Poster con tavola periodica: perché la griglia di Mendeleev regge ancora in una campagna sui rifiuti elettronici

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Un portatile bianco e nero buttato nell’erba alta, con la tastiera sporca di terra, lo schermo spento e il coperchio aperto come se qualcuno l’avesse mollato lì a metà di una frase. Intorno, quattro rettangoli sottili bianchi con dentro una sigla, un numero atomico e un peso: Ni 28, Cd 48, Pb 82, Al 13. Sopra, un titolo in georgiano che suona più o meno come lo schermo si spegne, la traccia resta, con piccoli ciuffi d’erba disegnati che crescono sulle lettere. È un poster verticale, pensato per essere scrollato su un telefono, non appeso in una stazione. E fa una cosa che mi interessa da sempre: prende uno schema scientifico e lo usa come impaginazione.

Mendeleev non stava disegnando un poster: stava lasciando caselle vuote

La prima volta che ho impaginato un lavoro a caselle mi hanno detto che sembrava una tavola periodica. L’ho preso come complimento, poi sono andato a rileggere com’era nata davvero quella tavola. Dmitrij Mendeleev arriva al sistema periodico nel febbraio del 1869 e l’annuncio alla Società Chimica Russa viene fatto da un collega, perché lui era malato. Il colpo di genio non è l’ordine degli elementi: è aver lasciato dei buchi. Caselle vuote per elementi che nessuno aveva ancora trovato, con le proprietà previste in anticipo, e che nei quindici anni successivi sono stati scoperti dando ragione alle previsioni. Nel 2019 l’ONU ha dedicato un anno internazionale proprio ai 150 anni di quel sistema, il che dice quanto poco sia invecchiato.

Per chi fa il mio mestiere questa è una lezione di metodo, non di chimica: una griglia buona non serve solo a sistemare quello che hai, serve a mostrare quello che manca. Un layout che regge ha spazi vuoti che non fanno paura, perché sono parte della struttura.

Perché la casella con sigla e numero è la griglia più copiata della grafica

La cella della tavola periodica è un microlayout perfetto ed è per questo che la copiano tutti. Dentro un quadrato ci stanno quattro livelli di informazione in gerarchia rigida: il simbolo grande, il numero atomico piccolo in alto, il peso in basso, e la posizione stessa della casella che è già una classificazione. Ripeti il modulo, cambi il contenuto, e ottieni un sistema che chiunque sa leggere senza istruzioni — un design system ante litteram, molto prima che la parola esistesse nei manuali svizzeri di impaginazione modulare.

Nel poster che stiamo guardando questo meccanismo funziona a metà, ed è onesto dirlo. Funziona il contrasto: erba viva, luce radente di fine giornata, e in mezzo un oggetto tecnologico morto. Funziona la scelta di non riempire tutta la tavola, ma di isolare quattro elementi. Non funziona la profondità: alcune caselle stanno davanti alla foto, una (l’alluminio) sembra passare dietro il laptop, e senza una regola dichiarata l’occhio legge l’incoerenza come errore, non come effetto. E soprattutto non funzionano i pesi atomici. Provate il test che faccio sempre prima di consegnare: socchiudete gli occhi fino a sfocare tutto. Se il messaggio resta in piedi, il poster tiene. Qui, sfocando, restano quattro rettangoli e un grigio indistinto in basso a sinistra, dove il numero 58.693 del nichel lotta contro l’erba chiara e perde. Il peso atomico, in un’immagine che deve dire questa roba resta nel terreno, è rumore: informazione vera ma inutile alla narrazione, che ruba contrasto ai numeri che invece contano.

Quando la griglia smette di decorare e diventa un inventario

C’è però un momento in cui quella griglia smette di essere un vezzo estetico e diventa la cosa più concreta del poster: quando la leggi come una lista della spesa di ciò che stiamo buttando. Nel 2022 il mondo ha prodotto 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, circa 7,8 kg a testa, e solo il 22,3% risulta raccolto e trattato correttamente: il resto sparisce, portandosi dietro decine di miliardi di dollari di materie prime recuperabili. La crescita dei rifiuti elettronici corre cinque volte più veloce di quella del riciclo documentato.

Il dato che uso sempre quando devo spiegare l’urban mining a chi non è del settore è un altro, e ha la forza di un’immagine: nei minerali estratti dalle miniere l’oro si misura in pochi grammi per tonnellata, mentre nei telefoni dismessi si arriva a concentrazioni dell’ordine di centinaia di grammi per tonnellata, e le schede elettroniche restano comunque molto più ricche del minerale grezzo. Detta brutalmente: il cassetto dei cavi e dei vecchi telefoni è il giacimento più vicino che abbiamo, e ha una resa che nessun cercatore d’oro dell’Ottocento si sarebbe sognato.

Perché proprio nichel, cadmio, piombo e alluminio

Le quattro caselle scelte non sono casuali e raccontano due storie opposte. L’alluminio è la parte buona: scocca, dissipatori, telaio, un metallo che si ricicla molto bene e che in un portatile come quello della foto vale davvero il recupero. Il nichel sta nelle batterie e nei contatti. Cadmio e piombo sono il lato tossico: saldature, vecchie schede, accumulatori. Le norme europee ne hanno limitato l’uso nelle nuove apparecchiature, ma il parco di oggetti già prodotti e abbandonati resta lì, e il piombo in particolare è un neurotossico documentato, con effetti tanto più gravi quanto più l’esposizione riguarda l’età dello sviluppo. Il titolo del poster, letto con questi quattro simboli accanto, smette di essere una frase poetica: lo schermo si spegne, gli elementi no.

Poster con tavola periodica: perché la griglia di Mendeleev regge ancora in una campagna sui rifiuti elettronici

Cosa farne, in pratica, in Italia

Un poster così ha senso solo se chi lo guarda poi fa qualcosa. In Italia nel 2023 sono state raccolte e avviate a riciclo circa 349 mila tonnellate di rifiuti elettrici ed elettronici domestici, poco meno di 6 kg per abitante, con un calo rispetto all’anno prima: siamo lontani dal potenziale, e la differenza la fanno i gesti piccoli. Tre strade, tutte gratuite:

  • Uno contro uno: quando compri un elettrodomestico nuovo, il negozio è tenuto a ritirare il vecchio equivalente senza costi, anche in caso di consegna a domicilio. Vale per la lavatrice come per il frigorifero — e un frigo vecchio va trattato in impianto proprio perché i gas refrigeranti vanno recuperati, non liberati.
  • Uno contro zero: per i rifiuti elettronici piccolissimi, sotto i 25 centimetri, i negozi di elettronica sopra una certa superficie di vendita devono accettare il conferimento anche senza acquisto. È la regola che serve esattamente per il telefono morto, il caricabatterie, il mouse, la radiosveglia.
  • Isola ecologica comunale: per tutto il resto, laptop compresi. Prima di portarlo, se ha un disco, svuotalo: è l’unico passaggio che consiglio sempre e che nessuna campagna ricorda mai.

Tre regole per usare la griglia a caselle senza farne un cliché

Dopo diversi lavori su questo schema, me ne sono fatte tre e le applicherei anche a questo poster.

Gerarchia dentro la cella. Ogni casella deve avere un solo elemento dominante e al massimo un dato di supporto. Qui il simbolo può restare grande, il numero atomico va bene, il peso atomico andrebbe tolto: non aggiunge senso, toglie leggibilità.

Il colore come codice, non come decorazione. Nella tavola vera il colore classifica famiglie di elementi. Se lo usi, deve significare qualcosa — per esempio tossico contro recuperabile — e quel significato va dichiarato una volta sola, nel poster o nella didascalia. Se il colore non codifica nulla, meglio il bianco puro come in questo caso.

Una sola regola di profondità. O le caselle stanno tutte davanti alla foto, come un’interfaccia che analizza la scena, oppure sono tutte incastrate nell’immagine come oggetti fisici. Mischiare le due cose senza motivo è l’unico vero difetto strutturale di questo lavoro. E tutto va verificato a schermo piccolo: su un carosello verticale, un numero sottile e chiaro sopra l’erba illuminata sparisce, e con lui sparisce metà del messaggio.

Detto questo, l’idea di base resta giusta e rara: prendere lo schema che abbiamo imparato tutti a scuola e usarlo per far vedere che un oggetto abbandonato non è spazzatura generica, ma una somma di elementi con un nome, un numero e una destinazione. È il passaggio da illustrazione a inventario. Quando succede, un poster smette di essere bello e comincia a essere utile.

Fonti

Tag:Poster scientifico

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