mezza Europa, su una seduta pubblica di questo tipo, ci sarebbero già tre barriere. Qui la superficie è continua e, nel punto in cui scende verso terra, offre altezze di seduta diverse: più bassa per un bambino, standard al centro, con un bordo accostabile per chi arriva in carrozzina e vuole stare accanto a qualcuno invece che in mezzo alla pista. Quella rampa, inevitabilmente, è anche un invito per chi va sullo skate, e nel mio piccolo lo considero un pregio: un oggetto che viene usato in modi che il progetto non aveva previsto è un oggetto riuscito, non un oggetto da correggere.

La letteratura sul cosiddetto design ostile mostra come le soluzioni anti-sosta e anti-bivacco non risolvano i problemi sociali che dichiarano di affrontare: li spostano, e nel frattempo peggiorano lo spazio per tutti. Una seduta continua, senza interruzioni, costa meno in ferramenta e produce più vita pubblica. Non è buonismo: è efficienza progettuale.

La striscia gialla accanto: accessibilità fatta per bene (quasi)

Il nastro tattile corre parallelo alla panchina, con una distanza netta di almeno un metro, e questa è una scelta corretta che in Italia vedo sbagliare continuamente. Gli indicatori tattili a terra servono se la direzione è continua e priva di ostacoli: un cestino, un palo o una panchina piazzati sopra o troppo vicino alla linea di guida la rendono pericolosa. Le norme tecniche internazionali e le linee guida nazionali sui percorsi tattili insistono proprio su continuità, contrasto cromatico e fascia libera laterale. Qui il contrasto giallo su grigio c’è, la linea è dritta, i corpi illuminanti bassi stanno sull’altro lato. Un difetto però lo vedo: la lama di mattoni che scende a terra crea uno spigolo basso difficile da percepire con il bastone, e avrei lavorato su un contrasto di colore o su un cordolo di avvertimento in quel punto.

La panchina in mattoni che serpeggia tra i pini: muratura decorativa persiana come arredo urbano

Che cosa possiamo portarci in Italia, davvero

Il mattone a vista da noi non è esotico: è il cotto lombardo ed emiliano, sono i muri delle corti padane, è una tradizione che il Novecento italiano ha ripreso in chiave moderna. Un muretto-seduta curvo in giardino o su un terrazzo è uno dei pochi interventi che chiunque abbia un buon muratore può fare, ma va fatto con tre o quattro regole non negoziabili, imparate pagando qualche errore.

  • Altezza e profondità: la zona confortevole per una seduta pubblica senza schienale sta attorno ai 42-45 cm di altezza finita e 40-45 cm di profondità. Sotto i 40 cm ci si alza male dopo i sessant’anni; sopra i 48 i piedi non toccano.
  • Mattone giusto: all’aperto serve un laterizio con resistenza al gelo/disgelo dichiarata, perché il ciclo gelo-disgelo è il vero killer delle murature esterne in gran parte d’Italia. Esiste una prova normata apposita, e il dato va chiesto in scheda tecnica prima dell’acquisto.
  • Giunti pieni e sottili: fughe da circa 8-12 mm, ben sigillate e leggermente stilate. I giunti larghi e concavi raccolgono acqua, e l’acqua ferma su un piano orizzontale è il problema numero uno.
  • Il piano deve buttare l’acqua: una pendenza minima di un paio di punti percentuali verso l’esterno, oppure un coronamento continuo impermeabilizzato sotto il corso di finitura. Senza, dopo due inverni compaiono efflorescenze e distacchi sul bordo.
  • Curve e giunti di dilatazione: una panchina lunga come quella della foto non è un pezzo unico. La muratura continua in laterizio va interrotta con giunti elastici, altrimenti lavora e fessura proprio nei punti di flesso.

Il limite di questo progetto, per onestà

Non è una seduta per soste lunghe: senza schienale, dopo venti minuti la schiena chiede altro, e per una persona anziana è un limite reale. Avrei alternato tratti con appoggio lombare, magari risolto con un rialzo in muratura sul lato interno della curva, lasciando libero il resto. E la pulizia: le fughe orizzontali su un piano di seduta trattengono polvere e aghi di pino, come si vede bene nell’aiuola. Sono difetti risolvibili, non strutturali. Quello che resta è un’idea che vale: un materiale povero, una posa sapiente, un albero rispettato e nessuna barriera. La maggior parte dell’arredo urbano italiano, con budget superiori, ottiene molto meno.

Fonti

Tag:Arredo urbano

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