Galerie Bortier a Bruxelles: la galleria dei bouquinistes che per un secolo ha portato la firma sbagliata

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Si entra al numero 55 di rue de la Madeleine, a due passi dalla Grand-Place, attraversando l'androne di una vecchia casa settecentesca. Trenta secondi prima eri nella calca del centro di Bruxelles; adesso sei in un corridoio lungo poco più di quaranta metri, coperto da un tetto di vetro, con le colonnine di ghisa infilate nei pilastri di marmo rosso e una fila di cariatidi che ti guarda dall'alto. Fuori, d'estate, si sciolgono i turisti diretti alle Galeries Royales Saint-Hubert. Qui dentro c'è ombra, silenzio, e quasi nessuno. È la Galerie Bortier, e la maggior parte delle persone che percorrono rue de la Madeleine cento volte l'anno non l'hanno mai vista.

L'affare immobiliare di monsieur Bortier

La storia comincia nel 1846, in una Bruxelles che si sta riscrivendo addosso. Il Belgio è indipendente da appena quindici anni, la capitale apre strade nuove nel tessuto medievale del Pentagono e la speculazione fondiaria è lo sport nazionale delle famiglie abbienti. Pierre-Louis-Antoine Bortier compra i terreni compresi fra le nuove rue Duquesnoy e rue Saint-Jean. Il problema è che quei lotti, isolati, valgono poco: sono lontani dal flusso commerciale, che passa tutto per rue de la Madeleine.

La soluzione che Bortier propone alla Città è insieme elegante e interessata: costruirvi un centro commerciale coperto che metta in comunicazione le due strade nuove con rue de la Madeleine e che raccolga sotto un tetto i piccoli commerci di banchetto e di strada. In cambio, i suoi terreni diventano improvvisamente centrali. Il progetto complessivo nasce come un organismo unico: un mercato alimentare coperto, il Marché de la Madeleine, con un grande emiciclo, e un passaggio commerciale che vi si aggancia. Il passaggio prenderà molto presto il nome del suo promotore.

Il disegno è furbo anche dal punto di vista topografico. L'ingresso principale si trova al punto più basso, a nord, in rue Duquesnoy; l'uscita al punto più alto, a sud, in rue Saint-Jean, a filo con la galleria superiore dell'emiciclo. Il percorso sale dolcemente e, arrivato all'altezza dell'emiciclo, ne segue la curva. Quindici botteghe, ciascuna con il proprio alloggio privato al piano di sopra: la formula classica del passaggio ottocentesco, quella che l'Italia conoscerà in grande stile qualche decennio dopo con la Galleria Vittorio Emanuele II a Milano e la Galleria Umberto I a Napoli. Qui siamo prima, e in scala molto più domestica.

La firma sbagliata

Per oltre un secolo tutte le guide, le monografie e le targhe hanno raccontato la stessa cosa: la Galerie Bortier è opera di Jean-Pierre Cluysenaer, l'architetto delle Galeries Royales Saint-Hubert inaugurate nel 1847. Era una deduzione ragionevole. Cluysenaar aveva appena firmato il passaggio coperto più celebre d'Europa, a trecento metri di distanza; ed è documentato che sia suo il progetto del Marché de la Madeleine, il mercato al quale la galleria era saldata. Da lì a considerare la Bortier la sorellina minore delle Saint-Hubert il passo è stato breve, e si è ripetuto per generazioni.

Le carte d'archivio dicono altro. I fascicoli dei Travaux Publics conservati agli Archivi della Città di Bruxelles relativi al cantiere del 1847-1848 assegnano il progetto del braccio rettilineo della galleria a un altro architetto, Félix Pauwels. L'inventario del patrimonio architettonico della Regione di Bruxelles-Capitale ha recepito la correzione: la parte rettilinea è di Pauwels, mentre a Cluysenaar resta la facciata verso rue Saint-Jean, disegnata nel 1847 e completata nel 1848, insieme al mercato.

La cosa interessante è che l'attribuzione sbagliata è dura a morire. Ancora oggi comunicati stampa, riviste e voci enciclopediche in inglese continuano a scrivere Cluysenaar, mentre la scheda ufficiale del patrimonio bruxellese scrive Pauwels. Non è un dettaglio da eruditi: la galleria è stata letta per decenni come un derivato minore delle Saint-Hubert, quando invece è un'operazione parallela, con un altro committente, un'altra scala e un'altra logica economica. Dire chi l'ha disegnata significa dire che cosa volesse essere.

Vent'anni al buio, e un braccio rifatto

Il destino della galleria e quello del mercato si separano presto. Il mercato alimentare non decolla mai davvero; dopo la Prima guerra mondiale declina e finisce per essere trasformato dalla Città in sala per feste e concerti, rinnovata nel 1957. È quella data a segnare il momento peggiore per la galleria: il braccio curvo, quello che seguiva l'emiciclo, viene chiuso al pubblico, perde la sua vetrata e sul pavimento si getta un massetto di calcestruzzo per impermeabilizzare il soffitto della sala sottostante. Tradotto: il pezzo più raffinato del percorso, la curva vetrata, viene tappato e usato come copertura tecnica. La galleria resta amputata, ridotta al solo tratto rettilineo, in mani private.

Nel 1972 la Città di Bruxelles acquista quel che resta. Nell'ottobre 1974 l'assessore alle Proprietà comunali, Marc-Antoine Pierson, propone al collegio di restaurarla; i lavori vengono affidati agli architetti Paul e Marcel Mignot, che avevano già messo mano alla Madeleine. Il cantiere dura fino al 1977 e ricostruisce il braccio curvo con la sua copertura di vetro.

Galerie Bortier a Bruxelles: la galleria dei bouquinistes che per un secolo ha portato la firma sbagliata

Questo è il dettaglio che sfugge a chi guarda la fotografia: la curva vetrata che tutti inquadrano, la parte più scenografica, non è del 1848. È una ricostruzione degli anni Settanta, fatta dopo che l'originale era stato lasciato marcire per quasi vent'anni sotto uno strato di cemento. Il tratto rettilineo, invece, conserva l'impianto ottocentesco: le tre campate scandite da esili colonnine di ghisa dal fusto in parte tortile e dai capitelli compositi, incassate nei pilastri di marmo rosso, le cariatidi sotto la cornice modanata, il gusto neorinascimentale di scuola francese che nell'Europa del 1848 era il linguaggio della modernità borghese. Anche l'ingresso da rue de la Madeleine è un pezzo di riuso: la casa preesistente venne demolita conservandone la facciata settecentesca, che oggi fa da porta a un edificio nato cinquant'anni dopo di lei.

La galleria dei bouquinistes

C'è un secondo equivoco che le carte hanno corretto. Quando negli ultimi anni si è parlato di riportare la Bortier alla sua vocazione originaria di mercato alimentare, alcuni librai e amici della galleria hanno messo in fila i documenti e mostrato una cosa semplice: fin dal 1848, cioè dal giorno dell'apertura, il passaggio è stato occupato da librai, e il loro commercio ha prosperato. A non prosperare mai è stato il mercato delle vettovaglie accanto. Il soprannome di galleria dei bouquinistes non è un'etichetta romantica appiccicata dopo: è la sua storia vera, ininterrotta per oltre un secolo, fatta di libri usati, stampe, edizioni antiquarie, cataloghi. Per chi frequentava Bruxelles negli anni Ottanta e Novanta, la Bortier era semplicemente il posto dove si andava a cercare il volume che non si trovava altrove.

Che cosa si vede oggi

La galleria è di proprietà della Città di Bruxelles, gestita dalla sua Régie foncière, ed è tutelata come monumento. Nel 2023 la Città ne ha affidato le chiavi a un operatore privato del settore della ristorazione, e dopo un intervento di rinnovo la Bortier ha riaperto il 22 novembre 2024 in una veste ibrida: banchi gastronomici, formaggi, cucina mediterranea, tavoli comuni, e insieme una presenza libraria e di antiquariato che tiene vivo il filo con i bouquinistes. Se ne può discutere, e a Bruxelles se ne discute parecchio; resta il fatto che dopo decenni di semi-abbandono il passaggio è di nuovo attraversato da gente.

Si visita liberamente, negli orari di apertura delle attività, e non costa nulla: si entra da rue de la Madeleine 55 e si esce in rue Saint-Jean, oppure il contrario. Vale la pena percorrerla due volte, in salita e in discesa, perché è camminando che si capisce il progetto: la pendenza dolce, il tratto rettilineo con le colonnine e le cariatidi, poi la curva che si apre sulla luce. Chi conosce le Galeries Royales Saint-Hubert troverà qui l'esatto contrario: niente marmi monumentali, niente folla, niente vetrine di lusso. Una scala da quartiere, che è poi la ragione per cui la Bortier è sopravvissuta mentre quasi tutti gli altri passaggi bruxellesi dell'Ottocento sono stati demoliti.

E se vi capita di passarci in una giornata di caldo, fateci caso: la temperatura sotto quella vetrata è di qualche grado più bassa che in strada. Nel 1847 non si chiamava progettazione bioclimatica, si chiamava semplicemente costruire un passaggio coperto.

Fonti

Tag:Gallerie commerciali

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