Significato delle icone nelle diverse culture: perché il pittogramma universale non esiste

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Fondo avorio, quattro barre orizzontali grigio sabbia con angoli morbidi, dentro ognuna una bandiera, sempre lo stesso gesto della mano — pollice e indice a cerchio, le altre tre dita alzate — e a destra la parola Means in grigio chiaro sopra una traduzione in nero pieno. Stati Uniti: va bene. Brasile: un insulto anatomico. Francia: zero, nullo. Turchia: un’offesa a sfondo omofobo. Il pittogramma non cambia mai di un pixel; cambia solo la bandiera accanto. Ed è esattamente questo il colpo di scena grafico: la ripetizione ossessiva della stessa icona è il messaggio.

Lavoro da anni su segnaletica e sistemi di icone, e questa immagine la userei come prima slide di qualsiasi corso. Perché smonta in due secondi la convinzione più radicata tra chi progetta: che un disegnino basti, che l’immagine parli da sola, che il visivo sia più universale della parola. Non lo è mai stato.

Un gesto non è un disegno: è una parola in una lingua locale

Il gesto della mano a cerchio appartiene alla famiglia che gli studiosi di comunicazione non verbale chiamano emblemi: movimenti convenzionali che veicolano un significato preciso anche senza parole, come farebbe un vocabolo. La ricerca comparativa su questo tipo di gesti mostra un punto decisivo: ogni cultura sviluppa il proprio repertorio, e la forma del gesto può coincidere mentre il significato diverge completamente. Non è folklore, è lessico.

Il caso francese è ancora più istruttivo di quanto racconti la grafica: lo stesso segno può valere zero, niente oppure perfetto a seconda del contesto, del tono e della situazione. Cioè il significato non sta nel segno, sta nella cornice in cui il segno appare. Ho visto la stessa cosa succedere con il pollice alzato in riunioni internazionali: default positivo per un europeo, gesto pesantemente offensivo in alcune aree del Medio Oriente e dell’Africa occidentale. E con le mani giunte diventate emoji: chi le legge come preghiera, chi — soprattutto in Giappone — come un semplice per favore o grazie.

Una nota critica sulla grafica in sé: la censura di una parola anatomica con l’asterisco è una scelta editoriale che stona con la freddezza documentaria del resto della composizione. È l’unico punto in cui il progettista fa capolino con un giudizio, dentro un layout che per il resto è volutamente neutro, tabellare, quasi da scheda tecnica. Funziona comunque, perché la gerarchia è pulita: etichetta piccola e desaturata, contenuto grande e nero, spazio bianco generoso, nessun ornamento.

Il sogno di una scrittura per immagini: Isotype

L’idea che le immagini possano superare le barriere linguistiche ha un padre preciso: Otto Neurath, che negli anni Venti a Vienna mette a punto con l’incisore Gerd Arntz un sistema di statistica figurata poi ribattezzato Isotype. L’obiettivo era politico e democratico: rendere leggibili a chiunque — operai, bambini, persone poco scolarizzate — dati su lavoro, salute, popolazione. Le regole erano rigorose: figure stilizzate ripetute per indicare quantità, mai ingrandite; silhouette essenziali; niente prospettiva. Marie Neurath, che di quel sistema fu poi la vera custode e divulgatrice, portò il metodo nei libri per ragazzi; l’archivio di quel lavoro è oggi conservato e studiato all’università.

Il punto che spesso si dimentica: Neurath non pretendeva che le immagini fossero autosufficienti. Isotype nasceva accompagnato da testo, didascalie, chiavi di lettura. Il pittogramma era un acceleratore della comprensione, non un sostituto della lingua. Chi oggi toglie le etichette dalle interfacce per pulizia estetica sta tradendo il progetto originale, non applicandolo.

Monaco 1972 e il momento in cui il pittogramma diventa standard

Il salto di scala arriva con Otl Aicher e il sistema visivo dei Giochi olimpici di Monaco 1972. Aicher costruisce i pittogrammi delle discipline su una griglia rigida, con tracciati orizzontali, verticali e diagonali a 45 gradi, corpi ridotti a moduli geometrici ricorrenti. Il risultato è un alfabeto: cambia la disciplina, non cambia la logica costruttiva. Ed è questo che lo rende scalabile, riproducibile e riconoscibile anche a distanza.

Due anni dopo, negli Stati Uniti, il Dipartimento dei Trasporti commissiona all’AIGA una serie di simboli per aeroporti e stazioni: il nucleo di icone — bagagli, ristorazione, servizi, informazioni — che ancora oggi usiamo senza accorgercene. Chiunque abbia progettato segnaletica sa che quella serie funziona per un motivo poco romantico: peso ottico costante, aree piene ampie, dettagli ridotti al minimo indispensabile perché il segno regga la lettura a cinque metri, di corsa, con una valigia in mano.

Le icone invecchiano, e alcune sono già fossili

Il floppy disk per salva è l’esempio più citato: un oggetto che una generazione intera non ha mai toccato continua a significare un’azione digitale. Le ricerche sulla percezione dell’iconografia informatica tra i giovani adulti mostrano che questi segni sopravvivono come convenzioni apprese, non come rappresentazioni comprese: si impara cosa fa il bottone, non cosa raffigura. Stesso destino per il cornetto del telefono e per la clessidra.

Significato delle icone nelle diverse culture: perché il pittogramma universale non esiste

C’è però un caso opposto e molto più interessante, che cito sempre ai clienti: il simbolo di accensione. Cerchio interrotto da una barra verticale, con varianti per acceso, spento e stand-by. Non è nato bello e chiaro: è diventato comprensibile perché è stato normato, registrato in un catalogo internazionale di simboli grafici per apparecchiature e poi ripetuto miliardi di volte sugli oggetti. La comprensione, in quel caso, non viene dall’intuizione: viene dalla standardizzazione più l’esposizione. È l’unico modo documentato per rendere davvero universale un segno arbitrario.

Le emoji ripetono la stessa storia in versione accelerata. Il set originale disegnato per la telefonia mobile giapponese alla fine degli anni Novanta, oggi entrato nella collezione di un grande museo di arte moderna, era una griglia minuscola di pochi pixel. Da lì è cresciuto un sistema condiviso da miliardi di persone, ma reso graficamente in modo diverso da ogni produttore: lo stesso codice diventa disegni differenti, con espressioni e sfumature che cambiano il tono percepito del messaggio. Aggiungi a questo lo scarto culturale e ottieni esattamente le quattro righe della grafica di partenza.

Come si verifica davvero se un’icona funziona

Nel lavoro reale non mi affido mai al gusto. Esiste una procedura codificata: le norme internazionali sui simboli grafici prevedono metodi di test della comprensibilità su campioni di persone appartenenti a Paesi e contesti diversi, con soglie minime di risposte corrette prima che un simbolo possa essere adottato. È la ragione per cui i segnali di sicurezza registrati — l’omino che corre verso l’uscita, per dire — sono passati per anni di verifica prima di diventare riferimento normativo.

Il protocollo che uso, ridotto all’osso, è questo:

  • Prova di scala doppia: l’icona deve reggere a 16 pixel su schermo e a cinque metri di distanza stampata. Se a una delle due scale il dettaglio collassa in una macchia, il disegno è troppo ricco.
  • Prova cieca: mostrarla senza etichetta e senza contesto a persone che non conoscono il progetto, chiedendo cosa farebbero. Non cosa vedi, ma cosa fai. Le risposte sbagliate valgono più di dieci opinioni favorevoli.
  • Regola dell’accoppiata: dove l’errore costa — uscite di sicurezza, comandi di elettrodomestici e domotica, targhe, cartelli condominiali, insegne — icona e parola vanno insieme. Sempre. L’icona accelera il riconoscimento, la parola elimina l’ambiguità.

C’è poi una quarta regola, non scritta: quando un progetto attraversa culture diverse, i gesti umani sono il materiale più pericoloso in assoluto. Mani, dita, teste, sguardi portano con sé un vocabolario locale che il designer non controlla. Preferisco sempre oggetti, azioni e frecce a un dito puntato. Non è timidezza: è la conclusione più onesta che si possa trarre da quelle quattro barre grigio sabbia.

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Tag:Interfacce digitali

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