Jewelers Building di Chicago: in ascensore con l’automobile fino al 22° piano

Editore

Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Ci sono edifici che si capiscono solo se si immagina il gesto quotidiano per cui sono stati costruiti. Nel caso del Jewelers Building di Chicago, il gesto è questo: un commerciante di diamanti guida lungo la corsia inferiore di Wacker Drive, entra nel palazzo con la macchina, la consegna a un addetto, e da quel momento non mette più piede su un marciapiede. La sua automobile — con le valigette dentro — viene sollevata da un impianto meccanizzato fino al piano dove lui lavora, e poi ricoverata in uno dei parcheggi ricavati nei piani dal secondo al ventiduesimo. Al ritorno, la stessa procedura all’inverso: il veicolo torna giù senza che nessuno lo tocchi con le mani. Nel 1927, in una città dove le rapine ai corrieri di pietre preziose erano cronaca ordinaria, questa non era una stravaganza da rivista: era il modello di business dell’edificio.

Una torre nata per il commercio dei diamanti, su una strada appena inventata

Il grattacielo si alza all’angolo tra Wacker Drive e Wabash Avenue, a pochi passi da quella che i chicagoani chiamano ancora Jewelers Row, la via degli orologiai e dei gioiellieri. Il cantiere partì nel 1925 — il permesso di costruire fu approvato il 25 luglio di quell’anno — e i primi inquilini entrarono nei piani bassi nel maggio 1927, mentre la torre superiore era già stata consegnata prima.

La cosa notevole è che l’edificio nacque insieme alla strada. Wacker Drive, la grande arteria a doppio livello affacciata sul fiume Chicago, era in costruzione negli stessi mesi: aveva sostituito un vecchio mercato ortofrutticolo con una passeggiata monumentale sopra e una carreggiata di servizio sotto. Il Jewelers Building fu il primo grande immobile commerciale progettato per sfruttare quella novità, e l’ingresso delle automobili dal livello inferiore è la prova più elegante di questa intelligenza urbana: il traffico sporco sotto, la facciata di rappresentanza sopra, verso l’acqua. Chi conosce la sequenza di torri che si specchiano nel fiume — il Wrigley Building, la Tribune Tower, poco più a ovest il Merchandise Mart — riconosce subito la famiglia: sono tutti figli dello stesso decennio ricchissimo.

Con i suoi quaranta piani e circa 159 metri, all’epoca del completamento era considerato l’edificio più alto del mondo fuori da New York. Poggia su cassoni spinti fino alla roccia, ha tre piani interrati, un basamento di ventiquattro livelli e una torre di diciassette che ne esce al centro. È anche, per la sua città, un congedo: uno degli ultimi grandi edifici commerciali di Chicago vestiti con l’abito classicista che l’Esposizione Colombiana del 1893 aveva imposto per una generazione. Pochi anni dopo il gusto era già altrove, nell’Art Déco.

L’architetto con la madre contessa e il socio morto una settimana dopo i disegni

La firma è di Giaver & Dinkelberg, con Thielbar & Fugard come architetti supervisori del cantiere. Sull’attribuzione conviene essere precisi, perché le schede in circolazione non concordano: alcuni cataloghi d’archivio invertono i ruoli e indicano Thielbar e Fugard come progettisti, riservando a Giaver e Dinkelberg il rivestimento in terracotta. La documentazione prodotta per il vincolo monumentale, invece, individua in Frederick P. Dinkelberg il progettista principale, e questa resta la ricostruzione più solida.

Dinkelberg è un personaggio che vale una digressione. Nato a Lancaster, in Pennsylvania, alla fine degli anni Cinquanta dell’Ottocento — le date oscillano tra 1858 e 1859 a seconda delle fonti — figlio di un impresario edile e di una madre che vari resoconti dicono nobildonna italiana, contessa o duchessa, si diplomò alla Pennsylvania Academy of the Fine Arts nel 1888 e finì nello studio di Daniel Burnham, dove fu tra i responsabili del disegno del Flatiron Building di New York. Il palazzo di Wacker Drive è la sua opera più compiuta, e resta l’unico progetto di rilievo della società con Joachim Giaver, ingegnere norvegese-americano: Giaver morì il 29 maggio 1925, una settimana dopo il completamento dei disegni e meno di due mesi prima che il permesso di costruire venisse approvato. La torre più alta d’America fuori New York fu, in pratica, l’ultima cosa che vide sulla carta.

Il garage verticale che si mangiò da solo

Torniamo all’ascensore per le automobili, perché la sua fine racconta molto di più della sua nascita. L’impianto era il cuore tecnico dell’edificio: un intero piano, il ventiquattresimo, era dedicato ai macchinari che lo muovevano e ospitava anche un’officina dove si fabbricavano i pezzi di ricambio per la terracotta ornamentale, dentro e fuori. Alla sicurezza pensava anche un sistema di blocco totale: all’allarme, tutte le porte esterne si chiudevano e gli ascensori si fermavano al piano successivo con le porte serrate.

Il problema è che il meccanismo si guastava continuamente, ed essendo un pezzo unico i ricambi diventavano introvabili. Il colpo finale arrivò dalle automobili stesse. Le vetture dei primi anni Venti erano alte e strette; quelle di fine anni Trenta erano più lunghe e soprattutto più larghe, e nelle cabine non entravano più. La proprietà si trovò davanti a un bivio: allargare vani di corsa alti oltre sessanta metri, oppure lasciare migliaia di metri quadrati inutilizzabili su ventitré piani. Nel 1940 si decise di smantellare tutto: una cabina fu ridisegnata e mantenuta per le persone, i garage diventarono uffici. Il grattacielo dei gioiellieri visse così solo quattordici anni la vita per cui era stato inventato. Oggi, ironia della sorte, i posti auto nell’edificio sono circa novanta, gestiti come in qualunque altro palazzo del Loop.

La cupola, Al Capone e le date che non tornano

In cima c’è un tempietto cupolato che sembra uscito da un trattato del Cinquecento e che ha generato la leggenda più resistente della città: lassù, si dice, Al Capone gestiva uno speakeasy durante il proibizionismo, poi diventato il locale chiamato Stratosphere Club. È una storia bellissima e non regge.

La cronologia la smonta pezzo per pezzo. Dopo il completamento la cupola rimase a lungo vuota, usata come deposito; nel 1930 i giornali di Chicago si divertirono a raccontare che un falco vi si era insediato e cacciava gli uccelli migratori sopra il Loop. Il ristorante panoramico fu annunciato solo nel gennaio 1937, con un articolo che parlava del locale più alto della città in costruzione, e aprì nel marzo dello stesso anno: quattro piani, cucina al trentasettesimo, sala da pranzo al trentottesimo e trentanovesimo, cocktail lounge al quarantesimo, arredato come la navicella di un pallone aerostatico e raggiungibile con un ascensore a gabbia decorato. Il proprietario, Paul Streeter, riprese il nome da un locale chiuso al Rockefeller Center di New York. Ma il proibizionismo era finito il 5 dicembre 1933, e dall’agosto 1934 Capone era detenuto ad Alcatraz. Nel 1937 non poteva nemmeno salirci in ascensore.

Jewelers Building di Chicago: in ascensore con l'automobile fino al 22° piano

Il fascicolo istruttorio del 1992 con cui si arrivò al vincolo cittadino riportava la voce nella forma più prudente — il club sarebbe stato rifornito di liquori dall’organizzazione di Capone — e aggiungeva subito che non esiste alcun supporto documentario, notando però un dettaglio delizioso: tra i primi inquilini dell’edificio c’era Joseph Triner, responsabile locale della commissione di controllo sugli alcolici dell’Illinois. Se la storia fosse vera, il contrabbandiere e il controllore avrebbero condiviso lo stesso indirizzo.

Dal nightclub allo studio di un archistar

La seconda vita della cupola è documentata e, a modo suo, altrettanto romanzesca. Il locale funzionò bene, poi chiuse; negli anni Cinquanta lo spazio diventò lo showroom di un illustratore pubblicitario. Decenni dopo se ne innamorò Helmut Jahn, l’architetto tedesco arrivato a Chicago nel 1966 per studiare con Mies van der Rohe, entrato in C.F. Murphy Associates nel 1967 e diventato il nome dello studio nel 1981.

Jahn tenne gli uffici al terzo piano del Jewelers Building — riconoscibili dalla strada per il modello della sua barca da regata piazzato in finestra — e si riservò come studio privato proprio l’ambiente sotto la cupola, dove saliva con quell’ascensore a gabbia per pranzare, discutere e litigare con i critici. Trovo che ci sia una coerenza perfetta in questa scelta: l’uomo che a Chicago costruiva gusci di vetro e acciaio lavorava dentro un guscio di terracotta modellata a mano, con la città e il fiume a girargli intorno.

Cosa si vede oggi e come si visita

L’edificio ha cambiato molti nomi: Pure Oil Building dal 1928 al 1962, poi North American Life Insurance Building, oggi semplicemente 35 East Wacker per gli inquilini e Jewelers Building per tutti gli altri. Nel 1978 è entrato nel distretto storico Michigan-Wacker iscritto al registro nazionale, ed è monumento cittadino dal 9 febbraio 1994. Tra il 2014 e il 2016 l’intera terracotta della cupola è stata rimossa e rifatta pezzo per pezzo, un intervento che ha tenuto la sommità impacchettata nei ponteggi per due anni. Dopo oltre quarant’anni con la stessa proprietà, la torre è passata di mano di recente ed è oggetto di un programma di restauro da diversi milioni di dollari, con l’ipotesi di convertirne una parte in albergo e residenze: per un immobile per uffici del Loop, nel clima attuale, è il modo più concreto di sopravvivere.

È un edificio privato, dunque non si visita nel senso museale: si attraversa. La hall vale la deviazione, con i suoi marmi e i suoi ottoni, e al piano terra e nel seminterrato ci sono negozi e una tavola calda che serve il pranzo agli impiegati; per anni, in questo palazzo, ha resistito una bottega minuscola e stipata dal pavimento al soffitto di cassettini di bottoni e biglie, con un proprietario che sapeva a memoria in quale cassetto stava ogni cosa. La cupola non è aperta al pubblico. Il posto migliore per capire l’edificio, però, è fuori: dalla sponda nord del fiume o da una crociera architettonica, per leggere l’insieme; e poi subito sotto, sul marciapiede di Wacker Drive, dove appena sopra le vetrine corre una fascia di terracotta a rilievo davanti a cui passano tutti senza alzare gli occhi. Fermatevi trenta secondi e guardatela da vicino: il motivo che si ripete non è quello che sembra a colpo d’occhio, e tra gli intrecci compare il monogramma JB, la sigla dei gioiellieri per cui tutto questo — cupola, torretta, ascensore per automobili — è stato messo in piedi.

Fonti

Tag:Grattacieli di Chicago

Lascia un commento