Manca pochissimo all'uscita cinematografica più attesa dell'anno, quella de Il Diavolo veste Prada 2. La pellicola arriverà in sala il 29 aprile 2026 e già promette file chilometriche al botteghino e un impatto enorme nella cultura mainstream. Intanto, ecco un'analisi approfondita del primo film.
Il Diavolo veste Prada è un film sulla moda. Ci hanno sempre insegnato questo. Ma allora perché è diventato un cult nel corso del tempo? Può una pellicola completamente incentrata su una tematica così 'leggera' essere davvero tanto impattante e significativa? La risposta è semplice: no. Perché il prodotto audiovisivo in questione non tratta solo di tendenza e stile. Dietro nasconde una questione molto più complessa che vale la pena approfondire con un'attenta analisi, prima dell'uscita del sequel.
Volendo fare un recap prima dello studio de Il Diavolo veste Prada, la trama è la seguente. Andrea “Andy” Sachs è una neolaureata piena di ambizioni che sogna di fare giornalismo serio. Giunge dunque a New York, e qui viene assunta come seconda assistente di Miranda Priestly, la temutissima direttrice di Runway, una rivista di moda. Inizialmente, la protagonista disprezza il 'sistema' del fashion, si veste in maniera dimessa e fatica a stare dietro ai ritmi disumani e alle richieste folli della sua responsabile. Con l'aiuto del direttore artistico Nigel, modifica però il suo look, inizia a lavorare sodo e diventa sorprendentemente capace, guadagnandosi la fiducia della 'boss' e un posto accanto a lei alla settimana della moda parigina.
Tuttavia, più Andy ha successo, più finisce per incrinare i rapporti col fidanzato Nate, con gli amici e persino con la propria identità, perché la ragazza capisce di sacrificare tutto per il suo lavoro. Il momento clou arriva quando Miranda fa orribili giochi di potere pur di salvarsi e la protagonista intuisce che sta diventando esattamente come lei, nonostante l'avesse inizialmente disprezzata. Dovrà quindi decidere chi vuole essere: una professionista che scende a gravi compromessi pur di arrivare in cima, o una giornalista per niente disposta a rinunciare ai propri valori e affetti? Ovviamente, opterà per la seconda scelta.
Il Diavolo veste Prada: non un film di moda, ma di psicologia. La ferita da vergogna
Il film vede la regia di David Frankel e proviene dal libro omonimo di Lauren Weisberger, ex assistente di Anna Wintour, la direttrice di Vogue cui è visibilmente ispirata la figura di Miranda. Meryl Streep interpreta quest'ultima, mentre Anne Hathaway è Andy. Emily Blunt veste i panni di Emily Charlton, la prima assistente di Miranda. Invece Stanley Tucci è il direttore artistico e mentore Nigel, e Adrian Grenier interpreta Nate, il fidanzato della protagonista, con cui quest'ultima entra in crisi. Il Diavolo veste Prada è stato un vero successo non solo commerciale (oltre 326 milioni di dollari al botteghino mondiale) ma anche sul fronte dei premi, soprattutto per Meryl Streep che ha ottenuto una candidatura agli Oscar 2007. Ma com'è possibile?
Molti spettatori quando pensano a Il Diavolo veste Prada ricordano le sfilate di Chanel, le borse di Prada e i cappotti di Dolce & Gabbana. Eppure, dietro i costumi curati da Patricia Field, si nasconde una struttura psicologica brutale. L'analisi di Giovanni Covini nel libro Le ferite dell'eroe ribalta la percezione classica della pellicola. Non siamo davanti a una semplice commedia ambientata a New York tra gli uffici di Runway e i tavoli di Smith & Wollensky. Il racconto si muove su binari diversi. La protagonista Andy Sachs non combatte solo contro un capo tirannico. Lei affronta una condizione umana universale. Questa analisi riguarda da vicino ogni spettatore. Tocca la corda della ferita da vergogna, un sentimento che molti portano addosso quotidianamente.
Nei primi secondi del film, Andy pulisce il vapore da uno specchio nel suo appartamento. È un gesto semplice. Lei cerca di vedere chiaramente il proprio riflesso, ma non ci riesce. È un gesto metaforico. In quel momento, la protagonista non ha ancora indossato gli abiti di haute couture. Lei si sente superiore all'ambiente della moda, ma è una difesa. Lo specchio rappresenta la ricerca di un'identità che sta per essere messa alla prova. Nigel sarà il primo a farle notare la sua inadeguatezza.
Miranda Priestly e la ferita da vergogna: perché l'analisi di Covini cambia la visione del sequel
La figura di Miranda Priestly viene spesso etichettata come la cattiva della storia. L'analisi di Covini propone un punto di vista differente. Il personaggio di Meryl Streep non è un semplice essere umano spietato. Lei rappresenta la personificazione esterna della vergogna di Andy. Quando Miranda guarda la protagonista con disprezzo, dà voce ai pensieri che la ragazza ha già su se stessa. La ferita da vergogna nasce dal sentirsi inadeguati rispetto a un modello esterno.

La regia di Frankel utilizza inquadrature specifiche per sottolineare questo distacco. Andy appare spesso piccola davanti ai grattacieli di vetro o nei corridoi bianchi di Runway. Miranda è quasi sempre inquadrata da angolazioni che ne esaltano il potere. Lei è l'autorità che giudica. Molti di noi hanno una "Miranda" nella propria testa. È quella voce interiore che dice che non siamo abbastanza bravi, belli, eleganti, intelligenti e così via. La vergogna ci spinge a cambiare per compiacere questo giudice invisibile.
Andy Sachs decide di trasformarsi. Inizia a vestire Jimmy Choo e a curare ogni dettaglio del suo aspetto. Pensa di stare vincendo la sua battaglia. In realtà, sta solo nutrendo la sua ferita. Sta cercando di scappare dalla vergogna diventando perfetta agli occhi di Miranda. Il conflitto con il fidanzato Nate e gli amici rappresenta il distacco dalla sua vecchia identità. Andy perde il contatto con se stessa per inseguire un'approvazione che non arriverà mai.
La svolta narrativa avviene a Parigi. Durante la settimana della moda, Andy vede Miranda nella sua fragilità. Scopre i divorzi e il dolore dietro la maschera. Tuttavia, Miranda sacrifica Nigel per mantenere il suo posto. È il momento della verità. Il capo dice alla protagonista: "Tu sei molto simile a me". Questa frase è il catalizzatore del cambiamento. Andy vede nella Priesley ciò che sta diventando. Capisce che la sua ferita la sta trasformando in qualcosa che non vuole essere.
Il gesto finale è il lancio del cellulare nella fontana di Place de la Concorde. Andy non sta solo dando le dimissioni. Lei sta rompendo lo specchio della vergogna. Decide che il suo valore non dipende più dal giudizio di Miranda Priestly, né da quello di nessun altro. Smette di correre per compiacere uno standard esterno. Torna a essere la protagonista della propria vita. Capisce che lei non è quello che fa. Il suo lavoro non definisce la sua essenza umana.
Il sequel in uscita il 29 aprile riprenderà le fila di questo discorso. Sarà interessante vedere se Andy avrà mantenuto questa consapevolezza. Oppure, se le nuove dinamiche del mercato editoriale avranno riaperto la vecchia ferita. Non resta che attendere il ritorno in sala per vedere come sarà evoluta questa guarigione.



