Erika Giovanna Klien e il kinetismo: la tipografia che si muoveva un secolo prima degli schermi

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Quadrato, color sabbia, attraversato da diagonali rosso minio che sembrano tese come cavi. In alto la parola si legge senza fatica: C, I, Ž, E, K. Non è scritta con una linea sola. Ogni lettera è costruita con strisce affiancate che passano dal nero al grigio e poi al bianco, come se lasciasse dietro di sé una scia. La C è un fascio di semicerchi concentrici. La Z è ruotata e diventa una diagonale che taglia in due la composizione. Sopra la I, al posto di un segno solo, scorre una fila di cinque dischetti. In basso un secondo gruppo di lettere, più difficile da leggere, si sfrangia in gradini rosa e rossi, mentre un piccolo bersaglio rosso a cerchi concentrici fa da fulcro visivo al centro destra. Viene da chiedersi se sia un poster, un’insegna o un esercizio. È tutte e tre le cose insieme. È uno studio tipografico di Erika Giovanna Klien, dedicato al suo maestro Franz Čižek, e per me è uno dei documenti più sorprendenti della grafica europea degli anni Venti.

Chi era Erika Giovanna Klien, la trentina che Vienna ricorda e l’Italia no

Klien nasce il 12 aprile 1900 a Borgo Valsugana, che allora faceva parte dell’Impero austro-ungarico. Nel 1919 entra alla Kunstgewerbeschule Wien, la Scuola di arti applicate di Vienna che oggi è l’Universität für angewandte Kunst. Lì frequenta il corso di teoria della forma ornamentale tenuto da Franz Čižek. Quando ne parlo in aula o con colleghi, quasi nessuno in Italia sa chi sia. A Vienna invece è considerata la figura più importante del kinetismo viennese. Nel 1929 si trasferisce a New York, nel 1938 prende la cittadinanza statunitense e lavora soprattutto come insegnante d’arte. Muore a New York nel 1957.

Negli ultimi anni le cose stanno cambiando. A Borgo Valsugana esiste lo Spazio Klien, un piccolo museo dedicato a lei. A Vienna il Belvedere le dedica una grande monografica, Alles ist Bewegung (Tutto è movimento), aperta dal 18 settembre 2026 al 31 gennaio 2027 e realizzata insieme all’archivio dell’Universität für angewandte Kunst e all’Istituto Italiano di Studi Germanici di Roma. Per una donna che era quasi sparita dai manuali è un risarcimento importante. Per chi si occupa di progetto è anche una buona occasione per guardare con attenzione fogli come questo.

Il kinetismo viennese: il movimento come materia del progetto

Čižek insegnava alla Kunstgewerbeschule dal 1904 ed era già noto in tutta Europa come riformatore dell’educazione artistica dei bambini. Negli anni Venti nella sua classe di forma ornamentale nasce un esperimento collettivo che poi prenderà il nome di Kinetismus, dal greco kinesis, movimento. Agli studenti non chiedeva di copiare foglie e fiori, come si faceva da generazioni nelle scuole di ornato. Chiedeva di rendere visibili il ritmo, la velocità, la meccanica della metropoli moderna.

Sotto c’erano tre avanguardie: il cubismo francese per la scomposizione dei piani, il futurismo italiano per l’ossessione della velocità, il costruttivismo russo per la geometria e la grafica applicata. Il kinetismo le ha tenute insieme con una differenza importante, e cioè che restava dentro una scuola di arti applicate. Non voleva soltanto fare quadri. Voleva fare manifesti, scenografie, tessuti, lettere. È questo che rende lo studio della foto interessante per chi fa design oggi: è un esercizio di metodo prima ancora che un’opera da appendere.

Leggere lo studio tipografico: come si costruisce una lettera che corre

Questi lavori li ho visti più volte dal vero e anche in riproduzione, e la prima cosa che faccio sempre è avvicinarmi ai bordi delle strisce. Qui le fasce di grigio sembrano leggermente in rilievo, forse carta o cartoncino dipinto, ritagliato e incollato. Ai margini del foglio si intravedono piccoli fori, probabilmente dei punti di fissaggio. Non ho certezze sulla tecnica esatta, ma l’effetto è chiaro: la lettera non è disegnata, è montata pezzo per pezzo, come un plastico.

La ripetizione che diventa scia

Ogni lettera nera è seguita da copie progressivamente più chiare, leggermente spostate. La K in alto ha cinque o sei echi grigi che scalano verso il basso a destra. L’occhio legge il nero come presente e il grigio come passato, quindi la lettera sembra venire avanti da un punto all’altro. Chi ha usato almeno una volta un programma di animazione riconosce subito la logica dell’onion skinning, i fotogrammi fantasma che mostrano dove era l’oggetto un istante prima. Klien lo fa con carta e tempera, a metà anni Venti.

La diagonale come motore

Tutta la composizione è costruita su due grandi diagonali rosse che si incrociano e su una Z trasformata in rampa. Nella mia pratica di impaginazione la diagonale è lo strumento più potente per dare instabilità controllata. Orizzontali e verticali comunicano riposo, perché richiamano il suolo e la forza di gravità, mentre una linea inclinata comunica qualcosa che sta cadendo o salendo. Qui la Z non è più soltanto una lettera: è la traiettoria che collega il gruppo alto a quello basso.

Il contrasto di peso e di temperatura

Le lettere della parola principale sono nere e grigie, fredde. Il gruppo in basso è rosso e rosa, caldo. Due registri cromatici che danno due velocità diverse: il nero è netto e leggibile, il rosso con i suoi gradini rosa vibra di più. Il bersaglio a cerchi concentrici è un punto fermo, un nodo che dà all’occhio un posto dove fermarsi prima di ripartire. Senza quel punto la composizione rischierebbe di diventare puro rumore.

La leggibilità sacrificata, ma non del tutto

Va detto con onestà: come segnaletica questo foglio non funzionerebbe. La parola in basso si decifra a fatica, e anche CIŽEK richiede qualche secondo. Ma il punto era un altro. È un esercizio che spinge il segno verso il limite in cui la lettera smette di essere solo un codice e diventa immagine, per capire fin dove si può arrivare. È lo stesso lavoro che si fa oggi in uno studio di branding nelle prime fasi esplorative, prima di tornare indietro verso qualcosa di usabile.

Erika Giovanna Klien e il kinetismo: la tipografia che si muoveva un secolo prima degli schermi

Perché uno studio del 1924 somiglia alla motion graphics di oggi

Quando mostro questa immagine a studenti di grafica, la reazione più frequente è: sembra una sigla. Non è un caso. Il kinetismo affrontava un problema che il cinema stava rendendo urgente: come rappresentare il tempo su una superficie ferma. Le risposte di Klien, cioè scia, sequenza, traiettoria e punto di arresto, sono le stesse categorie con cui ragiona chiunque oggi progetti un logo animato, un titolo di testa o una transizione tra le schermate di un’app.

Con una differenza che trovo istruttiva. Oggi il movimento lo diamo per scontato, perché basta un software. Klien doveva suggerirlo senza poterlo mostrare, e questo la obbligava a una disciplina severa: ogni eco grigia ha uno spessore preciso, ogni scalino è calibrato. Molte animazioni contemporanee che vedo funzionano male proprio perché il movimento sostituisce la composizione invece di nascere da essa. Se il fotogramma fermo non regge, l’animazione non lo salverà.

Una storia di oblio: perché ce ne siamo dimenticati

Le ragioni dell’oblio sono più di una. Il kinetismo è rimasto legato a una scuola e a un maestro, senza un manifesto aggressivo come quello dei futuristi e senza una rete internazionale come quella del Bauhaus. Klien poi ha lasciato Vienna nel 1929 e a New York ha lavorato soprattutto come educatrice, lontana dal mercato che costruiva le reputazioni. Infine c’è il fatto, che vale per molte donne del design dimenticate di quella generazione, che il loro lavoro veniva spesso letto come esito di una scuola e non come ricerca personale.

La sua nascita in Valsugana aggiunge un altro paradosso. Per la storiografia austriaca era un’artista viennese, per quella italiana una straniera. Il suo doppio nome, Erika Giovanna, racconta già quella terra di confine. Oggi la grande mostra viennese organizzata con un istituto italiano mi sembra il segnale che si sta finalmente ricucendo questa doppia appartenenza.

Tre principi del kinetismo da usare sulle tue impaginazioni

Questa è la parte che uso di più nel mio lavoro, ed è il motivo per cui torno spesso a questi fogli. Se un manifesto, un’insegna o una slide ti sembrano morti e non capisci perché, prova a guardarli con le tre domande che Klien sembra porsi.

  1. Direzione: dove va l’occhio? Stampa la tua pagina in piccolo e seguila con il dito partendo dall’elemento più scuro. Se il dito gira a vuoto o si ferma subito, manca una traiettoria. Prova a inclinare un solo elemento, una fascia di colore o una riga di testo, di pochi gradi. Una sola diagonale basta spesso a dare un verso a tutta la composizione.
  2. Ritmo: c’è una ripetizione riconoscibile? Klien ripete le lettere scalando il tono. Tu puoi ripetere un elemento grafico tre o quattro volte riducendone progressivamente opacità o dimensione. Lavora per intervalli regolari, perché il cervello ama prevedere il passo successivo, e poi rompi la serie in un punto preciso: lì cadrà l’attenzione.
  3. Velocità percepita: dove si accelera e dove ci si ferma? Contrasti forti e forme sottili e allungate leggono veloci, mentre forme compatte e centrate leggono lente. Nello studio della foto il bersaglio rosso è il freno. Nella tua slide chiediti qual è il punto di sosta: di solito deve coincidere con il messaggio principale, che sia una cifra, un nome o un invito.

Un esercizio che faccio fare spesso: prendi una parola, il tuo nome per esempio, e componila tre volte. La prima ferma e centrata, la seconda con una sola lettera ruotata, la terza con una lettera ripetuta in tre toni sfalsati. Mettile una accanto all’altra. In dieci minuti capisci sulla carta quello che Čižek chiedeva ai suoi studenti un secolo fa, e cioè che il movimento in grafica non dipende dagli effetti speciali: è una scelta di composizione.

Che cosa ci lascia questo foglio

Lo studio tipografico di Erika Giovanna Klien è piccolo, fragile, nato in un’aula. Eppure contiene in germe un modo di pensare la lettera come qualcosa che accade nel tempo, non solo nello spazio. Per chi lavora con i caratteri, gli schermi e le identità visive, è un antenato diretto. Per chi vive in Trentino o passa da Borgo Valsugana, è un buon motivo per entrare in un piccolo museo e scoprire che una delle anticipatrici della grafica in movimento era nata lì.

Fonti

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