Un cerchio nero tagliato a metà. Sopra, campo bianco: la scritta RED.CORP corre in arco, in un serif bordeaux leggermente inclinato, con un’ombra portata che la stacca dal fondo. Subito sotto, un secondo arco più stretto dice MILITARY PRODUCTION, e al centro compare la sagoma blu notte di un carro armato con la canna lunga puntata a sinistra. Sotto la linea di mezzeria il campo diventa nero, e da lì sale un ramo con foglie disegnato solo a contorno bianco, sottilissimo, mentre lungo il bordo inferiore gira la terza scritta: PROTECTING SINCE 1964. Tutto l’emblema galleggia su una leggera ombra grigia.
Ho passato anni a disegnare marchi che dovevano finire su targhe, mezzi, divise e documenti, e la prima cosa che faccio davanti a un segno come questo non è giudicarlo: è provare a riprodurlo male. Perché un marchio si valuta da come sopravvive alla stampante scarica, al ricamo su un polo, all’adesivo su un cassone d’acciaio. E questo emblema, che vuole raccontare un’azienda fondata nel 1964, oggi mi racconta soprattutto il software con cui è stato fatto.
L’idea centrale è buona: il carro armato sopra, il germoglio sotto
Partiamo da ciò che funziona, perché c’è. La divisione orizzontale del cerchio in due emisferi, bianco sopra e nero sotto, è il gesto più intelligente di tutto il progetto: crea una linea d’orizzonte, e su quella linea si gioca la narrazione. Sopra la ferraglia, sotto la vita che cresce. Il mezzo corazzato e il ramo sono allineati sullo stesso asse verticale, come se la pianta nascesse dal cingolato: è un’allegoria comprensibile in mezzo secondo, ed è esattamente ciò che si chiede a un emblema.
Il problema è che quella buona idea è sepolta sotto altre quattro idee. Contiamo: tre anelli di testo su percorso circolare, due famiglie tipografiche diverse (una bordeaux inclinata, una nera dritta), tre colori più il bianco, un pittogramma pieno, un disegno a contorno, un’ombra. Quando in una riunione mi trovo davanti a un elenco così, chiedo sempre la stessa cosa: quali sono i due o tre elementi che devono restare riconoscibili da venti metri? Qui la risposta onesta è cerchio diviso e germoglio. Tutto il resto è rumore.
Il germoglio a contorno è l’errore che costa di più
Il ramo è il protagonista emotivo, ed è disegnato con una linea di spessore quasi capillare su fondo nero. È la scelta più fragile possibile. In riduzione quel tratto sparisce, in fotocopia si impasta, nel ricamo è semplicemente irrealizzabile: nessun filo tiene un contorno così sottile su campo scuro. La soluzione è banale e risolutiva: riempirlo di bianco pieno. Diventa una silhouette, guadagna massa, dialoga alla pari con la sagoma piena del mezzo corazzato e rende coerente il linguaggio grafico dell’insieme.
Non è una questione di gusto. Le linee guida internazionali sull’accessibilità visiva fissano per gli elementi grafici non testuali un rapporto di contrasto minimo di 3 a 1 rispetto allo sfondo, e le norme sulla progettazione dei simboli grafici e dei segnali insistono sul fatto che un simbolo deve essere leggibile per forma complessiva, non per dettaglio interno. Un contorno sottile passa il test del contrasto solo sulla carta: percettivamente, alla distanza d’uso, quella figura evapora. Una sagoma piena no.
Tre anelli di testo curvo: la leggibilità si perde sui fianchi
C’è una ragione fisiologica per cui il testo su percorso circolare va usato con il contagocce. Le ricerche sperimentali sulla leggibilità del testo ruotato mostrano che oltre i sessanta gradi di rotazione servono corpi molto più grandi per ottenere la stessa leggibilità, indipendentemente da distanza e carattere. In un anello completo, le parole che stanno sui fianchi del cerchio sono ruotate proprio in quella zona critica: nella parte bassa di questo emblema, le lettere di PROTECTING e di 1964 arrivano quasi a novanta gradi. Chi guarda non legge: riconosce una texture di lettere.
Da qui una regola operativa che applico sempre: un solo anello di testo, corto, e tutto il resto in orizzontale al centro. Se servono tre informazioni (nome, settore, data), se ne tiene una sull’anello e le altre due si mettono su righe dritte, oppure si tolgono dal marchio e si spostano nella carta intestata. L’inclinazione del lettering bordeaux peggiora la situazione: un serif già inclinato, già arcuato, già ombreggiato accumula tre trasformazioni sullo stesso testo. Una basta e avanza.
L’ombra portata non è del 1964: è di quarant’anni dopo
Qui arriviamo al punto interessante per chiunque voglia costruire un marchio che sembri di un’epoca precisa. Un logo si data come si data una sedia: dagli spessori, dai raccordi, dal numero di colori e soprattutto da come doveva essere riprodotto. Nel 1964 un marchio d’impresa viveva di clichés metallici, timbri, telescriventi, serigrafie a una lastra, vernici a pennello su fiancate. Nessuna di queste tecnologie gestisce una sfumatura o un’ombra sfocata. L’ombra portata morbida che vediamo qui è un effetto nato con la grafica su schermo: è la firma involontaria del software, ed è ciò che fa percepire il segno come recente e un po’ amatoriale, non come storico.
Vale la pena ricordare cosa era il 1964 per il progetto grafico italiano. È l’anno in cui apre la metropolitana di Milano e in cui il Compasso d’Oro premia Franco Albini, Franca Helg e Bob Noorda per l’allestimento e la segnaletica delle stazioni: una lezione di pochissimi elementi, fondo scuro continuo, lettere bianche, gerarchia ferrea, tutto pensato per essere letto in movimento e in condizioni di luce pessime. Chi vuole fingere il 1964 deve rubare lì, non nel menu degli effetti.
Progettare tre versioni: 1964, 1976, 1989
Il modo più divertente di lavorare su un marchio immaginario è costruirne una famiglia storica, cioè tre stati dello stesso segno che raccontino tre decenni. Ho fatto questo esercizio decine di volte con gli studenti, e funziona solo se ogni versione rispetta i vincoli tecnici della sua epoca.
- Versione 1964. Un colore solo, nero o bordeaux. Niente ombra, niente sfumature, niente contorni sottili. Un cerchio, la silhouette del germoglio, un logotipo corto in grottesco o in serif ad alto contrasto, impostato in orizzontale. Massimo due elementi. È la versione più difficile e la più bella, perché non ha nulla dietro cui nascondersi.
- Versione 1976. Il segno ingrassa e si chiude. Aste più spesse, spazi interni ridotti al minimo, forma compatta a bollo, eventualmente il negativo dentro un rettangolo pieno. È la grafica che deve reggere timbri, moduli continui e stampe su cartone: perde finezza e guadagna riconoscibilità. Qui una bicromia netta è plausibile.
- Versione 1989. Arrivano le linee di velocità, i tagli diagonali, i degradé a bande, le prospettive. È la versione che oggi leggiamo subito come datata, ed è utile proprio per questo: nella famiglia serve un anello che segnali il passaggio del tempo.
La coerenza si ottiene tenendo fisso un solo invariante in tutte e tre le versioni: qui sarebbe il germoglio. Il resto può cambiare peso, colore, tipografia. Se cambia anche il simbolo, non è una storia aziendale: sono tre loghi diversi.

Cosa dice la ricerca su semplicità e riconoscimento
Non è solo mestiere. Gli studi classici sulla selezione e la modifica dei marchi mostrano che i segni che si ricordano meglio tendono a essere molto armonici, riconoscibili come qualcosa di reale e solo moderatamente elaborati: l’elaborazione oltre una certa soglia non aggiunge memoria, aggiunge confusione. Le ricerche successive su campioni internazionali hanno introdotto un parametro ancora più insidioso, il falso riconoscimento: un marchio troppo generico viene ricordato anche da chi non l’ha mai visto, perché somiglia a decine di altri. Un tondo con alloro, mezzo corazzato e data di fondazione è, dal punto di vista percettivo, un esemplare da manuale di falso riconoscimento: sembra familiare perché è un archetipo, ma non appartiene a nessuno.
L’iconografia militare arriva con un’eredità che non controlli
Un’ultima avvertenza, che do sempre a chi progetta stemmi per progetti di fantasia, videogiochi o merchandising. Il repertorio di alloro, scudi, aquile e corone non è neutro: la corona d’alloro è simbolo di vittoria fin dal mondo romano e attraversa duemila anni di potere, imperi e regimi. Quando lo si mette in un tondo insieme a un mezzo corazzato riconoscibile come modello storico, il segno smette di parlare dell’azienda immaginaria e comincia a parlare di storia reale, con tutto ciò che si porta dietro. Se la finzione richiede un tono inquietante va benissimo, purché sia una scelta consapevole. Se invece si vuole raccontare protezione e rinascita, conviene stilizzare il mezzo fino a renderlo non databile e trasformare l’alloro in un germoglio generico: meno citazione, più simbolo.
Le cinque prove che faccio prima di consegnare un marchio
- Miniatura a 16 pixel. Riduci il file all’altezza di una favicon. Se resta una macchia indistinta, il progetto non è finito.
- Fotocopia di terza generazione. Stampa, fotocopia, fotocopia la fotocopia. I tratti sottili e le sfumature spariscono: è il test che smaschera i contorni capillari.
- Prova del ricamo. Immagina il marchio in filo su un tessuto scuro. Tutto ciò che non è una forma piena di almeno un paio di millimetri va ridisegnato.
- Adesivo su acciaio a dieci metri. Guarda il segno stampato su un foglio A4 dall’altro capo di un corridoio. Restano due elementi? Bene. Resta solo un cerchio grigio? Riparti.
- Monocromia obbligata. Portalo a un colore solo. Se senza il bordeaux e senza il blu non riconosci più nulla, il colore stava reggendo un’identità che la forma non ha.
Questo emblema ha un’intuizione che merita di essere salvata: la linea d’orizzonte che separa la macchina dalla pianta. Basterebbe riempire il germoglio di bianco, togliere l’ombra, ridurre a un solo anello il testo e unificare la tipografia per ottenere un marchio che regge davvero la distanza. E a quel punto, paradossalmente, sembrerebbe finalmente del 1964.
Fonti
- ADI Design Museum (1964). Allestimento e segnaletica della Metropolitana Milanese, Compasso d’Oro. ADI Design Museum.
- ADI (1964). Motivazioni della giuria, Premio Compasso d’Oro 1964. Associazione per il Disegno Industriale.
- Henderson P. W., Cote J. A. (1998). Guidelines for Selecting or Modifying Logos. Journal of Marketing.
- van der Lans R. et al. (2009). Cross-National Logo Evaluation Analysis. Marketing Science, Columbia Business School.
- W3C Web Accessibility Initiative (2018). Understanding Success Criterion 1.4.11 Non-text Contrast. W3C.
- ISO (2011). ISO 3864-1 Graphical symbols, safety colours and safety signs, design principles. International Organization for Standardization.
- ISO (2014). ISO 9186-1 Graphical symbols, test methods for comprehensibility. International Organization for Standardization.
- Büttner et al. (2020). The influence of text rotation, font and distance on legibility in VR. IEEE VRW.
- National Museum of Australia. Roman laurel wreath. National Museum of Australia.
- Rochester Institute of Technology. Vignelli Legacy, Vignelli Center for Design Studies. RIT.





