Duomo di Colonia: la storia del cantiere piu’ lungo d’Europa, nato da un furto a Milano

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Nella navata destra della basilica di Sant’Eustorgio, a Milano, c’e’ un sarcofago di pietra enorme e vuoto. Sul coperchio, una stella e una scritta settecentesca: Sepulcrum trium Magorum. E’ il contenitore piu’ famoso e piu’ disertato d’Italia: le ossa che avrebbe dovuto custodire stanno a novecento chilometri di distanza, dentro una cassa d’oro alta poco meno di due metri, nel coro della cattedrale di Colonia. Tutto il Duomo di Colonia — il cantiere piu’ lungo d’Europa, seicentotrentadue anni tra la prima pietra e l’ultima — nasce da quel trasloco forzato. Chi entra oggi in cattedrale e alza gli occhi verso le volte a quarantatre metri sta camminando dentro un reliquiario gigante costruito attorno a un bottino di guerra italiano.

Il bottino di Milano e la cassa d’oro

Il fatto e’ questo. Federico I Barbarossa rade al suolo Milano nel 1162. Rainaldo di Dassel, arcivescovo di Colonia e arcicancelliere dell’Impero, ottiene dall’imperatore, come parte del bottino, le reliquie venerate a Sant’Eustorgio come corpi dei Re Magi. Il 23 luglio 1164 le ossa entrano a Colonia. Le fonti divergono sul dettaglio cronologico: la tradizione milanese colloca la razzia nel 1162, durante la distruzione della citta’, e racconta che i fedeli avessero nascosto le reliquie nella chiesa di San Giorgio al Palazzo, dentro le mura, e che Rainaldo avesse scoperto l’inganno; la storiografia tedesca registra invece il 1164 come data dell’arrivo. C’e’ di piu’: una parte degli studiosi fa notare che i milanesi cominciano a lamentare la perdita solo dopo che a Colonia il pellegrinaggio dei Magi era gia’ avviato, e questo apre una domanda scomoda su quanto quelle reliquie fossero venerate a Milano prima del trasferimento. Sono nodi ancora aperti, e vale la pena dirlo invece di scegliere la versione piu’ comoda.

Quello che non e’ in discussione e’ l’effetto. Colonia diventa una delle grandi mete di pellegrinaggio dell’Occidente cristiano, alla pari con Roma, Santiago e Gerusalemme. Tra il 1190 circa e il 1225 l’orafo Nicola di Verdun e la sua bottega costruiscono per quelle ossa il Dreikonigenschrein, il reliquiario dei Tre Re: tre sarcofagi accostati in forma di basilica, oro, argento dorato, smalti, oltre mille tra gemme e cammei antichi. E’ considerato il capolavoro assoluto dell’oreficeria medievale europea. Il problema e’ che quel gioiello stava dentro una cattedrale carolingia, il cosiddetto Duomo di Ildeboldo, che al confronto sembrava un ripostiglio.

Il capitolo della cattedrale prende allora una decisione radicale: demolire e ricostruire, non in stile renano ma alla francese, con le proporzioni e la tecnica delle grandi cattedrali dell’Ile-de-France. Il 15 agosto 1248 l’arcivescovo Corrado di Hochstaden posa la prima pietra. Il primo maestro d’opera si chiama Gerhard: di lui sappiamo poco piu’ del nome. Il suo progetto guarda ad Amiens per la struttura del coro e, con ogni probabilita’, alla Sainte-Chapelle di Parigi — consacrata proprio nel 1248 — per l’idea di un involucro di vetro che regga da solo. Il coro di Colonia e’ esattamente questo: un enorme scrigno traslucido pensato per ospitare una cassa d’oro.

Il coro finito, poi il silenzio

La prima fase funziona. Il coro interno e’ compiuto verso il 1320, viene consacrato nel 1322 e il reliquiario dei Magi vi entra in processione solenne, sistemato nella cappella assiale. L’arredo di quel coro — stalli, pitture, vetrate — e’ arrivato fino a noi in misura eccezionale, ed e’ la parte del Duomo che conserva davvero l’aria del Trecento. Nel 1360 si getta la fondazione della torre sud. Nel 1448 e nel 1449 si fondono le campane Pretiosa e Speciosa, che suonano ancora oggi. Poi la macchina si inceppa: i cantieri si spostano su transetto, navate laterali e torre nord, i soldi si assottigliano, arrivano la Riforma, i conflitti confessionali, la guerra dei Trent’anni. Nel Cinquecento i lavori si fermano del tutto.

Per tre secoli Colonia convive con un troncone. Il coro gotico funzionante da una parte, la navata appena abbozzata e coperta alla meglio dall’altra, e sul lato ovest la torre sud interrotta a circa un terzo dell’altezza prevista. Su quel moncone stava una gru di legno girevole, alta oltre venticinque metri, montata nel Trecento per issare i conci. Fu in funzione forse una cinquantina d’anni. Ci resto’ piu’ di cinquecento. La gru compare nelle cronache cittadine, nelle vedute cinquecentesche, nelle incisioni: era diventata il simbolo di Colonia, l’equivalente urbano di una promessa non mantenuta. La citta’ la manteneva, sostituiva le travi marce, rifaceva il tetto di ardesia della casetta del verricello. Nessuno pensava seriamente di finire la chiesa, ma nessuno voleva rinunciare alla gru.

Per un lettore italiano il parallelo e’ immediato: la Fabbrica del Duomo di Milano, avviata nel 1386 e chiusa davvero solo nel Novecento, ha prodotto un modo di dire per le cose interminabili. Colonia ha fatto lo stesso, ma con un oggetto invece che con una frase.

Il disegno ritrovato: Darmstadt, Parigi, e un re prussiano

La svolta arriva per una catena di casualita’ che nessun romanziere si permetterebbe. Nell’estate del 1794, davanti all’avanzata delle truppe francesi, il capitolo della cattedrale fugge portandosi dietro l’archivio, che finisce disperso tra Darmstadt e altre sedi; buona parte del materiale passa in mani francesi. Tra le carte scomparse c’e’ il grande disegno originale della facciata occidentale su pergamena, quello che oggi chiamiamo Piano F: piu’ di quattro metri di altezza, l’alzato completo con le due torri e le guglie traforate. Senza quel foglio, finire il Duomo significava inventare.

Il 21 settembre 1814 Sulpiz Boisseree, mercante d’arte colonese e infaticabile propagandista della causa, riceve una lettera esaltata dall’architetto di corte di Darmstadt, Georg Moller: e’ saltata fuori una meta’ del disegno. Nel 1816 emerge a Parigi la seconda meta’. Il foglio si ricompone. La datazione oscilla — si e’ parlato a lungo di un disegno del 1370, ricerche successive lo collocano piu’ indietro nel Trecento — ma il punto e’ che i costruttori dell’Ottocento avevano finalmente l’alzato medievale, non una fantasia neogotica.

Boisseree lavorava al Duomo dal 1808: lo aveva misurato, disegnato, immaginato compiuto. Aveva perfino chiesto sostegno a Napoleone, senza esito. Tra il 1821 e il 1831 pubblica una serie di incisioni della cattedrale finita che accendono l’entusiasmo di mezza Germania, Goethe compreso. La ripresa arriva il 4 settembre 1842, quando Federico Guglielmo IV di Prussia posa la seconda prima pietra. E qui la vicenda cambia natura: per il re protestante che finanzia una cattedrale cattolica, il Duomo non e’ piu’ un reliquiario, e’ un monumento nazionale tedesco, un simbolo di unita’ sopra le confessioni e sopra gli stati. La stessa operazione, cinquant’anni prima, l’Italia l’avrebbe capita benissimo.

La cosa notevole e’ che il denaro pubblico non basto’ mai. Nello stesso 1842 i borghesi di Colonia fondano lo Zentral-Dombau-Verein, l’associazione per la fabbrica del Duomo, che finira’ per coprire circa il sessanta per cento dei costi del completamento. Esiste ancora e continua a pagare i restauri. I lavori li dirigono Ernst Friedrich Zwirner, maestro d’opera dal 1833 al 1861, e poi Richard Voigtel: prima il restauro dell’esistente, poi navata e transetto, infine le torri.

Il 29 febbraio 1868 cominciano a smontare la gru. Ci vogliono undici giorni, in mezzo a difficolta’ serie perche’ il legno era marcio e la folla guardava dal basso; il 13 marzo l’ultimo pezzo tocca terra. Colonia perde il suo emblema per riavere la torre. Nel 1842, in un gesto di regia perfetta, quella stessa gru era stata usata un’ultima volta per issare la pietra della ripresa dei lavori, addobbata di bandiere e con un’aquila di legno prussiana in cima; nel 1848 ci avevano issato il tricolore nero-rosso-oro. L’ultima pietra della torre sud e’ posata nel settembre 1880. L’associazione voleva festeggiare il 15 agosto, anniversario esatto del 1248; l’imperatore lascia passare la data e fissa per decreto il 15 ottobre, compleanno del fratello Federico Guglielmo IV. Anche la festa finale, insomma, fu una questione politica.

Quattordici bombe e una toppa di mattoni

Nel maggio 1942 Colonia diventa il primo bersaglio di un bombardamento con mille aerei. Tra il 1942 e il 1945 la cattedrale incassa circa settanta colpi, di cui quattordici bombe dirompenti pesanti, piu’ incendiarie e schegge d’artiglieria. Da lontano, nelle fotografie del 1945, il Duomo sembra intatto in mezzo a una citta’ rasa al suolo: le due torri sono ancora li’. Da vicino era un’altra storia. Nove volte su ventidue crollate tra navata e transetto, sei gravemente lesionate, il timpano del transetto nord venuto giu’, tutti i trafori delle finestre fuori piombo, il grande finestrone occidentale distrutto.

La salvarono, nell’immediato dopoguerra, ufficiali specializzati americani e poi britannici — i Monuments Men — che misero in sicurezza le strutture prima ancora che la citta’ avesse ricostruito le proprie case. Nel novembre 1943 una bomba aveva scavato un cratere in un contrafforte della torre nord tanto profondo da mettere in discussione la stabilita’ dell’intera torre: il buco venne tappato con mattoni rossi a vista, una pezza brutale in mezzo alla pietra grigia. Quella toppa e’ rimasta li’ per oltre sessant’anni ed era diventata a sua volta un pezzo dell’identita’ cittadina; quando fu deciso di richiuderla con pietra da taglio, tra il 1995 e il 2005, ci fu chi propose di lasciarla scoperta come monumento contro la guerra. Nel 1948, per i settecento anni dalla posa della prima pietra, il coro era gia’ di nuovo agibile.

Cosa si vede oggi, e cosa e’ tornato a Milano

Il Duomo di Colonia e’ patrimonio mondiale UNESCO dal 1996, iscritto per tre criteri culturali. Nel 2004 e’ finito nella lista dei siti in pericolo — unico monumento dell’Europa occidentale a subire questo trattamento — non per crolli o degrado, ma per i grattacieli progettati sulla riva opposta del Reno, a Deutz, che ne avrebbero compromesso il profilo. La citta’ ha introdotto limiti di altezza e nel 2006 il sito e’ uscito dalla lista. Una lezione utile a chiunque, in Italia, discuta di skyline e di tutela del contesto.

La visita e’ libera e gratuita fuori dagli orari liturgici, con percorsi separati per chi prega e chi guarda. Il reliquiario dei Magi sta dietro l’altare maggiore, nel coro, dove e’ stato ricollocato in posizione elevata e visibile: e’ l’oggetto per cui esiste tutto il resto. Nel transetto sud si sale la torre — poco piu’ di cinquecento gradini a chiocciola fino alla piattaforma sotto la cella campanaria — e a meta’ salita si passa accanto alla Petersglocke, la campana maggiore, che e’ tra le piu’ grandi campane oscillanti del mondo. Nel 2007 il transetto sud ha ricevuto una vetrata di Gerhard Richter fatta di migliaia di quadrati di vetro colorato disposti secondo una sequenza casuale: la scelta divise la citta’ e l’arcivescovo di allora non la amo’ affatto, ma oggi e’ uno dei motivi per cui ci si ferma li’ dentro. La Dombauhutte, la fabbrica del Duomo, lavora senza interruzione: sul Duomo di Colonia c’e’ sempre almeno un ponteggio, ed e’ il motivo per cui e’ ancora in piedi.

Quanto a Milano, la partita si e’ chiusa con un pareggio parziale. Dopo secoli di richieste andate a vuoto, nel 1903 il cardinale Andrea Carlo Ferrari ottenne dal cardinale Antonius Fischer, arcivescovo di Colonia, la restituzione di alcuni frammenti: una tibia, un perone, una vertebra. Furono deposti in Sant’Eustorgio per l’Epifania del 1904. Sono conservati in una teca nella cappella dei Magi ed esposti al pubblico nei giorni intorno al 6 gennaio; durante una pulizia recente, dentro la teca e’ stata ritrovata la pergamena che certifica l’accordo del 1904. Tre ossa contro una cattedrale alta centocinquantasette metri: non e’ un risarcimento, ma e’ il modo in cui la storia, ogni tanto, chiude un conto rimasto aperto per settecentoquarant’anni.

Fonti

Tag:Architettura gotica

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