Alle sette del mattino, in via Bezručova, la Chiesa Blu è aperta per la messa e non c’è nessuno: solo qualche fedele anziano nei banchi celesti e una luce che entra bassa dalle finestre. È il momento in cui si vede meglio la cosa che tutti fotografano senza notarla: l’azzurro delle pareti è vernice, mentre l’azzurro del tetto e delle fasce che corrono lungo tutto l’edificio è ceramica cotta, dura, lucida. Sono due materiali diversi e, soprattutto, sono due epoche diverse. La cartolina più famosa di Bratislava, quella che sembra una casetta di marzapane glassata, all’inizio non era affatto così.
Una cappella per seicento studenti (e un mausoleo per due Elisabette)
All’origine non c’è un santuario, c’è una scuola. Nei primi anni del Novecento la città che allora si chiamava Pozsony o Pressburg, dentro il Regno d’Ungheria, cresceva verso est: campi, strade appena tracciate, un quartiere nuovo intitolato all’imperatore Francesco Giuseppe. Lì il Ministero del Culto e della Pubblica Istruzione, guidato da Albert Apponyi, affidò a Ödön Lechner il ginnasio cattolico regio — quello di via Grösslingová, che i bratislavesi chiamano ancora GAMČA — progettato tra il 1906 e il 1908 per circa seicento allievi. La chiesa doveva esserne solo la cappella, incastrata nel corpo della scuola, dove oggi c’è la palestra.
Cambiò tutto per una richiesta banale: i genitori volevano che il cortile restasse ai ragazzi per fare sport. Il comune donò allora il terreno accanto, con una condizione precisa: la nuova chiesa avrebbe dovuto servire anche gli abitanti del quartiere. Lechner andò oltre e chiese di spostarsi sull’angolo, per ricavare due ingressi: uno a nord, di fronte al ginnasio, per gli studenti; uno a est per la gente del rione. Così ribaltò l’orientamento tradizionale — portale principale a ovest, ingresso laterale a sud — con una libertà che nel 1909 non era ovvia per un edificio sacro.
La dedicazione è a Elisabetta d’Ungheria, figlia del re Andrea II, nata nel castello di Pressburg nel 1207 e diventata la santa della carità e del miracolo delle rose. Ma nella memoria dell’epoca c’era anche un’altra Elisabetta: l’imperatrice Sissi, assassinata a Ginevra nel 1898. La chiesa fu concepita come mausoleo simbolico di entrambe, e questo doppio registro spiega perché un edificio piccolo abbia un apparato iconografico da monumento nazionale. La grande mecenate dell’impresa fu la contessa Gabriella Szapáry, che già aveva finanziato altre opere sacre in città e che fece arrivare da Vienna le reliquie della santa per la consacrazione. La prima pietra fu posata il 23 agosto 1909 dal delegato dell’arcivescovo di Esztergom, e sulle date di avvio del progetto le fonti non concordano: alcune fanno risalire l’incarico al 1907, anno del settecentesimo anniversario della nascita di Elisabetta, altre datano semplicemente il cantiere 1909-1913.
Il cantiere che non finiva e un architetto di sessantaquattro anni
Quando arrivò questa commessa, Lechner non era un giovane in ascesa. Aveva già firmato il Museo di Arti Applicate, l’Istituto Geologico e la Cassa di Risparmio Postale a Budapest, aveva ricevuto la grande medaglia d’oro e il titolo di consigliere regio, ed era considerato l’inventore di uno stile nazionale ungherese: qualcuno lo chiamava il Gaudí magiaro. Poi le grandi committenze si erano fermate. Nell’ultimo decennio della sua vita non ottenne più incarichi di quella scala, e il complesso di Pressburg — ginnasio, chiesa, casa parrocchiale — restò l’unico lavoro importante che gli fu concesso. Aveva superato i sessant’anni e questa era la sua occasione di chiudere il conto con un’opera perfetta.
La affrontò come tale, con conseguenze prevedibili sui tempi. Il cantiere sfondò le scadenze, esattamente come era già accaduto per la sua chiesa di San Ladislao a Kőbánya: chi sia stato a causare i ritardi non è chiaro nemmeno oggi. Un inverno l’intonaco gelò, un’estate gli operai scioperarono, e intanto la direzione del ginnasio faceva sapere le proprie opinioni, provocando modifiche al progetto anche all’interno. Lechner, del resto, non aveva fretta e non guardava al budget: gli interessava il risultato. La cupola prevista in origine non fu mai realizzata, e le descrizioni successive lo rimpiangono, perché avrebbe portato a compimento il lato più asiatico e sognante della secessione ungherese.
Del cantiere resta la parte tecnica, che è la meno raccontata: la costruzione impiegò cemento armato, allora ancora una rarità per un edificio religioso, e fu eseguita dall’impresa Pittel e Brausewetter sotto la direzione di Antal Durvay. La navata unica misura circa 31 metri per 11, alta 12,60; la torre cilindrica arriva a 36,80 metri e in cima porta la doppia croce che nasce dalla Santa Corona ungherese. Le tegole invetriate e le maioliche vengono dalla manifattura Zsolnay di Pécs, la stessa che aveva rivestito i tetti di Budapest. Le fasce a mosaico che girano tutto l’edificio misurano complessivamente 730 metri e portano una sessantina di simboli — stemmi, rose, festoni, l’occhio nel triangolo della Trinità — realizzati da Manó Róth. Sui costoloni del tetto spuntano galletti, i sostegni delle grondaie hanno forma di fiore e di bocciolo: alla domanda sul perché disegnasse anche ciò che nessuno vede, Lechner rispondeva che progettava per Dio e per gli uccelli del cielo. La consacrazione avvenne l’11 ottobre 1913. Lui morì a Budapest il 10 giugno 1914, otto mesi dopo.
La rivelazione che ha fatto arrabbiare Bratislava: le pareti erano grigie
Qui comincia la parte scomoda. Le ricerche storiche e le descrizioni dell’epoca — compreso il libro dedicato alla chiesa dall’allora direttore del ginnasio, Emil Szyllaba — raccontano un edificio dalle grandi superfici murarie interrotte da rilievi piatti, con croci, cerchi, ornati sospesi sotto le finestre e simboli di rose in mosaico bianco e blu. Le pareti, però, non erano azzurre: erano grigie, e i rilievi erano gialli. L’unico blu era quello uscito dai forni Zsolnay, cioè il tetto e le tessere delle fasce. Proprio quel contrasto, del resto, rendeva il blu ceramico molto più intenso di quanto sia oggi. Le vecchie cartoline colorate a mano, realizzate a partire dal vero, mostrano una chiesa che non è affatto blu.
Su quando sia arrivata la tinta unita non c’è accordo, ed è giusto dirlo. La documentazione dell’ufficio regionale per i beni culturali riconosce tre fasi: un aspetto originario senza pitture di facciata, con intonaci nella tonalità naturale ocra, dove il blu era solo la vetrina del tetto e i mosaici; una seconda fase con una verniciatura azzurra estesa a tutto l’edificio negli anni Trenta; una terza fase, negli anni Sessanta, con una soluzione a tre colori — bianco grigiastro, azzurro chiaro, grigio — che sottolineava la tettonica delle pareti. La memoria della parrocchia, invece, colloca negli anni Settanta la ridipintura integrale in azzurro, quella che ha fissato per sempre l’immagine attuale. In mezzo ci sono i ricordi dei bratislavesi cresciuti in zona, che descrivono una facciata più grigia che blu e banchi marroni o grigi, non celesti. Il restauro del 2007 ha scelto la continuità: è stata mantenuta la versione entrata nell’immaginario collettivo, limitando il grigio agli zoccoli e ai capitelli della recinzione.
La prova del nove sta a pochi metri, dall’altra parte della strada. Il ginnasio di Lechner, gemello nella grafia e nei dettagli, dopo il restauro non è più grigio: è arancio e grigio, perché ricerche, fotografie e la descrizione dell’edificio del 1908 hanno documentato quella policromia. Chi lo ricordava neutro ha fatto fatica ad accettarlo. Ed è esattamente il nodo della chiesa: i conservatori restituirebbero volentieri anche a lei i colori d’origine, ma nessuno ha voglia di spiegare ai cittadini che il simbolo della città non è più blu. Vale la pena ricordare che in quegli stessi anni, mentre a Milano si costruivano le facciate Liberty di Palazzo Castiglioni e le ceramiche di Casa Galimberti, nessuno pensava al colore come a un dato immutabile: era materiale di progetto, e infatti è cambiato.
Quello che è stato cancellato dalla facciata
C’è un secondo strato di storia, meno visibile. Dopo il 1918, con il crollo dell’Austria-Ungheria e il passaggio della città alla Cecoslovacchia, l’atmosfera nei confronti di tutto ciò che ricordava il Regno d’Ungheria cambiò radicalmente. La chiesa non fu toccata nella struttura, ma alcuni elementi decorativi legati alla simbologia ungherese furono rimossi, e con essi parte dell’arredo prezioso originario. Dopo la Seconda guerra mondiale toccò alle vetrate, danneggiate dai bombardamenti e sostituite.
Eppure la chiesa resta un documento bilingue della propria origine. Le iscrizioni interne sono ancora in ungherese, comprese le due lapidi che ricordano papa Pio X e l’imperatore Francesco Giuseppe. La lampada perpetua, disegnata da Lechner, ha catene con corona gigliata e parti in vetro rosso decorate con i motivi araldici arpadiani: leoni, cuori, doppia croce, i quattro fiumi. Ogni 19 novembre, giorno di Sant’Elisabetta, qui si prega anche in ungherese. Le messe in quella lingua, per il resto, sono ormai rare.
Cosa si vede oggi e come entrare
Dentro, il tema è uno solo: la rosa. La volta azzurra è cosparsa di rose e sotto è dipinto un cielo stellato, perché l’idea era di costruire un pergolato di rose dentro il quale si affaccia il firmamento. I banchi hanno spalliere sagomate con forme di pan di zenzero, tulipani e teste di uccello. Il quadro dell’altare maggiore, dipinto da Gyula Tury, mostra Elisabetta che distribuisce doni ai poveri sotto il castello di Wartburg: la cornice dorata è disegno di Lechner. Sopra il portale principale c’è un mosaico dedicato alla santa, e anche qui le fonti divergono: alcune lo attribuiscono a una manifattura italiana, altre a un mosaicista ungherese che avrebbe raffigurato il miracolo delle rose.
Non è un museo e non ha biglietteria: è una parrocchia, protetta come monumento e restaurata nel 2007. In pratica si entra negli orari delle celebrazioni — al mattino presto nei giorni feriali, la domenica in mattinata — mentre in agosto sono organizzate visite guidate a intervalli ravvicinati. Nel resto della giornata capita di trovare la cancellata chiusa e di dover guardare da fuori: se accade, conviene fare venti passi fino al ginnasio di via Grösslingová e osservare i due edifici insieme. Stessa mano, stesse ceramiche, colori diversi. Uno ha ritrovato il suo, l’altro ha scelto di tenersi quello che la città gli ha regalato per sbaglio, e che ormai le appartiene più dell’originale.
Fonti
- Farnosť sv. Alžbety Bratislava. História kostola. Parrocchia del Modrý kostol.
- Lechner Tudásközpont (2019). A pozsonyi ekszerszekreny. Centro Lechner, Budapest.
- Építészfórum. Lechner Ödön, az alkotó géniusz – A Lechner család III.
- Nemzeti Archívum. Lechner Ödön, a magyar építészeti szecesszió megteremtője. Archivio Nazionale Ungherese.
- Kitervezte.hu. Szent Erzsébet (kék) templom, Pozsony.
- Szecessziós Magazin. Lechner Ödön nyomdokain.
- ma7.sk. Pozsony legendás temploma – a Kék templom.
- Bratislava, moja láska. Modrý kostolík a jeho farba (con la documentazione del Krajský pamiatkový úrad).
- Bratislava Tourist Board. Kostol sv. Alžbety Uhorskej – Modrý kostol.
