La prima cosa che colpisce, arrivando dalla superstrada a nord di Beirut, è che questo edificio non ha un nome. Non c’è una targa con un toponimo evocativo, non c’è il solito residence intitolato a un cedro o a una vedova illustre. C’è un numero: 1282. È il numero della particella catastale su cui poggia, e per Bernard Khoury quel numero è la cosa più onesta che si possa scrivere su una facciata.
Chi lo vede per la prima volta pensa a uno scafo. A una nave in disarmo, a una carcassa metallica arenata in mezzo a un campo. Non è una lettura sbagliata: lo stesso Khoury, quando ne parla, lo chiama l’edificio-nave. Ma la nave, qui, non è un’immagine romantica. È il risultato di un calcolo freddissimo su cosa succederà a questo pezzo di città nei prossimi vent’anni.
Nove nuclei di cemento come in una fabbrica
I numeri del progetto raccontano già molto. Il lotto misura 5.400 metri quadrati, l’edificio ne costruisce 25.800 e contiene 95 loft industriali, con tagli che vanno dai 100 ai 650 metri quadrati. Le altezze interne sono di 5,3 metri: più del doppio di un appartamento normale, l’altezza di un piano nobile ottocentesco o di un capannone. Le piante sono libere, con il minimo di tramezzi possibile: chi compra si arrangia, come nei loft ricavati nelle fabbriche dismesse di Brooklyn o della Bovisa, con la differenza che qui la fabbrica non c’è mai stata. È stata costruita nuova, dal nulla, con l’aspetto di un impianto industriale.
Il gesto strutturale è il più visibile: i solai non si appoggiano a un nucleo centrale nascosto, come in qualunque palazzina, ma si organizzano attorno a nove nuclei verticali portanti tenuti a vista, ciascuno dei quali serve al massimo due appartamenti per piano. Nove torri di cemento armato e acciaio esibite all’esterno, con le scale, gli ascensori, gli impianti. Tutto ciò che di solito si copre di intonaco e si dimentica, qui diventa il volto dell’edificio. Il risultato è quella silhouette scheletrica, aggressiva, che assomiglia più a un cantiere navale che a un condominio di lusso.
La scelta non è decorativa. Portando le circolazioni fuori dal perimetro, i piani restano completamente liberi e le facciate possono essere vetrate dal pavimento al soffitto su ogni orientamento. Oggi da dentro si vede tutto: la vecchia stazione ferroviaria abbandonata, le caserme militari, i ritagli di terreno agricolo sopravvissuti, la superstrada larga trenta metri. Un panorama a 360 gradi che, in una città densissima come Beirut, è un lusso raro. Ed è esattamente il lusso che Khoury sapeva destinato a scomparire.
Il vero committente si chiama assenza di piano regolatore
Per capire perché un architetto battezzi i suoi edifici con i numeri del catasto bisogna guardare la periferia di Beirut. In molti settori ai margini della città vengono applicati indici di sfruttamento edilizio molto alti su zone ancora del tutto inedificate. Non esiste un piano regolatore che governi la crescita: le uniche regole in campo sono le linee guida di un regolamento edilizio municipale complesso e antiquato, ed è su quelle che i costruttori impostano i loro schemi. Il risultato, come dice Khoury senza giri di parole, è una gentrificazione rapidissima che produce condizioni urbane catastrofiche.
Chi conosce le periferie italiane cresciute negli anni Sessanta, dove le palazzine si sono inseguite senza standard e senza servizi, ha già in mente il meccanismo. La differenza è che a Beirut il fenomeno si è innestato su un dopoguerra vero, su un tessuto strappato da quindici anni di guerra civile e su uno Stato che, secondo la lettura che Khoury ripete da decenni, non ha mai davvero ricostruito gli strumenti per regolare la città. Il problema, insiste, è politico, non architettonico: gli architetti stanno in fondo alla catena.
Ma stare in fondo alla catena non significa non poter fare niente. Il numero catastale, allora, diventa una firma polemica: non un nome che finge un’identità, un quartiere, una storia, ma la coordinata amministrativa nuda con cui la città viene comprata, venduta e riempita di metri cubi. Plot #732 ad Achrafieh, Plot #2251, Plot #450 a Saifi, Plot #1063, Plot #1072: l’intero catalogo dello studio DW5 è un elenco di particelle. È il modo più diretto di dire che a Beirut, oggi, l’unità di misura dell’architettura non è il quartiere ma il lotto.
Progettato per essere accerchiato
Qui sta il dettaglio che sfugge a chi guarda una fotografia. Il perimetro del lotto misura 430 metri, e di questi meno di 12 metri affacciano su una strada pubblica. Tutto il resto confina con proprietà private ancora vuote. Tradotto: praticamente ogni lato dell’edificio, prima o poi, avrà davanti a sé un altro edificio, costruito da qualcun altro, secondo indici generosissimi, senza nessuno che coordini l’insieme. Khoury lo dice esplicitamente: la sua nave è aperta sul cento per cento del proprio perimetro, mentre il 98 per cento di quel perimetro è circondato da lotti privati che un giorno potranno voltarle le spalle.
La risposta progettuale è duplice e un po’ schizofrenica, e questa è la sua forza. Da un lato il progetto celebra il presente: l’assenza di costruito, la rarefazione del tessuto, le vetrate continue che si prendono tutto il vuoto attorno. Dall’altro anticipa la densificazione futura con arretramenti applicati su tutto il perimetro, cioè con una distanza costruita in anticipo tra sé e i vicini che ancora non esistono. Le facciate sono estremamente permeabili, e Khoury mette per iscritto che quella permeabilità dovrà affrontare situazioni imprevedibili. In altre parole: quando i palazzi arriveranno, i nuclei di cemento, gli arretramenti e la profondità dei fronti faranno da schermo, e l’edificio diventerà cieco dove serve senza dover essere rifatto.
È un progetto che contiene la propria futura mutazione. Non un manifesto sull’eternità dell’architettura, ma una macchina da abitare che dichiara di aspettare la città. Khoury parla, per progetti come questo, di posture a volte suicide: episodi isolati su singoli lotti, in mezzo a un oceano di tessuto aggressivo.
Da un ex bunker discoteca alla nave
Questa attitudine non nasce nel 2017. Khoury, nato a Beirut nel 1968, figlio dell’architetto Khalil Khoury che lavorava il cemento a vista e che nel 1977 partecipò al piano per la ricostruzione del centro, si è formato alla Rhode Island School of Design e a Harvard, rientrando in Libano nel 1993 con l’idea, poi delusa, di far parte di uno sforzo collettivo di ricostruzione. Il suo progetto Evolving Scars, che proponeva di trasformare la demolizione delle rovine in un atto architettonico pubblico, rimase sulla carta mentre il centro veniva riscritto secondo un piano che lui giudicava politicamente orientato a sterilizzare quel pezzo di città.
La rivincita arrivò nel 1998 con B018, il locale di musica notturna che gli diede notorietà internazionale. Khoury lo costruì nella Quarantina, l’area vicino al porto che era stata luogo di quarantena in epoca coloniale, poi insediamento di ventimila rifugiati, poi teatro di un massacro e di una demolizione totale nel gennaio 1976. Non fece un edificio: scavò. Il locale sta sotto terra, coperto da un enorme disco metallico che sembra una piattaforma per elicotteri e che si apre di notte, così che si balli sottoterra sotto il cielo aperto. Un bunker e una fossa comune allo stesso tempo, dichiaratamente temporaneo: i suoi primi progetti di intrattenimento erano concepiti con una durata di vita limitata e prestabilita. B018 invece è ancora lì, e nel 2019 lo stesso Khoury lo ha rimesso mano rendendolo ancora più cupo, con lampade a forma di colonna vertebrale che fungono anche da pali da ballo.
Vent’anni separano il buco nel terreno della Quarantina dalla nave di cemento e vetro del lotto 1282. Il metodo è lo stesso: prendere una condizione insostenibile, non nasconderla, costruirla.
Cosa resta oggi
L’edificio è stato completato nel 2017 e nella pubblicistica internazionale circola anche con il nome commerciale di Factory Lofts, che è appunto il nome che l’operazione immobiliare si è data e che lo studio non usa. Nella documentazione dell’autore resta soltanto il numero. Va detto con onestà che sull’indirizzo preciso e sull’identità del promotore la documentazione ufficiale è avara: quello che è pienamente verificato è la collocazione nella periferia settentrionale della città, accanto al terminal ferroviario dismesso, alle caserme e alla superstrada, in una zona che al momento del progetto non era nemmeno classificata come residenziale.
Quello che è accaduto dopo ha reso l’edificio ancora più eloquente. Il Libano è entrato in una crisi economica e finanziaria devastante, e il 4 agosto 2020 l’esplosione al porto di Beirut ha colpito direttamente tre edifici di Khoury, i più vicini al punto dello scoppio: la torre di Saifi sul lotto 450, il lotto 1063 e il lotto 1072. Hanno perso rivestimenti, vetri, legno, metallo, alluminio, con alcuni danni strutturali. Sono giganti giovanissimi, come li ha definiti il loro autore, e portano nomi che sono soltanto numeri di particella. Anche in quel caso, la nomenclatura burocratica ha finito per raccontare più di qualsiasi targa.
Plot #1282 è un complesso residenziale privato: non si visita, non ha spazi aperti al pubblico, non c’è una biglietteria. Si vede benissimo dall’esterno, dalla strada e dalla superstrada che lo fiancheggia, e per ora si vede tutto intero, isolato nel suo campo di vuoti. Il giorno in cui i lotti attorno saranno costruiti, la nave sarà incassata tra i palazzi e i nove nuclei di cemento smetteranno di sembrare una scelta espressiva per diventare quello che sono sempre stati: una difesa preparata in anticipo. Chi vuole entrare in un’architettura di Khoury a Beirut, invece, può ancora scendere di notte dentro B018, che è il progetto pensato per essere provvisorio e che si è rivelato il più duraturo di tutti.
Fonti
- Bernard Khoury / DW5. Plot # 1282. Sito ufficiale dello studio.
- Bernard Khoury / DW5. B018. Sito ufficiale dello studio.
- ArchDaily (2017). Plot # 1282 / Bernard Khoury / DW5.
- Domus (2018). Beirut. Bernard Khoury designs a residential building that foresees the future.
- Archello. PLOT # 1282, Bernard Khoury / DW5.
- Archello. Plot # 732, Bernard Khoury / DW5.
- Identity. Intervista a Bernard Khoury sull’architettura come resistenza.
- ArchDaily (2021). The Contemporary Approach to Rebuilding Cities Post-Disaster: The Case of Beirut.
- Artforum. Bernard Khoury.
- Dezeen (2019). Bernard Khoury gives Beirut’s B018 nightclub an even darker upgrade.
- Bidoun. Bernard Khoury: A Crack in the Surface.
