Etichetta alimentare, le regole grafiche: perché metà del pack lo scrive la legge e come leggerlo in dieci secondi

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

La foto mostra la fustella di una scatola aperta e stesa sul piano di lavoro, prima di qualsiasi piegatura. È una reverse tuck end box da 120 × 50 × 180 mm. Le linee rosse indicano il taglio, quelle verdi tratteggiate le pieghe, la cornice puntinata azzurra l’abbondanza per la stampa. In alto la quota totale di 354 mm è la somma di un’aletta di incollaggio da 14 mm e dei quattro pannelli: 50, 120, 50 e 120. Sul retro c’è un marchio nero molto compatto, Drint, con sotto gli ingredienti in nomenclatura cosmetica (Aqua, Glycerin, Squalane, Shea Butter, Panthenol), le istruzioni d’uso, la conservazione, il distributore di Toronto e la dicitura Made in Vietnam. Sul fronte, coperto in parte, si legge un pezzo di moisturizer: è una crema idratante. Sopra il disegno c’è un pannello che si chiama Label law. Il mercato scelto è il Canada, la categoria è beni di consumo generici, e il verdetto è uno solo: manca il francese.

Il soggetto quindi non è un’etichetta alimentare. Mostra però molto bene una cosa che chi fa packaging impara presto: buona parte di una confezione la disegna la legge, e chi progetta deve tradurre quegli articoli in millimetri. Parto da questa scatola canadese e arrivo a quello che riguarda chi in Italia mette qualcosa nel carrello, cioè le regole grafiche dell’etichetta alimentare europea.

Una fustella che parla di leggi

Prima la struttura, perché è progettata bene. Nella reverse tuck end la chiusura superiore e quella inferiore si infilano da lati opposti: nella foto le alette superiori partono dal pannello posteriore, quella inferiore dal fronte. Rispetto a una straight tuck, dove le due chiusure stanno sullo stesso lato, la fustella si annida meglio sul foglio e si spreca meno cartone. È lo standard per cosmetici e farmaci da banco, e i 50 mm di profondità sono quelli tipici di un tubetto o di un flacone basso.

La parte interessante è il controllo di conformità dentro la tavola di disegno. Ho passato anni a chiudere file e poi aspettare che l’ufficio regolatorio rimandasse le bozze piene di correzioni a penna rossa. Ricevere l’avviso mentre sposti i testi, invece che a stampa già pagata, cambia parecchio. In questo caso tutto il resto risulta a posto: produttore o distributore con indirizzo, quantità netta (probabilmente sul fronte, nascosta dal pannello), origine, istruzioni d’uso. Manca solo la seconda lingua.

Il caso Canada: perché il francese non è un dettaglio

In Canada le regole sulle confezioni dei prodotti non alimentari stanno nel Consumer Packaging and Labelling Act e nel suo regolamento attuativo. La guida del Competition Bureau lo dice chiaramente: le informazioni obbligatorie vanno in inglese e in francese. Il software fa bene a segnalarlo. Per chi progetta significa trovare spazio per una seconda versione di ogni testo obbligatorio, e lo spazio va previsto subito, non dopo.

C’è però una sottigliezza, e la cito perché mostra il limite di questi strumenti. Una crema idratante in Canada è un cosmetico, e per i cosmetici valgono anche le regole specifiche di Health Canada. La guida ufficiale all’etichettatura cosmetica precisa che i nomi INCI degli ingredienti non vanno tradotti: la riga Aqua, Glycerin, Squalane può restare com’è. Vanno invece portate in francese le istruzioni d’uso, le avvertenze e la conservazione. La stessa guida ricorda anche che il Québec può chiedere requisiti linguistici in più. Il controllo automatico ha trovato il problema giusto, ma la soluzione cambia secondo la categoria che si sceglie nel menu. Con «altri beni di consumo» al posto di «cosmetici» si rischia di tradurre troppo, o di non vedere un obbligo che c’è. Per questo considero strumenti del genere un primo filtro e non un parere legale: sono utili per non mandare in revisione bozze con errori evidenti, ma la firma finale tocca a chi si occupa di conformità.

In Europa l’etichetta alimentare ha un regolamento solo

In Italia il cibo confezionato segue il Regolamento UE 1169/2011 sull’informazione alimentare ai consumatori. L’articolo 9 elenca le indicazioni obbligatorie: denominazione, ingredienti, allergeni, quantità netta, termine minimo di conservazione o data di scadenza, condizioni di conservazione, operatore responsabile, dichiarazione nutrizionale e, quando serve, origine e istruzioni. Fin qui è un elenco come quello canadese. In più ci sono regole che diventano veri vincoli di impaginazione, ed è lì che si gioca il lavoro grafico.

1,2 mm di altezza della x, non di corpo

L’articolo 13 chiede che le indicazioni obbligatorie abbiano un’altezza della x di almeno 1,2 mm. Se la superficie più grande della confezione è sotto gli 80 cm², il minimo scende a 0,9 mm. L’Allegato IV disegna con precisione cosa si misura: l’altezza della x minuscola, non il corpo del carattere in punti. È una scelta sensata, perché due font allo stesso corpo possono avere x molto diverse, e la leggibilità dipende proprio dall’occhio delle minuscole. In pratica, a seconda del carattere, 1,2 mm di x corrispondono a un corpo tra i 6 e gli 8 punti circa. Con un font dall’occhio piccolo, magari elegante in mostra, rischi di andare sotto soglia anche se il corpo ti sembra sufficiente. La stessa soglia di 1,2 mm compare anche nelle raccomandazioni del Centre for Food Safety di Hong Kong, che ne ha misurato la leggibilità su confezioni piccole. Le linee guida di FoodDrinkEurope aggiungono che l’altezza non basta: contano contrasto, sfondo e posizione del testo. Un 1,2 mm grigio chiaro stampato sopra la foto di un biscotto è conforme sulla carta, ma resta difficile da leggere.

Perché gli allergeni sono in grassetto

L’articolo 21 chiede che le sostanze dell’Allegato II, i 14 allergeni principali, si distinguano nell’elenco ingredienti con un carattere diverso per tipo, stile o colore di sfondo. Il grassetto non è imposto, ma è diventato la soluzione di tutti perché è il più economico e funziona anche in stampa a un colore. Il motivo è percettivo: chi ha un’allergia non legge l’elenco riga per riga, cerca la parola. Un elemento più nero degli altri si vede subito, senza bisogno di leggere tutto. È una delle regole grafiche più riuscite del regolamento, perché ottiene molto con poco.

Nome e peso nello stesso campo visivo

Sempre all’articolo 13 si chiede che denominazione, quantità netta e, per le bevande, gradazione alcolica compaiano nello stesso campo visivo. Il regolamento lo definisce come l’insieme delle superfici leggibili da un unico punto di vista. Lo scopo è impedire di mettere il nome grande sul fronte e i grammi su un fianco, così che il consumatore possa confrontare prezzo e quantità senza girare la confezione. È una delle cause più frequenti di ristampa che ho visto: il peso finisce sulla falda superiore, che dallo scaffale sembra fronte, e invece è un altro campo visivo.

Etichetta alimentare, le regole grafiche: perché metà del pack lo scrive la legge e come leggerlo in dieci secondi

La piccola ℮ accanto ai grammi

Quella e minuscola stilizzata vicino a 500 g non è un vezzo grafico. Viene dalla Direttiva 76/211/CEE sui preimballaggi. Dice che il produttore segue il sistema della quantità media: il contenuto medio di un lotto non deve essere inferiore a quello dichiarato, e le singole confezioni possono scostarsi solo entro tolleranze stabilite. La direttiva fissa anche la grafica: il segno deve essere alto almeno 3 mm e stare nello stesso campo visivo della quantità nominale. Le cifre della quantità hanno altezze minime che crescono con il formato, da 2 mm sotto i 50 g fino a 6 mm oltre il chilo. Quindi il peso piccolo ha un limite: non puoi farlo sparire, puoi solo non ingrandirlo.

La tabella nutrizionale è sempre uguale, ed è voluto

L’Allegato XV fissa ordine e diciture della dichiarazione nutrizionale: energia, grassi, di cui acidi grassi saturi, carboidrati, di cui zuccheri, proteine, sale. I valori sono riferiti a 100 g o 100 ml e, se lo spazio lo consente, impaginati in tabella. Per chi progetta è una gabbia, ma per chi compra è un vantaggio enorme: lo schema è identico su tutte le confezioni e l’occhio sa dove cercare. Se ogni marca scegliesse il suo ordine, confrontare due yogurt richiederebbe ogni volta di rileggere tutto. In questo caso l’uniformità è la funzione stessa del progetto.

Da consumarsi entro o preferibilmente entro: sei parole che pesano sui rifiuti

Il regolamento distingue due date. Da consumarsi entro riguarda i prodotti molto deperibili sul piano microbiologico: dopo quella data l’alimento è considerato a rischio. Da consumarsi preferibilmente entro è il termine minimo di conservazione: dopo, il prodotto può perdere qualità, ma se la confezione è integra e conservata bene di solito resta sicuro. Lo studio di mercato della Commissione europea del 2018 stima che fino al 10% degli 88 milioni di tonnellate di cibo sprecate ogni anno nell’Unione sia legato a come le date vengono indicate e capite. L’EFSA ha pubblicato nel 2020 e nel 2021 due pareri, con un albero decisionale per aiutare i produttori a scegliere la formula giusta. Per un designer la conseguenza è concreta: la data non è un testo di servizio da mettere dove resta spazio, perché la sua leggibilità ha un peso misurabile sullo spreco.

Come leggere un’etichetta alimentare in dieci secondi

Ecco il percorso che faccio io al supermercato, ricavato dalla logica del regolamento:

  1. Fronte, un secondo: cerca nome e peso, che per legge stanno insieme. La ℮ ti dice che il peso è una media controllata per lotto.
  2. Ingredienti, tre secondi: non leggerli, scorrili. Le parole in evidenza sono gli allergeni. L’ordine è per peso decrescente, quindi il primo ingrediente è quello che c’è in quantità maggiore.
  3. Tabella, tre secondi: guarda la colonna per 100 g, l’unica confrontabile tra marche diverse. Le porzioni suggerite cambiano da prodotto a prodotto.
  4. Data, due secondi: leggi la formula prima del giorno. Entro è un limite di sicurezza, preferibilmente entro un limite di qualità.

E i trucchi grafici leciti? Il più comune è la gerarchia: il claim come ricco di proteine in corpo enorme, il peso alla misura minima ammessa. È tutto regolare, perché la legge fissa i minimi e non i massimi. Sapere che quelle misure hanno un minimo garantito ti aiuta a non farti guidare solo da ciò che è stampato più grande.

Cosa insegna questa fustella a chi progetta

Lo schermo in foto riassume un cambiamento di metodo che seguo con interesse. Per decenni la conformità è arrivata alla fine del processo, quando correggere costa di più. Spostarla dentro la tavola di disegno fa risparmiare cicli di revisione, purché nessuno la scambi per una garanzia. Le norme cambiano, le categorie di prodotto spostano gli obblighi, i mercati nazionali aggiungono le loro regole. Il valore vero di questi strumenti è ricordare a chi disegna che ogni millimetro di un’etichetta ha un motivo, e che quasi sempre quel motivo è il lettore.

Fonti

Tag:Comunicazione del progetto

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