Abbazia di Bath: la volta a ventaglio promessa nel 1503 e finita solo dai vittoriani

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Nel 1503 due capomastri inglesi scrissero una frase che li avrebbe inseguiti per secoli. Robert e William Vertue, muratori regi di Enrico VII, avevano appena convinto il vescovo Oliver King a coprire di pietra il coro della nuova chiesa di Bath, e per rassicurarlo sull’esito dissero che di volta così bella non ce ne sarebbe stata nessuna, né in Inghilterra né in Francia. La promessa è documentata, la volta esiste, ed è davvero una delle più belle del gotico tardo inglese. Il punto è che quella promessa venne mantenuta solo per metà: la pietra arrivò sul coro, la navata restò coperta di legno per oltre tre secoli e mezzo. Chi entra oggi e guarda in alto vede un soffitto apparentemente unitario, e in realtà sta guardando due cantieri distanti trecentocinquant’anni.

Un vescovo, un sogno e una cattedrale in rovina

Sul luogo dell’abbazia si pregava da oltre un millennio: un monastero anglosassone fondato attorno al 675, poi la grande cattedrale normanna avviata alla fine dell’XI secolo, un edificio circa trenta metri più lungo dell’attuale chiesa. Alla fine del Quattrocento quella cattedrale era ridotta a un rudere ingombrante, troppo grande e troppo malandata per una comunità benedettina ormai in difficoltà.

Oliver King diventa vescovo di Bath e Wells nel 1495. La tradizione, scolpita sulla facciata occidentale, racconta che sognò una scala con angeli che salivano e scendevano, un ulivo con una corona e una voce che gli chiedeva di restaurare la chiesa. Che il sogno sia leggenda devozionale o giustificazione a posteriori di una scelta politica, il risultato è visibile: sul fronte ovest gli angeli salgono lungo due scale di pietra di Bath, uno dei pochi casi in cui la committenza di un edificio è raccontata sull’edificio stesso.

Nel 1499 iniziano i lavori. King non chiama maestranze locali: chiama i muratori del re. I Vertue lavoravano per la corona Tudor, e il loro nome resta legato ai grandi cantieri di quegli anni, dalla cappella di Enrico VII a Westminster alla cappella di San Giorgio a Windsor. Vale la pena fermarsi su una data: mentre in Italia Michelangelo scolpiva la Pietà e il Rinascimento era in pieno svolgimento, in Inghilterra si stava costruendo l’ultima grande stagione del gotico. Il perpendicolare inglese non è un ritardo culturale, è un’altra strada: linee verticali, pareti quasi interamente sostituite da vetrate, e volte pensate come superfici continue anziché come intelaiature di costoloni.

La volta che nessuno aveva previsto

Il dettaglio tecnico più interessante di Bath è che la volta a ventaglio non era nel progetto iniziale. La decisione di coprire il coro con la pietra arriva quando i muri erano già quasi finiti, e l’edificio conserva la prova dell’improvvisazione: il grande finestrone est ha la sommità piatta, tipica di un ambiente destinato a un soffitto ligneo orizzontale, e la volta gli si adatta sopra in modo goffo, quasi trattenendo il fiato. Nella navata, meno avanzata, si fece in tempo a correggere: il finestrone occidentale ha la sommità ad arco, coerente con una copertura voltata.

Chi si accorge, guardando in alto, che qualche costolone non cade esattamente a piombo sui sostegni, o che le geometrie non sempre si chiudono con la pulizia che ci si aspetterebbe, non sta immaginando: sta leggendo un cantiere che ha cambiato idea in corsa. La volta a ventaglio funziona così: una serie di semiconi rovesciati, tutti con la stessa curvatura e con i costoloni disposti a raggiera equidistante, che si aprono dai punti d’appoggio e si incontrano al centro. È un sistema magnifico e rigido, che si accontenta poco delle irregolarità di un edificio nato per altro.

Il 29 agosto 1503 Oliver King muore. La chiesa non è finita né consacrata, e il vescovo finisce sepolto a Wells, non nel cantiere che aveva voluto. Gli succede il cardinale Adriano Castellesi, il cui stemma compare ancora sul soffitto del coro e sulle volte delle navatelle laterali del coro. Sono proprio quegli stemmi a datare il cantiere meglio di qualsiasi documento: gli stemmi dei vescovi successivi sono assenti, quindi la muratura era conclusa entro il 1518, anno in cui Castellesi perse la sede. Con King morto e Castellesi fuori gioco, la navata perse il suo finanziatore. Le volte, lì, non se ne parlò più.

La rinuncia lasciò una traccia che è ancora possibile leggere nelle vedute antiche: sui fianchi della navata restavano i monconi degli archi rampanti già avviati. Andarono tagliati, perché senza la spinta della volta a compensare il loro carico avrebbero cominciato a spingere i muri verso l’interno. Un archetto rampante che non contrasta niente non è un ornamento innocuo: è un peso mal collocato.

Tre secoli e mezzo di legno, e un temporale provvidenziale

Poi arrivò il 1539. Il priore consegnò il monastero alla corona, la comunità benedettina fu dissolta, la chiesa perse lo status di concattedrale a favore di Wells e venne letteralmente spogliata: ferro, vetri e piombo delle coperture vendutiSì, e l’edificio abbandonato al deperimento. Passò di mano fra privati e nel 1572 i resti senza tetto furono donati alla municipalità di Bath, che non riusciva a trovare i fondi per il recupero. Nel 1574 Elisabetta I promosse una sottoscrizione nazionale e nel 1583 stabilì che l’ex abbazia diventasse la chiesa parrocchiale della città: è per questo che oggi Bath ha una chiesa di dimensioni quasi cattedralizie con funzione di parrocchia.

La navata tornò coperta grazie a James Montague, vescovo di Bath e Wells dal 1608 al 1616, che pagò di tasca propria mille sterline per un nuovo tetto ligneo. L’iscrizione sulla sua tomba, l’arca di alabastro nella navatella nord, racconta che si decise dopo essersi trovato a cercare rifugio dalla pioggia dentro la navata senza tetto, durante un temporale. Aneddoto perfetto per essere sospetto, ma è il monumento stesso a tramandarlo. Convenzionalmente si data al 1611 la fine di questa lunghissima prima fase costruttiva.

Nell’Ottocento arriva un episodio che gli architetti trovano irresistibile. Nel 1833 l’architetto comunale George Phillips Manners avvia un restauro e aggiunge alla navata degli archi rampanti nuovi. Non intendendo voltare la navata, li fa decorativi e cavi: pura scenografia gotica, senza alcun compito statico. Trent’anni dopo qualcuno metterà la volta, e quei contrafforti nati come finzione si troveranno improvvisamente in un edificio che genera spinte reali. L’ordine consueto delle cose, prima la struttura poi la forma, a Bath si è invertito.

I vittoriani finiscono il lavoro dei Tudor

Nel 1859 il nuovo rettore Charles Kemble, davanti a murature che si sbriciolavano, chiama George Gilbert Scott, l’architetto più impegnato del gotico revival britannico. Il cantiere va dal 1864 al 1874: fuori si mettono a posto pietre, legnami del tetto e facciata occidentale; dentro l’interno viene riscritto. L’organo e il tramezzo vengono spostati dalla crociera al transetto nord, e per la prima volta lo sguardo corre libero da ovest a est, in un unico colpo d’occhio. Vengono inseriti i banchi in tutta la chiesa, il pavimento della navata viene rifatto per ospitare un impianto di riscaldamento e la grande vetrata est, con cinquantasei scene della vita di Cristo, viene completata nel 1873.

Ma la mossa decisiva è un’altra: il soffitto ligneo della navata viene rimosso e sostituito da una volta a ventaglio in pietra, costruita sul modello di quella cinquecentesca del coro. Non un finto cassettone dipinto: pietra vera, con la stessa logica geometrica. Scott completò cioè la promessa dei Vertue con tre secoli e mezzo di ritardo, e lo fece nel modo più difficile, mettendosi a copiare una tessitura che chiunque avrebbe potuto confrontare a dieci metri di distanza.

Il risultato è il paradosso di Bath: la volta più famosa del gotico perpendicolare inglese è, per la parte che il visitatore ammira di più camminando dall’ingresso, un manufatto vittoriano. Il coro e le sue navatelle sono Tudor, con gli stemmi cardinalizi ridipinti seguendo uno schema di colore ottocentesco; la navata è del 1860-70. Sapendolo, l’occhio inizia a cercare le differenze di intaglio e di ritmo, e le trova. Non è un difetto: è la biografia dell’edificio scritta nel suo stesso soffitto.

Abbazia di Bath: la volta a ventaglio promessa nel 1503 e finita solo dai vittoriani

Il pavimento che cedeva e l’acqua calda dei Romani

Per un secolo e mezzo il problema di Bath non è stato in alto, ma sotto i piedi. Sotto le lastre del pavimento ci sono oltre ottomilacinquecento sepolture, accumulate soprattutto fra Seicento e prima metà dell’Ottocento, fino a quando la chiesa smise di seppellire al proprio interno. Terreno rimaneggiato, casse collassate, vuoti: il pavimento si stava sfondando lentamente sotto i fedeli e i quattrocentomila visitatori annuali. Nel 2010 l’abbazia lancia il progetto Footprint, un intervento da 19,3 milioni di sterline finanziato in larga parte dalla lotteria del patrimonio; i lavori dentro la chiesa partono a maggio 2018, per settori, e si concludono all’inizio degli anni Venti.

Il gruppo di lavoro ha combinato progettazione (Feilden Clegg Bradley Studios), ingegneria impiantistica (BuroHappold), impresa locale e archeologia (Wessex Archaeology). Le lastre sono state numerate, documentate, riparate e riposate: oltre 2.400 pietre, di cui centinaia sono lapidi commemorative incise. Qui le cifre non coincidono fra le fonti, e vale la pena dirlo: le schede storiche più antiche parlano di 847 lastre funerarie e 617 memoriali a parete, la documentazione del cantiere di 891 pietre memoriali con i nomi di circa millecinquecento persone, sepolte fra il 1625 e il 1845. È il ritratto di una città intera, dai notabili georgiani ai bottegai, un pavimento di memoria che ricorda quello di Santa Croce a Firenze.

Scavando sono emersi strati che nessuno aveva mai visto: parti di un pavimento a mattonelle dei primi del Trecento nella navata, frammenti della cattedrale normanna, una testa d’angelo scolpita del primo Quattrocento, resti romani, e soprattutto rare tombe anglosassoni a carbone, con il fondo della fossa rivestito di carbone di legna, un rito di cui non conosciamo il significato preciso e che sembra riservato a sepolture di rango. In tutto sono state documentate oltre cento sepolture in posto e i resti sparsi di più di duemiladuecento individui, poi ricollocati nella cappella del cimitero dell’abbazia. Nel corso degli scavi si è scoperto che uno dei pilastri di legno che sostengono la tribuna dell’organo, con un carico dell’ordine delle quaranta tonnellate, in pratica non poggiava su nulla: galleggiava.

La parte che preferisco è l’impianto. Dentro il pavimento nuovo corre un riscaldamento a bassa temperatura alimentato dal calore delle sorgenti termali di Bath, le stesse che scaldano le Terme romane. Il Grande Collettore romano, che ancora oggi porta l’acqua a 45 gradi dalle terme al fiume Avon con una portata di quattordici o quindici litri al secondo, passa proprio accanto al cortile sud dell’abbazia; da decenni quel calore finiva semplicemente in fiume. L’acqua però è troppo aggressiva per circolare negli impianti, con oltre quaranta minerali e concentrazioni alte di solfati e cloruri: serve uno scambiatore, e una pompa di calore da circa 200 kW che porta il pavimento intorno ai 23 gradi e l’aria interna sui 20. Al posto delle griglie metalliche del sistema a trincea di età vittoriana, un calore che sale dal basso e non asciuga l’aria: meglio per le persone, meglio per le pietre, meglio per i bilanci. Un edificio del 1499 riscaldato da un’infrastruttura del I secolo, con la mediazione della tecnologia di oggi.

Cosa si vede oggi, e come visitarla

L’abbazia dei Santi Pietro e Paolo è chiesa parrocchiale attiva, tutelata come monumento di primo grado dal 1950 e parte del sito UNESCO della città di Bath. Si visita: l’ingresso è a offerta o biglietto contenuto secondo la stagione, con orari che si adattano alle funzioni, ed è consigliabile controllare il calendario perché concerti e cerimonie civiche chiudono la navata con una certa frequenza. Nei sotterranei georgiani, recuperati proprio dal progetto Footprint, si trovano gli spazi museali e i servizi per il pubblico.

Cosa guardare, oltre alla volta. La facciata occidentale con gli angeli sulle scale, che è la firma di Oliver King. La cappella funeraria del priore Birde, un capolavoro di intaglio tardogotico che passa inosservato perché sta in basso. Le cinquantadue finestre che occupano circa l’ottanta per cento delle pareti e che fanno di questo interno di sessantasette metri una scatola di luce, l’opposto della penombra romanica. La tomba di alabastro del vescovo Montague, l’uomo del temporale. E il pavimento, che oggi è la cosa più nuova e la più antica dell’edificio insieme.

Sulla volta un consiglio pratico, da chi ci ha passato più tempo del ragionevole con il collo piegato: sedetevi in un banco e guardate in alto da lì. In piedi si resiste cinque minuti, e le geometrie a ventaglio meritano molto di più. Poi provate a individuare il punto in cui il coro Tudor cede il passo alla navata vittoriana. Quando lo trovate, avete capito quasi tutta la storia di questo edificio.

Fonti

Tag:Architettura gotica

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