Perché alcuni oggetti non vengono mai migliorati: la lezione del tappetino da orinatoio

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Sembra un pezzo di alveare verde traslucido. Un disco esagonale di plastica morbida, largo quanto una mano aperta, formato da centinaia di celle a nido d’ape ciascuna coronata da una piccola punta conica. Il bordo non è rifilato: è frastagliato, perché il perimetro segue la geometria delle celle. In alto a destra una zona piena, senza fori, fa da linguetta e ospita il marchio stampato. Il materiale si flette: lo appoggi nella conca ceramica di un orinatoio e si adatta alla curvatura senza rompersi. È uno degli oggetti più prodotti e meno guardati del mondo, e negli ultimi vent’anni è cambiato pochissimo.

Ci lavoro intorno da anni, ogni volta che mi capita di scrivere il capitolato dei bagni di una palestra, di un bar o di un ufficio. E ogni volta mi accorgo che la domanda giusta non è perché è brutto, ma perché nessuno lo cambia. Non è pigrizia dei progettisti: è un blocco, e ha quattro cause molto precise.

La forma non è arbitraria: nasce da un problema di fluidodinamica

Le punte non sono decorazione. Un getto d’acqua che colpisce una superficie dura genera schizzi in funzione dell’angolo d’impatto: la ricerca sulla dinamica dell’orinatoio mostra che lo spruzzo di ritorno è massimo quando il getto arriva quasi perpendicolare alla parete e crolla man mano che l’angolo si riduce. Il lavoro più recente su questo tema quantifica la soglia: sotto i 30 gradi d’incidenza lo schizzo diventa quasi trascurabile.

Un tappeto di punte fa due cose insieme. Frantuma il getto prima che raggiunga il fondo liscio della ceramica, e trasforma una superficie dura e continua in una superficie discontinua che trattiene il liquido invece di respingerlo. In più le celle aperte lasciano defluire tutto verso lo scarico e fermano ciò che non deve arrivarci: gomme da masticare, mozziconi, carta. Chi gestisce bagni pubblici sa che una disostruzione costa più di dieci anni di tappetini.

Questo oggetto è già la versione migliorata di qualcos’altro

Qui c’è l’aneddoto che quasi nessuno conosce. Il predecessore diretto era la pastiglia deodorante, il disco bianco o azzurro che si consumava nel tempo. Per decenni quei blocchi si basavano su para-diclorobenzene, lo stesso composto delle palline antitarme. Il Report on Carcinogens statunitense lo classifica tra le sostanze ragionevolmente sospettate di essere cancerogene per l’uomo, e ne documenta proprio l’uso storico come deodorante per ambienti e blocchi per servizi igienici. Quando quella chimica è diventata indifendibile, l’oggetto è stato riprogettato da zero: polimero flessibile, profumazione a lento rilascio, geometria antischizzo.

È un caso raro e prezioso: un redesign che ha vinto. Ma non ha vinto perché era più bello. Ha vinto perché una forza esterna — la pressione normativa e sanitaria su un ingrediente — ha sbloccato il progetto. Senza quella spinta, la pastiglia sarebbe ancora lì.

Le quattro forze che congelano un oggetto d’uso quotidiano

Il fenomeno ha un nome in economia dell’innovazione: path dependence. Una soluzione si afferma presto, spesso per ragioni contingenti, e poi i rendimenti crescenti dell’adozione la rendono quasi impossibile da scalzare anche quando esistono alternative migliori. Il caso di scuola è la tastiera QWERTY. Ma la dinamica si vede meglio sugli oggetti umili, e si scompone in quattro forze.

La misura che nessuno può cambiare da solo. Questo tappetino deve entrare in una conca ceramica che non ha progettato lui. La norma europea sugli orinatoi sospesi fissa requisiti costruttivi e metodi di prova per gli apparecchi in ceramica sanitaria o acciaio inossidabile, e non copre né gli orinatoi a canale né quelli senz’acqua. Tradotto: l’accessorio è schiavo di una geometria decisa altrove. Puoi cambiare le punte, non il perimetro.

Lo stampo ammortizzato. Un oggetto stampato a iniezione ha un costo iniziale enorme nell’utensile e un costo per pezzo bassissimo. Quando lo stampo ha già prodotto decine di milioni di pezzi, il costo marginale è solo resina e ciclo macchina. Modificare la forma significa ricominciare da capo un investimento già ripagato. Ho visto aziende serie rinunciare a migliorie evidenti solo per questo: il conto non torna mai in tempo utile.

Il brevetto scaduto. Quando la protezione cade, la forma diventa copiabile da chiunque. Il prodotto smette di essere un vantaggio competitivo e diventa una commodity a catalogo: a quel punto investire in ricerca per differenziarsi non conviene, perché il concorrente copierà in sei mesi vendendo a meno. È la ragione per cui certi oggetti restano identici proprio dopo essere diventati economici.

La memoria motoria di chi lo usa. L’ultima forza è la più sottovalutata. Cambiare un oggetto d’uso quotidiano significa insegnare di nuovo un gesto a milioni di persone. Chi ordina forniture per un ufficio riordina lo stesso codice senza pensarci: è il gesto più economico che esista. Ogni novità, in un ambiente condiviso, produce reclami prima ancora di produrre benefici — chiunque abbia sostituito una fotocopiatrice in un open space lo sa.

Dove il progetto si sta davvero muovendo

La cosa interessante è che l’innovazione, bloccata sull’accessorio, si è spostata a monte: sulla forma dell’orinatoio stesso. Un gruppo di ricerca ha ricavato per via matematica le curve che mantengono l’impatto del getto sempre sotto la soglia critica, arrivando a due geometrie battezzate Cornucopia e Nautilus che riducono lo schizzo a poco più dell’uno per cento rispetto a un apparecchio convenzionale. Fra le due, la seconda è considerata preferibile perché la sua altezza la rende utilizzabile da più persone, bambini e utenti seduti compresi. È un ottimo esempio di come si sblocca un oggetto fermo: non ritoccando l’accessorio, ma cambiando il pezzo che detta la geometria a tutti gli altri.

Perché alcuni oggetti non vengono mai migliorati: la lezione del tappetino da orinatoio

La seconda spinta è l’acqua. I programmi di efficienza idrica spingono gli orinatoi a scarico verso volumi molto contenuti, nell’ordine di meno di due litri per risciacquo, e la diffusione dei modelli senz’acqua cambia completamente il ruolo dell’accessorio: dove non c’è flusso, il tappetino non è più un filtro ma un elemento di controllo degli odori e dei depositi.

Il punto critico: il profumo non è un miglioramento

Su un aspetto sono severo. La profumazione intensa di questi prodotti viene venduta come prestazione, ma è la parte meno difendibile del progetto. La letteratura sulla qualità dell’aria indoor documenta che i deodoranti per ambienti emettono un numero elevato di composti organici volatili e che nessuna normativa, né in Europa né altrove, obbliga a dichiarare per intero gli ingredienti di una fragranza. In un bagno pubblico, cioè in un ambiente spesso poco ventilato e frequentato da personale che ci passa ore, mascherare l’odore non equivale a risolverlo: la variabile vera resta la ventilazione. Un buon prodotto dovrebbe puntare sulla geometria e sul drenaggio, non sul profumo.

Quattro domande da fare a qualsiasi oggetto che si dichiara migliorato

Questa griglia la uso davvero, dal tappetino da orinatoio all’apriscatole, e mi ha risparmiato parecchi acquisti inutili.

  • Quale difetto misurabile risolve? Se il produttore non sa dirti cosa diminuisce — schizzi, otturazioni, tempo di pulizia, litri d’acqua — non ha risolto niente, ha solo ridisegnato.
  • Ha aggiunto parti mobili? Ogni cerniera, molla o incastro è un punto di rottura in più. La versione migliorata di un oggetto monoblocco che diventa multicomponente va guardata con sospetto.
  • Ha aggiunto materiale o ne ha tolto? I redesign onesti quasi sempre sottraggono. Quelli di marketing aggiungono spessore, superfici cieche e loghi in rilievo.
  • Cambia un gesto o lo rispetta? Se per usarlo devi imparare qualcosa di nuovo, il beneficio deve essere enorme, altrimenti l’oggetto verrà usato male.

La morale, per me, è che gli oggetti fermi da decenni non sono monumenti alla mancanza di idee. Sono equilibri: fra una norma che qualcun altro ha scritto, uno stampo già pagato, un brevetto ormai di tutti e una mano che non vuole reimparare. Quando uno di quegli equilibri si rompe — un ingrediente vietato, un vincolo idrico, una geometria ricalcolata da capo — l’oggetto si muove di colpo. Imparare a riconoscere quale delle quattro forze sta cedendo è, secondo me, il modo più onesto di guardare il design industriale.

Fonti

Tag:Forma e funzione

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