Perché i loghi diventano tutti uguali: sessant’anni di insegne Taco Bell spiegano il blanding

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

La tavola che ho davanti è una linea del tempo secca, sei marchi impaginati in ordine con le date su pennellate rosse. Si parte da un lettering del 1962 fatto di tessere colorate storte, ognuna con il suo fondo giallo, verde, arancio o rosso, come una ghirlanda di carta appesa sopra una cucina. Poi arriva il 1972: solo tipografia, un grassetto marrone dai terminali spessi, quasi intagliato nel legno. Nel 1985 compare la campana gialla dentro un sole a fasce arancioni e rosse. Nel 1992 la stessa campana diventa rosa su un blocco viola con un taco giallo incastrato alla base. Dal 1994 al 2016 la campana rosa si gonfia su un campo blu con un anello viola e un taco che sembra un occhio socchiuso. E infine il 2016: un profilo di campana viola, piatto, due mezzelune sovrapposte, nessuna ombra, nessun contorno, e sotto un lettering nero senza personalità. Sei immagini, una traiettoria chiarissima: dal disegno al segno, dal segno al glifo.

Lavoro da anni su identità e insegne, e ogni volta che mostro questa sequenza a un cliente succede la stessa cosa: tutti indicano il 1985 o il 1994 e dicono che erano più belli. Quasi sempre hanno ragione sull’emozione e torto sulle cause. Perché l’appiattimento non è una moda calata dall’alto da gente senza gusto: è il risultato di quattro pressioni molto concrete. Vale la pena smontarle una per una, perché sono le stesse che si abbattono sull’insegna di una pasticceria di provincia o sul logo di uno studio tecnico.

Quando l’edificio era il logo

Il primo locale del marchio, aperto nel 1962 a Downey in California, non aveva bisogno di un’icona: era esso stesso l’icona. Arcate, muratura chiara, riferimenti alla tradizione delle missioni californiane, un volume riconoscibile dalla carreggiata. In quella cultura dell’automobile l’architettura commerciale americana funzionava come segnaletica: forme esagerate, tetti inclinati, angoli acuti, insegne che erano parte della struttura. È la logica che gli enti di tutela della costa ovest studiano oggi come stile a sé, con campagne di conservazione dedicate proprio perché quegli edifici erano comunicazione prima che architettura.

Non è un dettaglio romantico: quel primo edificio esiste ancora. Nel 2015 l’azienda lo ha sollevato dalle fondazioni e trasportato per una settantina di chilometri fino alla sede centrale, sottraendolo alla demolizione. Un marchio che salva un fabbricato di cinquantatré anni sta ammettendo, senza dirlo, che il valore identitario stava lì, nelle arcate, non nel file vettoriale. E intanto, sulle strade, quelle arcate sono state sostituite da scatole neutre dove l’unico elemento riconoscibile è una campana stampata su un pannello. L’edificio ha smesso di parlare e ha delegato tutto al logo. Quando delega tutto al logo, il logo deve sopravvivere da solo, ovunque. Ed è qui che comincia la semplificazione.

Perché i loghi diventano tutti uguali: le quattro forze

La prima forza è la miniatura. Un marchio oggi vive più spesso come quadratino da pochi millimetri su uno schermo che come insegna. Il taco incastrato nella campana del 1992, a quella scala, diventa una macchia indistinta. Le sfumature del sole del 1985 diventano fango. Chi progetta lo sa e taglia.

La seconda è la produzione. Ho seguito abbastanza ricami e serigrafie da sapere che ogni colore in più è un telaio in più, ogni sfumatura è un problema, ogni contorno sottile sotto il millimetro si chiude o si spezza. Un marchio a tre colori con ombre costa di più su divise, tovagliette, imballaggi, vetrofanie, e degrada peggio. Un profilo pieno a un colore no.

La terza è l’illuminazione. Un’insegna a cassonetto retroilluminata a LED rende bene le superfici piene e male i dettagli fini: i tratti sottili si spengono, le graduazioni si bruciano. Se poi aggiungi la manutenzione su centinaia di punti vendita, la forma semplice vince per ragioni di costo.

La quarta è il sistema. Un marchio contemporaneo non è un’immagine, è una famiglia di applicazioni: positivo, negativo, monocromatico, animato, ritagliato dentro un cerchio da un social, adattato alla modalità scura. Un disegno pittorico non regge quel numero di trasformazioni. Un glifo sì. Il risultato aggregato di queste quattro spinte è il fenomeno che in gergo si chiama blanding: marchi tecnicamente ineccepibili e reciprocamente intercambiabili.

Piatto o tridimensionale: cosa dice davvero la ricerca

Qui la letteratura di ergonomia cognitiva è più interessante dei dibattiti online. Gli studi sperimentali sulle icone mostrano un compromesso preciso: le icone piatte tendono a offrire prestazioni migliori nella ricerca visiva, cioè quando l’occhio deve individuare rapidamente un elemento in mezzo ad altri, e il vantaggio cresce quando il compito si fa difficile. Ma nei compiti di riconoscimento e richiamo lo scenario si ribalta, perché gli elementi realistici e ricchi di dettaglio danno più appigli alla memoria. Altre ricerche condotte confrontando adulti giovani e anziani hanno rilevato prestazioni migliori delle icone skeuomorfiche nella ricerca visiva per entrambe le fasce d’età, segno che il risultato dipende molto dal compito, dal contesto e dall’età dell’utente.

Tradotto: il marchio del 2016 è probabilmente più veloce da individuare su una schermata affollata, ma ha meno ganci per restare in testa. La campana del 1994, con l’anello e il taco-occhio, era più lenta ma più memorabile. Non è nostalgia, è un bilancio tra due funzioni diverse.

Il colore che non dice più cibo

C’è un secondo scambio, ancora più evidente nella tavola: la palette. Rosso, giallo, arancio e verde del periodo 1962-1994 sono i colori di ciò che c’è nel piatto. Il viola e il fucsia dal 1992 in poi appartengono al vocabolario dell’intrattenimento notturno, non della tavola. Attenzione però a non cadere nel folklore: la ricerca sperimentale sul rapporto fra colore e appetito è più sfumata di come viene raccontata, e ci sono studi che mostrano quanto l’effetto attribuito al colore dipenda anche dalle aspettative indotte nell’osservatore. Il punto solido non è che il rosso apra lo stomaco, ma che un colore coerente con la categoria aiuta a collocare il marchio nella giusta casella mentale. Un viola desaturato dice tecnologia, servizi, wellness. Dice tante cose. Non dice tortilla.

Perché i loghi diventano tutti uguali: sessant’anni di insegne Taco Bell spiegano il blanding

La prova del francobollo e quella del pettine

Sul lavoro uso due verifiche banali, e le consiglio a chiunque stia rifacendo il logo di una piccola attività, una targa o un’insegna. La prima è la prova del francobollo: stampa il marchio in un quadrato da un centimetro e mezzo. Se scompare, il disegno è troppo carico. La seconda è la prova a distanza: guarda l’insegna da cinque o dieci metri con gli occhi socchiusi. Se ciò che resta è una macchia riconoscibile e diversa dalle altre della via, il lavoro è buono; se resta una macchia riconoscibile ma identica a mille altre, hai ottenuto igiene e perso identità.

Due parametri tecnici aiutano a non andare a occhio. Il primo è l’altezza dei caratteri in rapporto alla distanza di lettura: la letteratura sulla leggibilità dei segnali concorda che altezza del carattere, contrasto di luminanza rispetto al fondo e rapporto tra larghezza e altezza della lettera sono i fattori che determinano la distanza a cui un testo si legge, e che un rapporto larghezza-altezza più vicino a 1:1 migliora la leggibilità a distanza. Il secondo è il contrasto: chiaro su scuro o scuro su chiaro, senza mezze misure. Il lettering nero del marchio attuale, su questo, è molto più efficiente del grassetto marrone del 1972.

In Italia le insegne hanno un’altra grammatica

Chi progetta insegne nei nostri centri storici lavora dentro una cornice normativa che negli Stati Uniti semplicemente non esiste con quella forza. Sugli edifici e nelle aree tutelate come beni culturali il collocamento di cartelli e mezzi pubblicitari è vietato salvo autorizzazione del soprintendente, che valuta se l’intervento danneggia l’aspetto, il decoro o la pubblica fruizione del bene. E sul fronte luminoso, il regolamento di attuazione del Codice della Strada fissa limiti precisi per le insegne lungo o in prossimità delle strade: niente luce intermittente e intensità luminosa non superiore a 150 candele per metro quadrato, né comunque tale da provocare abbagliamento.

Questo vincolo, che molti vivono come una seccatura, è una delle ragioni per cui le insegne storiche italiane invecchiano meglio: lettere singole in metallo o vetro, dorature, smalti, caratteri disegnati su misura, illuminazione radente invece di cassonetti. Sono soluzioni nate per convivere con una facciata, non per urlare da una carreggiata a 60 all’ora. E producono esattamente ciò che ai marchi globali oggi manca: differenza.

Quando semplificare è igiene e quando è amnesia

Nella letteratura di marketing i loghi, i caratteri, i colori e i personaggi vengono studiati come asset distintivi, cioè elementi non verbali capaci di richiamare il marchio anche in assenza del nome. Il criterio per giudicare un restyling, allora, non è il gusto: è quanto di quel patrimonio di riconoscibilità resta in piedi dopo il taglio. La campana è sopravvissuta a sei versioni ed è l’unica costante reale della tavola: è un asset vero. Il carattere disegnato, invece, è stato abbandonato, e con lui è sparita gran parte della personalità. Come nota chiunque guardi l’ultima versione, sotto quella campana si potrebbe scrivere quasi qualsiasi nome che contenga la parola bell e funzionerebbe uguale. Quello è il sintomo dell’amnesia.

La lezione operativa che porto a casa, e che applico quando qualcuno mi chiede di svecchiare un marchio: semplifica la costruzione, non l’identità. Elimina le ombre, i gradienti, i contorni fragili, i colori che non sopravvivono alla serigrafia. Ma conserva almeno un elemento irriducibile e strano, una lettera con un difetto, un colore fuori posto, una proporzione che nessun altro userebbe. È quello che l’occhio ricorda dopo mesi. Il resto è solo file che pesa poco.

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