Chi sale a piedi dalla città bassa verso la Place Royale, a Bruxelles, incontra a un certo punto una cosa che sembra fuori posto: un edificio nero, alto sei piani, appoggiato a un angolo stretto e in pendenza, fatto quasi solo di vetro e di ferro. Non ha muri, non ha pietra, non ha cornici di intonaco. Ha una struttura metallica dipinta di scuro che regge lastre di vetro grandi come porte, una pensilina lavorata come una spilla e una torretta d’angolo con una cupola di ferro battuto. Si chiama ancora Old England, come il negozio di moda che lo fece costruire, e dal 2000 ospita il Museo degli Strumenti Musicali, il MIM.
La cosa più interessante di questo edificio è che è stato progettato per non contenere niente. Doveva essere una vetrina abitabile, un contenitore vuoto e trasparente per esporre abiti. Quel vuoto, cent’anni dopo, gli ha salvato la vita.
Un negozio inglese ai piedi del palazzo del re
Old England non nasce come monumento. Nasce come un’insegna commerciale britannica installata a Bruxelles nel 1886, nella rue Montagne de la Cour, la strada ripidissima che collegava la Place Royale al centro basso della città. Le fonti oscillano tra il definirla una casa di moda inglese o scozzese: l’insegna giocava consapevolmente sull’immagine dell’eleganza d’oltremanica, che alla fine dell’Ottocento a Bruxelles voleva dire tessuti buoni, sartoria maschile, accessori. Il negozio funzionò, si allargò ai numeri vicini e nel 1911 arrivò fino alla Place Royale.
Nel 1898 la proprietà decise il salto: un edificio nuovo, tutto suo, in un punto dove la città stava letteralmente cambiando pelle. Perché proprio in quegli anni, tra il 1897 e il 1898, l’intero quartiere Saint-Roch, il tessuto medievale di vicoli e case addossate alla Montagne de la Cour, veniva raso al suolo. Leopoldo II voleva lì il suo Mont des Arts, un complesso monumentale che mostrasse al mondo le conquiste economiche e culturali del giovane Belgio, secondo un progetto dell’architetto Henri Maquet. Il borgomastro Charles Buls si oppose, difese un piano più modesto e rispettoso del quartiere, perse e nel 1899 si dimise. Il Senato negò poi i crediti necessari, e per l’Esposizione universale del 1910 quella immensa ferita urbana venne mascherata da un giardino provvisorio. Il Mont des Arts che vediamo oggi, con le sue terrazze e il giardino disegnato da René Pechère, è arrivato solo alla fine degli anni Cinquanta, e i lavori si sono trascinati fino agli anni Sessanta.
Old England, quindi, viene costruito sul bordo di un cantiere di demolizione. È un negozio che si affaccia su un futuro promesso e non ancora esistente. Questo spiega molto della sua faccia: doveva farsi vedere, in mezzo alle macerie e alle impalcature.
Costruire senza muri: la scommessa del ferro
Il progetto porta la firma di Paul Saintenoy (1862-1952), che apparteneva a una vera dinastia di architetti: figlio di Gustave Saintenoy, nipote di Jean-Pierre Cluysenaar, l’uomo delle Galeries Saint-Hubert, la galleria coperta bruxellese del 1847 che precede di vent’anni la Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. Saintenoy era anche storico dell’architettura e restauratore, formato sul razionalismo strutturale di Viollet-le-Duc: uno che credeva che la forma dovesse dire la verità sulla struttura. Non ebbe mai la fama di Victor Horta o Paul Hankar, ma qui firmò il suo lavoro migliore.
La domanda di permesso di costruire è del 1898; i lavori si concludono l’anno dopo. Saintenoy non lavora da solo: la documentazione d’archivio registra la collaborazione dell’architetto J. De Becker e dell’ingegnere E. Wyhowski, mentre le ferramenta sono attribuite a P. Desmedt. Il lotto era pessimo: stretto, in forte pendenza, curvo perché seguiva l’andamento della strada. Con la muratura tradizionale ne sarebbe uscito un edificio pesante e buio. Con il ferro, no.
Qui sta il punto tecnico che rende Old England importante e non solo bello: è, con ogni probabilità, il primo grande edificio commerciale interamente metallico del Belgio. Ferro e vetro non solo nell’ossatura, ma anche nelle facciate. Nessun muro portante, nessuna parete cieca. I pilastri sono sottili colonnine con base alta e capitello a motivo vegetale; il resto è vetro. Al centro della facciata verso la rue Montagne de la Cour, dal quarto livello, sporge un bovindo rettangolare che sale fino a un attico ad arco; all’angolo, la torretta con la cupola di ferro battuto serve a una cosa sola, farsi notare da lontano.
Il resto del programma era altrettanto moderno per il 1899: gres ceramico policromo a fasce decorative in facciata (le piastrelle uscivano da una manifattura bruxellese specializzata in ceramica architettonica), illuminazione elettrica, un ascensore che portava a una terrazza panoramica. Un negozio che vendeva anche l’esperienza di salire in cima e guardare la città dall’alto, esattamente come fanno oggi i grandi magazzini con i loro rooftop.
E il colore. Old England è nero. In un quartiere di facciate chiare e neoclassiche, a due passi dai palazzi bianchi della Place Royale, Saintenoy piazza una struttura scura e trasparente insieme, che di giorno riflette e di notte, accesa, diventa una lanterna. Era una provocazione calcolata: il nome evocava la vecchia Inghilterra, l’architettura urlava contemporaneità.
1938: la facciata messa a nudo
Il destino delle mode è invecchiare in fretta. Nel 1938, appena quarant’anni dopo, l’Art Nouveau era considerato ridicolo, roba da nonni. La proprietà decise di svecchiare l’immagine del negozio nel modo più brutale: le ferramenta decorative in ghisa e ferro battuto vennero smontate perché giudicate superflue, e la facciata metallica fu ridipinta di bianco. Restava la gabbia, senza i suoi gioielli. È una delle tante amputazioni subite dall’Art Nouveau bruxellese nel Novecento, in un paese che nel frattempo demoliva senza troppi rimpianti anche la Maison du Peuple di Horta.
Poi il commercio se ne andò. L’attività di Old England in quella sede si esaurì, l’edificio passò ad altri usi – l’ultimo occupante fu un negozio di tappeti orientali – e negli anni Settanta rimase vuoto. Vuoto per davvero, per anni, nel punto forse più fotografato della capitale del Belgio. Le fotografie di quel periodo mostrano un guscio bianco e sporco, con i vetri opachi e le insegne staccate, in mezzo a un Mont des Arts appena finito e già discusso.
Sulle date del salvataggio le fonti non concordano e vale la pena dirlo: si legge del riacquisto da parte dello Stato belga nel 1972, nel 1978 o nel 1979, mentre l’intero sito risulta passato alla Régie des Bâtiments, l’ente che gestisce gli immobili pubblici federali, nel 1983. Certa è invece la data che conta di più: il 30 marzo 1989 l’edificio viene classificato come monumento. Da quel momento non si poteva più toccarlo, e bisognava decidere cosa farne.
Un museo che cercava casa, un edificio che non poteva ospitarlo
La risposta arrivò dal Museo degli Strumenti Musicali, fondato nel 1877 e da sempre a corto di spazio, con una collezione che oggi supera gli ottomila pezzi ed è tra le più importanti al mondo. Sembrava l’accoppiata perfetta. Tecnicamente era un problema serio.
Un museo ha bisogno di stabilità: temperatura e umidità costanti, luce controllata. Il legno degli strumenti antichi, le pelli, le corde, le vernici dei liuti e dei clavicembali reagiscono a ogni sbalzo. Un edificio interamente di vetro, esposto al sole e al freddo, è esattamente ciò che un conservatore non vuole. La soluzione trovata in fase di progetto è, a mio parere, la mossa più intelligente di tutta l’operazione: si decise di usare l’edificio di Saintenoy come colonna vertebrale del museo, dedicandolo ai percorsi e alle circolazioni, e di collocare le sale espositive climatizzate negli altri corpi. Il complesso del MIM, infatti, è un quadrilatero di circa 31 metri per 47 formato da tre edifici di epoche diverse: l’albergo neoclassico settecentesco sulla Place Royale, la struttura metallica Art Nouveau e una costruzione nuova su rue Villa Hermosa. La gabbia di vetro fa quello per cui era nata: far salire e scendere le persone mostrando loro la città.
Il restauro fu lungo e paziente. Le facciate vennero riportate allo stato originario sulla base dei pochi documenti d’epoca sopravvissuti e delle scoperte fatte in cantiere: ornamenti in ferro battuto, ghisa e gres ceramico, elementi decorativi delle travi e dei soffitti, i mosaici del piano terra. La silhouette con la torretta fu ricostituita. Il lavoro sulle facciate si chiuse nel 1994 e valse il premio del Quartier des Arts. Nel 1998 il MIM divenne ufficialmente occupante dell’edificio e nel giugno del 2000, dopo due anni di allestimento, il museo aprì al pubblico. Nel giugno 2025 ha festeggiato i venticinque anni in questa sede.
Una precisazione per chi guarda le grandi lastre di vetro e si chiede se siano quelle del 1899: no. Le vetrate sono state rifatte nella campagna di restauro, in continuità con l’impaginazione originale, che già prevedeva pannelli molto ampi. È uno dei casi in cui il restauro ha restituito l’effetto, non la materia.
Cosa si vede oggi, e come si visita
Old England è oggi uno degli ultimi esemplari conservati di una tipologia che ha avuto vita breve e intensa: il grande magazzino a struttura metallica, di gran moda intorno al 1900 e spazzato via nel giro di pochi anni dal successo del cemento armato. Guardarlo significa vedere un ramo evolutivo dell’architettura che si è interrotto.
Dentro, l’esperienza è strana e riuscita. Le scale e i pianerottoli corrono dentro la struttura di ferro, con la città che entra da tutte le parti; le vetrine che dovevano esporre cappotti oggi incorniciano i tetti del Mont des Arts, la cupola della Bibliothèque royale, la guglia del municipio in lontananza. Le collezioni si distribuiscono su quattro livelli espositivi, dagli strumenti antichi europei a quelli meccanici, dalla musica popolare agli strumenti extraeuropei. Il dispositivo che rende il MIM diverso da quasi tutti i musei di strumenti è la cuffia: percorrendo le sale si ascoltano le registrazioni degli strumenti che si hanno davanti, che partono avvicinandosi alle vetrine. Si sente prima e si guarda dopo. In un edificio nato per essere puro sguardo, il senso dominante è diventato l’udito: un rovesciamento che vale da solo la visita.
Il museo fa parte dei Musei reali d’Arte e Storia, si trova in rue Montagne de la Cour 2, di fronte alla fontana di Alexander Calder e a pochi passi dal Museo Magritte. È aperto al pubblico regolarmente e accessibile con biglietto; in alcune giornate speciali, come la Festa della musica di giugno, l’ingresso è gratuito. Un avvertimento pratico: il ristorante panoramico e la terrazza all’ultimo piano, per molti anni uno dei migliori punti di vista sulla città, sono attualmente chiusi per un cantiere di rinnovamento, con riapertura prevista non prima del 2028. Conviene verificare la situazione sul sito del museo prima di salire, per non arrivare in cima e trovare la porta chiusa.
Resta il fatto, che continuo a trovare istruttivo: un edificio progettato per vendere abiti, mutilato dalla moda, abbandonato per decenni e considerato inadatto a diventare un museo, si è rivelato utile proprio per ciò che gli mancava. Non aveva muri, e per questo è diventato il percorso. È la dimostrazione che il riuso migliore non è quello che piega l’edificio alla nuova funzione, ma quello che scopre a cosa quell’edificio è davvero bravo.
Fonti
- Inventaire du patrimoine architectural de la Région de Bruxelles-Capitale. Old England, rue Montagne de la Cour 2. urban.brussels.
- Inventaire du patrimoine architectural. Mont des Arts. Région de Bruxelles-Capitale.
- Régie des Bâtiments. Bruxelles – Musée des instruments de musique. Stato federale belga.
- VRT NWS (2025). Le Musée des instruments de musique de Bruxelles fête ses 25 ans à l’Old England.
- AAM Editions. Old England et le Musée des Instruments de Musique. Archives d’Architecture Moderne.
- Admirable Art Nouveau. Ancien magasin Old England. Ville de Bruxelles.
- Inside Art Nouveau. The Former Old England department store.
- urban.brussels. Le Mont des Arts, collana Bruxelles, Ville d’Art et d’Histoire.
- Brussels Museums. MIM – Musée des Instruments de Musique.
- Reflexcity. Old England, architecte Paul Saintenoy. Documentazione storica su Bruxelles.
- CEHIBRUX. Panorama vu du Mont des Arts (vers 1922). Cercle d’histoire de Bruxelles.
