Se vi trovate all’incrocio di West Georgia e Burrard, a Vancouver, alzate lo sguardo verso i pinnacoli di rame ossidato che chiudono l’edificio più simile a un castello di tutta la città. Ora provate a immaginare quello stesso punto negli anni Trenta: nessun tetto, nessuna facciata, nessun atrio. Solo una gabbia d’acciaio nudo di sedici piani, immobile, aperta alla pioggia della Columbia Britannica, con i cavi che sbattevano contro le travi. Per circa sei anni il terzo Hotel Vancouver è stato esattamente questo: un monumento involontario alla Grande Depressione, piantato nel mezzo del centro cittadino, che ogni abitante era costretto a guardare ogni giorno andando al lavoro.
La storia di come quella carcassa sia diventata l’hotel che oggi conosciamo come Fairmont Hotel Vancouver è una delle vicende più istruttive dell’architettura nordamericana del Novecento: c’entrano un accordo con il municipio, due compagnie ferroviarie che si detestavano, un finanziamento parlamentare mascherato da sussidio di disoccupazione e, alla fine, la visita di un re che fece da vera data di consegna.
Un albergo nato da uno scambio di favori con la città
Il punto di partenza non è un desiderio di bellezza, ma un baratto urbanistico. Negli anni Dieci la Canadian Northern Railway voleva entrare a Vancouver con i propri binari e la propria stazione, e per farlo aveva bisogno di terra: negoziò con la città il riempimento di una porzione di False Creek, l’insenatura che taglia il centro, per ricavarne uno scalo merci e una stazione passeggeri in stile Beaux Arts, l’attuale Pacific Central Station. In cambio, tra gli impegni assunti verso il municipio, c’era anche la costruzione di un grande albergo all’angolo di Burrard e Georgia.
Chi ha presente il modo in cui a Milano o a Torino le stazioni hanno riscritto interi quartieri capirà subito la logica: in Canada la ferrovia non era solo trasporto, era il vero soggetto che fabbricava le città. E ogni compagnia ferroviaria si costruiva la propria catena di alberghi lungo la linea, perché senza posti letto di lusso non c’era clientela di lusso sui treni. Quando la Canadian Northern venne assorbita nel sistema pubblico della Canadian National Railway, l’obbligo passò di mano. Il nuovo albergo doveva essere la risposta della CN al rivale storico, la Canadian Pacific Railway, che a Vancouver già gestiva il proprio Hotel Vancouver: il primo, del 1888, e poi il secondo, del 1916, quindici piani in stile rinascimentale italiano firmati da Francis S. Swales, a due isolati di distanza.
Perché sembra un castello: la lingua degli hotel ferroviari canadesi
Il progetto fu affidato allo studio di John Smith Archibald e John Schofield, i due architetti che disegnavano gli alberghi della Canadian National. Archibald era nato in Scozia nel 1872 e si era formato a Inverness prima di emigrare: non è un dettaglio irrilevante, perché il repertorio di torri, tetti ripidissimi, abbaini e comignoli che nel Nord America si chiama château style nasce proprio dall’incrocio tra i castelli della Loira e una certa immaginazione nordeuropea del maniero.
Il château style era diventato il marchio di fabbrica dei grandi alberghi ferroviari canadesi, quel linguaggio che tiene insieme il Château Frontenac di Québec, l’Empress di Victoria, il Royal York di Toronto, costruito negli stessi anni dalla concorrenza. È un’invenzione commerciale, per certi versi: un’architettura riconoscibile a colpo d’occhio dal finestrino di un treno, che comunicava solidità imperiale, radici europee e un’idea di ospitalità aristocratica in un paese giovanissimo. Vale la pena ricordarlo quando si guarda l’edificio: dietro le finte torri difensive non c’è nessun medioevo, c’è una struttura interamente in acciaio, un grattacielo travestito. Diciassette piani, poco più di 110 metri di altezza, che dal 1939 fino al 1972 hanno fatto del Hotel Vancouver l’edificio più alto della città, subentrando al Marine Building e cedendo poi lo scettro alla TD Tower.
Il progetto cambiò forma diverse volte, come capita a qualunque cantiere lunghissimo. Le prime ipotesi parlavano di dodici piani, poi sedici, poi diciannove con circa 1100 camere, una sala da ballo a doppia altezza collocata tra il decimo e il dodicesimo piano e un ingresso curvo su Georgia Street. Quasi nulla di tutto questo sopravvisse: alla fine le camere furono poco più di cinquecento. Sopra la corona di tetti in rame l’edificio porta un apparato decorativo eclettico, con dettagli rinascimentali, rilievi scolpiti e doccioni; all’ultimo livello si erge una torretta che la tradizione locale vuole fosse un punto di osservazione da cui avvistare le navi in arrivo nel porto, funzione dismessa da decenni. La prima pietra fu posata il 4 dicembre 1928, con l’impresa E. J. Ryan Construction Company.
Il cantiere che si ferma e diventa un monumento alla Depressione
Il crollo del 1929 arrivò quando la struttura portante stava salendo. Completato lo scheletro d’acciaio, i lavori si interruppero. E rimasero interrotti per anni: le fonti oscillano tra cinque e sei anni di fermo, collocando la ripresa nel 1937.
Bisogna provare a immaginare l’effetto psicologico di quell’oggetto. Vancouver era una città portuale colpita duramente dalla disoccupazione, meta dei disoccupati che arrivavano dalle province interne perché lì almeno non nevicava. E nel punto più prestigioso del centro c’era la prova più visibile che i soldi erano finiti: una griglia metallica alta come un grattacielo, senza muri, che la ruggine iniziava a mangiare. Non era un rudere del passato, era il rudere di un futuro mai arrivato.
Lo sbloccò la politica. Nel 1937 il Parlamento canadese impegnò due milioni di dollari per portare a termine l’edificio, giustificando l’operazione come progetto di sostegno all’occupazione. Nel linguaggio di oggi diremmo che si trattò di un intervento pubblico anticiclico: si finisce un albergo perché servono cantieri, salari, ordini alle imprese.
Il patto tra due ferrovie nemiche
C’era però un problema che il denaro non risolveva: Vancouver, in mezzo alla Depressione, non aveva bisogno di due grandi alberghi di lusso a due isolati di distanza. La soluzione fu un accordo che vent’anni prima sarebbe stato inimmaginabile: nel 1938 la Canadian National e la Canadian Pacific decisero di mettere in comune le risorse e di gestire insieme il nuovo edificio.
Il prezzo pagato dalla rivale fu doppio e piuttosto amaro. La Canadian Pacific accettò di chiudere il proprio hotel del 1916 — il secondo Hotel Vancouver — e di cedere al nuovo edificio anche il nome. Un particolare che dice molto: la Canadian National, per il suo albergo, aveva pensato prima a The British Columbian, poi a The Canadian National. Fu solo durante la trattativa con la concorrente che il nome Hotel Vancouver passò da un edificio all’altro, come un titolo nobiliare trasferito per contratto. Il risultato è che l’insegna sopravvive dal 1888 attraverso tre edifici diversi, di cui soltanto il terzo è ancora in piedi.

La conclusione dei lavori fu una corsa. La data di consegna non la stabilirono gli ingegneri, ma la casa reale britannica: nel maggio del 1939 Giorgio VI e la regina Elisabetta avrebbero visitato il Canada, prima volta di un sovrano britannico regnante in territorio canadese, e Vancouver era in programma. Le due compagnie spinsero per arrivare pronte a quella data, completando l’edificio in fretta, stanza per stanza. Il conto finale, per un albergo iniziato nel 1928, arrivò dopo undici anni.
Sulla data esatta dell’inaugurazione le fonti non concordano, e conviene dirlo apertamente: si trovano indicati il 25, il 28 e il 29 maggio 1939. La ricostruzione della tappa canadese del viaggio reale colloca l’arrivo dei sovrani a Vancouver il 29 maggio, in treno da Banff con sosta a Kamloops, prima dell’imbarco per Victoria. La coppia reale soggiornò nelle suite reali dell’albergo, e allo stesso viaggio è associata l’inaugurazione ufficiale del Lions Gate Bridge, il ponte che collega il centro alla North Shore.
Gli interni raccontano bene quel doppio registro: sala da ballo e piano degli eventi in un classicismo di gusto Adam, mentre atrio, ristoranti e suite del 1939 furono impostati su un linguaggio art moderne, cioè déco tardo e aerodinamico. Fuori il castello, dentro gli anni Trenta. Sul tetto, per decenni, ha suonato l’orchestra di Dal Richards, undici elementi: per generazioni di abitanti l’hotel non è stato un monumento ma il posto dove si ballava.
La fine grottesca dell’albergo sacrificato
Resta il destino dell’edificio che fu chiuso per far posto al nuovo. Il secondo Hotel Vancouver, quindici piani di lusso rinascimentale che avevano ospitato personaggi come Winston Churchill, si svuotò nel 1939 e non riaprì mai come albergo. Durante la Seconda guerra mondiale servì da caserma; a guerra finita fu chiuso con le tavole alle finestre e messo sotto guardia.
Nel gennaio del 1946 accadde il fatto che ne fece un simbolo: un gruppo di veterani senza casa, in una città dove chi tornava dal fronte non trovava un alloggio, entrò nell’edificio vuoto e lo occupò. L’occupazione crebbe, fece scandalo, e produsse una risposta politica concreta sul fronte degli alloggi per gli ex combattenti. Fu l’ultimo atto pubblico di quella architettura: nessuno volle comprarla e riportarla in funzione, e nel gennaio 1949 fu demolita, a trentatré anni dall’apertura. Al suo posto, per due decenni, un parcheggio; poi, nel 1972, il centro commerciale Pacific Centre e la torre nera della TD. Non manca chi la considera il più elegante edificio che Vancouver abbia mai distrutto, e osservando le fotografie d’archivio è difficile dargli torto. Nei vetri scuri della torre che occupa oggi quel lotto si riflette, per un curioso contrappasso, il profilo del castello che l’ha spodestata.
Cosa si vede oggi, e cosa vale la pena cercare
L’edificio è vivo e funziona per quello per cui è nato: è un albergo aperto, gestito dal gruppo Fairmont, che lo promuove come il castello in città, di proprietà privata. È uno dei quattro alberghi Fairmont della città, ma l’unico in stile castello: gli altri appartengono a epoche e linguaggi diversi, e lo stesso vale per parenti canadesi più recenti come il Queen Elizabeth di Montréal, che pur essendo un grande albergo ferroviario per committenza non ha nulla della grammatica dei château.
Chi entra dalla strada può attraversare liberamente l’atrio e il piano nobile, oggetto anni fa di un restauro che ha riportato in evidenza gli apparati originali, e affacciarsi sulla grande sala da ballo, che rimane a mio parere la più bella della città. Le camere, va detto con onestà, sono figlie del 1939: metrature contenute, distribuzioni a volte tortuose, corridoi lunghissimi. È la stessa esperienza che si fa all’Empress di Victoria, un’altra icona della catena: si dorme dentro la storia, non dentro un albergo contemporaneo, e le due cose non coincidono quasi mai. Chi vuole capire l’edificio deve invece chiedere delle visite guidate ai livelli alti: si arriva al sottotetto e alla torretta, ed è lì che il travestimento cade e si vede la verità strutturale del progetto, cioè un grattacielo d’acciaio con addosso un costume da castello francese.
Dalla strada, l’unico dettaglio che consiglio di cercare è il rame. La copertura ripida, verde di patina, è ciò che tiene insieme la silhouette e la lega a tutta la famiglia degli hotel ferroviari canadesi. E sotto quel rame ci sono ancora le travi che per sei anni sono rimaste esposte al cielo, quando nessuno a Vancouver avrebbe scommesso una moneta sul fatto che quel cantiere si sarebbe mai concluso.
Fonti
- Fairmont Hotel Vancouver. Our Story. Fairmont Hotels and Resorts.
- Historic Hotels of America. Fairmont Hotel Vancouver: History. National Trust for Historic Preservation.
- Archiseek (1939). Fairmont Hotel Vancouver, British Columbia. Architecture of Canada.
- Spacing Vancouver (2013). The Hotels Vancouver: How One Name Graced Three Buildings.
- Royal BC Museum and Archives. The 1939 Royal Tour: Visiting BC.
- CBC News (2019). Fairmont Hotel Vancouver turns 80.
- MONTECRISTO Magazine. How Veterans Took Over the Hotel Vancouver and Helped Solve a Housing Crisis.
- Historic Hotels of the World, Then and Now. Fairmont Hotel Vancouver.
- Lazarus, E. Our Second Hotel Vancouver (1916-1949).





