New York Public Library: la notte in cui una rosetta cadde dal soffitto della Rose Main Reading Room

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Una notte di maggio del 2014, nella sala di lettura più famosa d’America, non c’era nessuno. La Rose Main Reading Room chiude la sera, le lampade di bronzo restano accese poche ore in più per le pulizie, poi il silenzio. In quel silenzio una rosetta di gesso decorativo si è staccata da uno dei cassettoni del soffitto ed è caduta per sedici metri, atterrando tra i tavoli di quercia vuoti. Nessun ferito, nessun libro rovinato: solo un pezzo di ornamento in frantumi sul pavimento e una domanda che ha tenuto chiusa la sala per due anni. Se quel frammento fosse caduto dodici ore prima, sotto ci sarebbero state duecento persone chine sui volumi.

Da quel singolo pezzo di gesso è partita un’indagine che ha smontato, letteralmente, la parte più ammirata dell’edificio. E che ha riportato a galla una storia di committenza, ingegneria nascosta e un architetto morto pochi mesi prima di vedere finita l’opera della sua vita.

Tre biblioteche, un serbatoio d’acqua e un medico con la matita

La New York Public Library nasce nel 1895 da una fusione: la Astor Library, la Lenox Library e il lascito di Samuel J. Tilden, avvocato ed ex governatore dello Stato di New York, che destinò il proprio patrimonio a una biblioteca gratuita per la città. Nell’America dell’età dorata la ricchezza privata costruiva ancora spazi pubblici monumentali: qui il denaro dei filantropi si sposò con quello del Comune, che finanziò l’edificio e ne restò proprietario.

Il sito scelto era occupato dal Croton Distributing Reservoir, il grande serbatoio in granito che dal 1842 riforniva d’acqua Manhattan, con mura egittizzanti spesse come quelle di una fortezza, tra la Quinta Strada e la Sesta, all’altezza della 42esima. Smontarlo fu un cantiere dentro il cantiere: la demolizione iniziò alla fine degli anni Novanta dell’Ottocento e andò avanti per anni, con il granito recuperato e riutilizzato altrove. La biblioteca più bella di New York sta letteralmente sopra un ex bacino idrico, e il parco che le fa da giardino sul retro, Bryant Park, occupa l’altra metà di quell’area.

La cosa più interessante, però, non la disegnò un architetto. Il primo direttore dell’istituzione era John Shaw Billings, medico militare e bibliografo, uomo abituato a ragionare per flussi di informazione: fu lui a fissare lo schema funzionale dell’edificio, con un’enorme sala di lettura collocata in cima, appoggiata su una montagna di depositi di libri, in modo che un volume richiesto al banco potesse salire in pochi minuti. È un’idea da ingegnere idraulico applicata alla conoscenza: il libro scorre verso l’alto come l’acqua nelle tubature.

Il concorso del 1897 e la sorpresa che spiazzò McKim

Nel 1897 il concorso per l’edificio raccolse decine di proposte: gli studi coinvolti furono 88, e la selezione arrivò a una cerchia ristretta di finalisti tra cui McKim, Mead & White, cioè il nome più potente dell’architettura americana del tempo. Vinse invece lo studio di John Merven Carrère e Thomas Hastings, due ex allievi dell’École des Beaux-Arts di Parigi che si erano fatti conoscere con gli alberghi di Henry Flagler in Florida. La stampa specializzata dell’epoca parlò di trionfo personale; Charles McKim, si racconta, non nascose la sorpresa. Da quel giorno Carrère & Hastings diventarono lo studio più richiesto della città.

Il loro linguaggio è il Beaux-Arts, che per un lettore italiano è più familiare di quanto sembri: marmo bianco (qui il Dorset del Vermont), assi di simmetria, scaloni cerimoniali, e un repertorio decorativo che pesca a piene mani nel Rinascimento romano e fiorentino. Il percorso interno, dall’atrio in marmo alle scale monumentali fino al terzo piano, è costruito come una processione: si sale, e la ricompensa è la sala.

Un soffitto finto-antico appeso sopra sette piani di libri

La Rose Main Reading Room è lunga circa 90 metri e larga 24, con soffitto a quasi 16 metri: una navata laica, illuminata da finestre ad arco sui due lati lunghi. Chi la fotografa guarda in alto e vede un soffitto a cassettoni con cornici dorate, rosette al centro di ogni riquadro e, incastonati nei comparti maggiori, cieli dipinti con nuvole. Sembra il soffitto di un palazzo romano del Cinquecento trasportato a Manhattan. È esattamente l’effetto voluto, ed è una finzione tecnica raffinata.

Quel soffitto non è una struttura portante di legno massiccio: è un apparato decorativo di legno, tela e gesso sospeso a una struttura metallica nascosta. Le nuvole non sono affreschi ma tele dipinte, tradizionalmente attribuite al pittore decoratore James Wall Finn; sul quanto di quella pittura originale sia sopravvissuto alle campagne di restauro del Novecento le fonti non concordano, e chi promette certezze su questo punto va preso con cautela. Le rosette, invece, sono ornamenti in gesso fissati uno per uno: centinaia di pezzi, appesi.

Sotto il pavimento della sala, poi, c’è la parte che nessuno vede: sette livelli di scaffalature in acciaio e ghisa, un edificio dentro l’edificio, che non sono soltanto contenitori ma struttura. I depositi reggono il piano della sala di lettura. Il libro arrivava dal basso, chiamato da schede inviate con tubi pneumatici e consegnato da montacarichi. Nell’insieme: un serbatoio d’acqua demolito alla base, sette piani di ferro e carta nel mezzo, e in cima una sala con il soffitto di un palazzo rinascimentale appeso al vuoto.

Carrère non vide l’inaugurazione

All’inizio del 1911 l’edificio era quasi finito. John Merven Carrère, nato a Rio de Janeiro da padre americano, aveva 52 anni e stava all’apice della carriera. A febbraio l’automobile su cui viaggiava fu coinvolta in uno scontro con un tram: morì il 1º marzo 1911 per le conseguenze delle ferite. La biblioteca fu dedicata il 23 maggio successivo, alla presenza del presidente William Howard Taft, e aperta al pubblico il giorno dopo, con migliaia di persone in coda per entrare.

Nel frattempo era accaduta una cosa che dice molto su cosa fosse quell’edificio per la città: la salma di Carrère venne vegliata nell’atrio in marmo della biblioteca, lo spazio che lui stesso aveva disegnato e che non aveva ancora visto in funzione. Thomas Hastings portò a termine l’opera da solo e sopravvisse al socio di venticinque anni. A Carrère la città dedicò poi un memoriale nel Riverside Park.

New York Public Library: la notte in cui una rosetta cadde dal soffitto della Rose Main Reading Room

Due anni di cantiere, novecento rosette, cavi d’acciaio invisibili

Torniamo alla rosetta caduta. La reazione della biblioteca fu di chiudere immediatamente la sala e ispezionare l’intero soffitto, insieme a quello dell’adiacente Bill Blass Public Catalog Room, che ha la stessa altezza e lo stesso tipo di apparato. L’ispezione richiese ponteggi da terra fino a sedici metri: la sala di lettura più celebre del mondo si trasformò in una selva di tubi metallici, tavoli accatastati e teli.

Il verdetto fu che il problema non era una rosetta difettosa ma un principio costruttivo vecchio di un secolo: fissaggi in gesso e metallo che, dopo cent’anni di vibrazioni, umidità, cicli termici e infiltrazioni dal tetto, non offrivano più la garanzia necessaria sopra la testa di migliaia di lettori al giorno. La soluzione adottata è di una logica quasi brutale nella sua semplicità: ogni singola rosetta — sono circa novecento tra le due sale, e il numero varia a seconda di come si contano i pezzi — è stata ancorata alla struttura sovrastante con cavi d’acciaio, in modo che anche in caso di cedimento del gesso il pezzo resti appeso. Un secondo sistema di sicurezza, completamente invisibile dal basso. In parallelo sono stati rifatti impianti, illuminazione, cablaggio dati e il tetto.

La cifra che circola per l’intervento è di circa 12 milioni di dollari, in gran parte di provenienza filantropica: gli importi riportati oscillano perché il progetto include lavori impiantistici e di copertura che non riguardano solo il soffitto. La sala ha riaperto il 5 ottobre 2016, dopo oltre due anni di chiusura. Nello stesso periodo è entrato in funzione un nuovo deposito sotterraneo sotto Bryant Park, con milioni di volumi e un sistema automatico di trasporto: la vecchia idea di Billings, il libro che sale verso il lettore, tradotta in tecnologia contemporanea.

C’è un ultimo capitolo, poco noto: nel 2017 la Landmarks Preservation Commission di New York ha designato come interni tutelati anche la Main Reading Room e la Catalog Room, che nel vincolo del 1974 sul percorso cerimoniale non erano incluse. È come se, dopo la paura, la città avesse deciso di mettere per iscritto che quella sala non è arredo sostituibile ma monumento.

Cosa si vede oggi, e come si entra

Oggi la sala si chiama Rose Main Reading Room dal 1998, quando una donazione della famiglia Rose finanziò una precedente campagna di restauro; l’intero edificio, dal 2008, porta il nome di Stephen A. Schwarzman dopo un lascito di 100 milioni di dollari. I nomi cambiano, la logica resta quella dell’età dorata: capitali privati che pagano bellezza a uso pubblico, in un luogo dove chiunque entra gratis, si siede a un tavolo di quercia, accende la lampada di bronzo e chiede un libro.

Chi arriva oggi trova il soffitto pulito, i cieli dipinti leggibili, le lampade con luce migliore e i tavoli attrezzati per i computer. Non vede nulla dei cavi. La biblioteca è aperta al pubblico con ingresso libero dalla Quinta Strada tra la 40esima e la 42esima: si sale lo scalone, si attraversa la rotonda affrescata e si entra nella sala, dove è ammesso restare a leggere e scattare fotografie senza flash, in silenzio. Ci sono visite guidate gratuite offerte dalla biblioteca, ed è possibile richiedere volumi ai banchi centrali come faceva un lettore del 1911.

Il dettaglio che consiglio di cercare, quando ci si siede: alzare gli occhi e guardare il bordo di una rosetta. Sembra un pezzo di Rinascimento italiano appeso a un palazzo americano. In realtà è un ornamento di gesso di centodieci anni, tenuto su da un cavo d’acciaio, sopra sette piani di libri, sopra il fondo di un serbatoio d’acqua, in una sala firmata da un architetto che non l’ha mai vista in uso.

Fonti

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