Design macchine da caffè: perché la moka non poteva essere diversa e questa a capsule sì

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Sul piano di un negozio, ancora con il cartellino appeso, c’è una macchina a capsule nera opaca: corpo verticale, coperchio superiore color acciaio con maniglia incassata, serbatoio trasparente estraibile agganciato sul fianco sinistro, base circolare larga che fa da vaschetta di raccolta. Sul fronte, grande e centrato, il marchio. Sul cartellino leggo le promesse: erogazione a più getti, quattro formati tazza, serbatoio da 1,95 litri.

Ho passato anni a smontare, spostare e collocare macchine da caffè in cucine reali, e ogni volta torno alla stessa domanda: perché la moka di mia nonna, che costava poco, sembra disegnata da un maestro, e un oggetto tecnologicamente molto più complesso come questo mi lascia tiepido? La risposta non è nostalgia. È che alcune di quelle forme non potevano essere fatte diversamente, e questa sì.

La moka è bella perché la fisica non le lasciava scelta

La moka non è uno stile: è un diagramma di pressione trasformato in oggetto. Nella caldaia inferiore l’acqua viene portata a temperatura fino a quando il vapore saturo supera di poco la pressione atmosferica; quel piccolo salto spinge l’acqua su per il tubo e la costringe ad attraversare il letto di macinato, dove il flusso segue la legge di filtrazione lineare descritta dallo studio sperimentale pubblicato sull’American Journal of Physics. Un ordine di grandezza sotto l’espresso da bar, ma sufficiente.

Da quella fisica derivano tutte le scelte formali. Una camera in pressione vuole pareti spesse e una geometria a simmetria di rotazione o a poligono rigido, senza spigoli deboli. La fusione in alluminio, tecnica che Alfonso Bialetti aveva imparato lavorando in Francia prima di aprire la sua officina in Piemonte, premia le facce piane: si estraggono meglio dallo stampo e si rifiniscono con meno lavoro. L’ottagono, poi, offre una presa: quando la guarnizione si indurisce, quelle facce sono l’unico modo per svitare la caldaia senza attrezzi improvvisati. Aggiungi che l’alluminio conduce bene il calore e quindi accorcia i tempi, come ricorda la scheda dell’esemplare conservato al MoMA, e hai un oggetto in cui non c’è una singola linea decorativa. La bellezza è un effetto collaterale della necessità.

Il resto è storia industriale, non leggenda: introdotta nel 1933, in pieno dopo-crisi, la Moka Express portava in casa un caffè che prima si andava a bere al bar. Il salto commerciale arriva col figlio Renato, che concentra l’azienda su un solo prodotto e sull’ometto con i baffi come marchio. Un progetto che ha attraversato novant’anni senza cambiare quasi nulla.

Nove bar cambiano tutto: dalla leva al gruppo in vista

L’espresso è un’altra macchina perché è un’altra pressione. Le modellazioni pubblicate su Matter lavorano su estrazioni intorno ai nove bar, con acqua sopra i novanta gradi e tempi di venti-trenta secondi: a quel punto servono pompe o pistoni, caldaie robuste, tenute meccaniche serie. La leva del dopoguerra nasce esattamente da qui: l’archivio storico di Gaggia colloca a fine anni Trenta il brevetto del sistema ad acqua in pressione anziché a vapore, quello che regalò all’espresso lo strato di crema che oggi diamo per scontato.

Da lì in avanti le macchine da bar hanno smesso di nascondersi. Il gruppo di erogazione cromato che tutti riconosciamo, quello che dal 1961 è diventato lo standard visivo del banco, non è un ornamento: è massa metallica che stabilizza la temperatura e idraulica messa in mostra. Ogni volta che me lo trovo davanti al banco penso a un monoblocco di motore: nervature, raggi generosi, superfici che si possono lucidare per sempre. Sono belle perché sono leggibili: guardi l’oggetto e capisci come funziona.

Quando la caffettiera diventa pezzo da museo

Negli anni Settanta e Ottanta qualcuno ha capito che quella logica poteva essere portata a un livello superiore. La caffettiera espresso 9090 disegnata da Richard Sapper nel 1978 per Alessi, oggi in collezione permanente al MoMA, prende il principio della moka e lo riscrive in acciaio inossidabile con una chiusura a leva e proporzioni da strumento di precisione. Non è un vestito nuovo su un meccanismo vecchio: è la stessa fisica affrontata con un altro materiale, che non ossida, non trasferisce sapori e regge la lavastoviglie.

Vale anche fuori dall’Italia. Il Chemex di Peter Schlumbohm, del 1941 e anch’esso al MoMA, è vetro da laboratorio e un collare di legno tenuto da un laccio di cuoio: il legno c’è perché il vetro scotta, il laccio perché serve un fermo economico e sostituibile. Ancora una volta, zero decorazione.

Che cosa fa bene, e cosa sbaglia, la macchina della foto

Torniamo all’oggetto davanti a me. Qui la forma non la decide la pressione: la decidono la capsula, lo stampo a iniezione e lo scaffale del negozio. È un progetto di logistica, e va giudicato per quello che è.

Cose fatte bene, e le dico da chi ne ha usate e installate molte:

  • L’impronta a terra è stretta e verticale: occupa pochi centimetri di piano utile, che in cucina è la risorsa più scarsa.
  • Il serbatoio trasparente estraibile di lato: si vede il livello senza aprire niente e si riempie al lavello. Il tubo interno visibile è brutto ma onesto, e dice dove passa l’acqua.
  • La base circolare larga che raccoglie gli sgoccioli: si sfila e si lava in due secondi. È il dettaglio che mi ha sempre fatto pensare che questa tipologia sia progettata meglio di quanto sembri, perché la manutenzione quotidiana è pensata davvero.
  • Il nero opaco: perdona impronte, aloni di caffè e calcare molto più di un lucido.

Cose che non funzionano:

  • Il fronte è un cartellone pubblicitario. Il marchio grande e centrato serve a farsi scegliere in tre secondi in mezzo agli scatoloni, ma quell’oggetto poi vive dieci anni sul tuo piano cucina, dove nessuno deve convincerti più di niente.
  • Il coperchio color metallo che, sembra, è plastica metallizzata: la finitura simula un materiale che non c’è, e invecchia peggio del corpo opaco perché graffi e usura si notano subito.
  • Nessuna gerarchia formale: il volume superiore, il corpo e la base sembrano tre pezzi di famiglie diverse messi in colonna. Nella moka o nella 9090 non c’è un solo pezzo che potresti scambiare di macchina.

Come si colloca l’unico elettrodomestico che resta sempre in vista

Frigo, forno, lavastoviglie li incassiamo. La macchina del caffè no: sta sul piano, tutti i giorni, all’altezza degli occhi di chi è seduto. Qui i criteri sono misurabili, e sono gli stessi che uso nei miei rilievi.

Design macchine da caffè: perché la moka non poteva essere diversa e questa a capsule sì

  • Altezza libera sotto il pensile. Le macchine con coperchio o serbatoio a caricamento dall’alto, come questa, hanno bisogno di spazio per aprirsi, non solo per stare. Misuro l’altezza a coperchio aperto e aggiungo un paio di centimetri di margine: se il pensile è basso, l’oggetto va spostato in fascia libera o sotto una mensola più alta. È l’errore che vedo più spesso.
  • Spazio di manovra laterale. Se il serbatoio si estrae di fianco, quel lato non può finire contro un muro o contro un alzatina: serve la corsa completa più la mano.
  • Quota del piano di lavoro. La ricerca ergonomica sulle cucine domestiche indica da decenni che le dimensioni antropometriche di riferimento sono statura e altezza del gomito, non un numero unico buono per tutti; le revisioni recenti mostrano che i piani standard sono spesso troppo alti rispetto al gomito degli utenti e generano posture scorrette. Se qualcuno in casa è basso, la zona caffè è uno dei pochi punti dove si può ragionevolmente abbassare o dedicare un ripiano.
  • Materiale che invecchia bene. Acciaio spazzolato e tinte opache accumulano segni con dignità, i lucidi e i cromati finti no.
  • Coerenza di finitura con maniglie e rubinetteria, e una regola pratica che applico sempre: non affiancare due oggetti brillanti alla stessa altezza. Due riflessi vicini si contendono lo sguardo e il piano sembra più disordinato di quanto sia.

La domanda scomoda: la capsula

Sul lato ambientale conviene evitare gli slogan. Le sintesi della letteratura sull’impronta del caffè raccolte dall’agenzia ambientale dell’Oregon mostrano un quadro meno banale del previsto: gran parte dell’impatto sta nella coltivazione e nel caffè che si butta, e un sistema monodose può risultare confrontabile o perfino migliore di una caffettiera a filtro quando quest’ultima produce più caffè di quanto se ne beva. Sull’altro fronte, un’analisi del ciclo di vita di capsule compostabili pubblicata su Scientific Reports conferma che il vero nodo sono materiali e fine vita del contenitore. Tradotto: la capsula non è un peccato automatico, e la moka non è un’assoluzione automatica. Conta quanto caffè finisce nello scarico.

La lezione che porto a casa

Le macchine da caffè che consideriamo belle non sono nate belle: sono nate obbligate. Pressione, calore, tenuta, fusione, presa della mano. Quando un progetto ha vincoli così duri, l’estetica arriva da sola. Quando invece i vincoli si spostano sulla capsula e sullo scaffale, il risultato può funzionare benissimo e restare muto. L’oggetto della foto è esattamente questo: utile, pulito, pensato per essere lavato, ma senza una sola linea che avrebbe dovuto essere lì per forza. Se dovete tenerlo in vista dieci anni, sceglietelo guardando il retro, il serbatoio e la vaschetta. Il fronte, quello, è stato disegnato per il negozio.

Fonti

Tag:Forma e funzione

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