Su un fondo nero ci sono quarantadue figurine in fila, sei righe per sette colonne. Sotto ognuna c’è il nome di una città: Valdivia, Hong Kong, Mosca, Tokyo, Roma, Cuzco. Tutte fanno la stessa cosa, cioè camminano, ma nessuna cammina allo stesso modo. Quella di Amersfoort ha la coda di cavallo e il passo deciso. Quella di Tokyo è arancione e porta un cappello. A Varsavia la figura sembra fatta di mattoncini, ad Andorra è una specie di onda che balla. Quando ho visto per la prima volta questa tavola, che fa parte del progetto Walking Men Worldwide, mi sono reso conto di una cosa ovvia: attraverso la strada da una vita e non ho mai guardato davvero l’omino che me lo permette.
Per lavoro mi capita spesso di progettare segnaletica e sistemi di orientamento. Posso dire che l’omino del semaforo pedonale è uno dei pittogrammi più difficili da fare bene. Deve essere letto in mezzo secondo, da lontano, di notte, sotto la pioggia, da un bambino di sei anni e da un anziano che vede poco. Eppure ogni città ha trovato la sua soluzione, e in quelle differenze c’è una lezione di design che vale molto più del semaforo.
Un archivio di sagome nato per la strada
La collezione è stata ideata da Maya Barkai, fotografa israeliana che vive a New York. Si è formata alla School of Visual Arts e prima ancora ha lavorato come fotografa per la rivista ufficiale dell’esercito israeliano. Il progetto è nato come una serie di installazioni di arte pubblica: un collage fotografico di icone pedonali raccolte in città di tutto il mondo e mostrate a grandezza umana. La prima grande installazione, Walking Men 99, risale al gennaio 2010. Erano novantanove figure a dimensione reale disposte per circa 150 metri lungo la recinzione di un cantiere a Church Street, nella parte bassa di Manhattan. Una versione con settantasette figure è stata poi commissionata dal museo di arte contemporanea PERMM di Perm, in Russia.
Il dettaglio che trovo più interessante è il metodo: si tratta di crowdsourcing. Le foto arrivano da fotografi e passanti che le inviano dal proprio paese, e la raccolta cresce nel tempo. È per questo che ogni sagoma ha una texture diversa. In alcune si vede la griglia dei LED, in altre la lente prismatica, in altre ancora i graffi della plastica. Non sono disegni vettoriali puliti ma oggetti reali fotografati sul posto, con i segni dell’uso. Di fronte a questa tavola molti notano subito un’assenza illustre: manca l’omino col cappello di Berlino Est. È il miglior pretesto per raccontarlo.
Ampelmännchen: lo psicologo che disegnò un omino col cappello
Nel 1961 il ministero dei trasporti della DDR affidò a Karl Peglau, psicologo del traffico, il progetto di nuovi segnali pedonali di arresto e via libera. La proposta fu presentata il 13 ottobre di quell’anno. Seguirono anni di prove tecniche e passaggi burocratici, e le figure rossa e verde comparvero per la prima volta a Berlino Est nel 1969. Poi si diffusero in tutta la Germania Est.
Il punto non era estetico. Peglau partiva da un problema concreto: il solo colore delle luci non basta per tutti. Chi ha un deficit nella visione dei colori deve poter capire il messaggio anche dalla forma. Per questo l’omino fermo allarga le braccia come una sbarra e quello verde fa un passo lungo e ben visibile. Il cappello e la corporatura piena hanno anche un vantaggio pratico, perché aumentano la superficie illuminata della lente. Inoltre il tono bonario della figura crea un legame emotivo, soprattutto con i bambini.
Dopo la riunificazione si cominciò a sostituire i semafori dell’Est con modelli occidentali, e l’omino rischiò di sparire. L’attenzione dei media fece nascere un comitato per salvarlo, formato da cittadini dell’Est e dell’Ovest. Nel 1997 il comitato ottenne quello che chiedeva: l’Ampelmännchen poteva restare dov’era già e andava preferito anche nei nuovi impianti dei Länder orientali. Oggi a Berlino convivono le due versioni, quella orientale col cappello e quella occidentale più generica, ed è diventato anche un marchio commerciale. È uno dei rari casi in cui un pezzo di arredo urbano viene difeso dai cittadini come un monumento.
Perché un omino che cammina si capisce subito
Guardando la tavola da vicino, la grammatica è sempre la stessa. Le gambe sono aperte a forbice, un braccio va avanti e l’altro indietro, e il busto è leggermente inclinato nella direzione del moto. Bastano questi tre segnali perché il cervello riconosca una persona in movimento, anche se la figura è fatta di venti puntini, come a Ginevra o a Hoi An. Il nostro sistema visivo è molto allenato a leggere la postura umana. Un pittogramma pedonale funziona proprio perché sfrutta questa abilità e non richiede di imparare un codice.
La tavola però mostra anche i limiti di questa libertà. Nelle mie prove sul campo le sagome piene battono sempre quelle disegnate solo a contorno. Il manuale federale statunitense sulla segnaletica (MUTCD) impone simboli pieni, e non a contorno, per tutti i nuovi impianti. Fissa anche un’altezza minima di circa 23 centimetri quando chi deve attraversare si trova a più di trenta metri dal semaforo. Le sagome a contorno o a puntini radi, come quelle di Marsiglia, Cuenca o Città del Messico, sono affascinanti da vedere in foto. Da lontano però tendono a sfaldarsi.
La ricerca lo conferma con numeri piuttosto netti. Uno studio pubblicato su Transportation Research Record ha simulato diversi livelli di acuità visiva. Con un’acuità di 20/100 le persone riconoscevano la fase giusta in oltre l’87% dei casi. Con un’acuità di 20/300 la prestazione era spesso poco migliore del caso, anche con simboli alti 23 o 30 centimetri e senza traffico a distrarre. Contava molto anche lo sfondo: con il fogliame alle spalle del semaforo il segnale diventava più difficile da leggere. In pratica, la differenza tra un omino bello e uno efficace si misura in contrasto, superficie illuminata e semplicità del profilo.
Colori che non sono solo rosso e verde
Un altro dettaglio salta all’occhio. Non tutti gli omini della tavola sono verdi. Chicago, Boston e New York sono bianchi, Rio de Janeiro e Buenos Aires gialli o arancio, Tokyo arancione. Il bianco americano non è un caso. Il MUTCD prevede una figura che cammina di colore bianco e, per il divieto, una mano alzata arancione al posto dell’omino fermo. È una scelta di linguaggio molto diversa da quella europea: il divieto è espresso da un gesto, il palmo che dice stop, invece che da una persona immobile.
Per chi ha un deficit cromatico questa doppia codifica è fondamentale. La forma (mano o omino, figura ferma o in movimento) e la posizione della luce (sopra o sotto) portano il messaggio anche quando il colore non si distingue. È esattamente l’intuizione di Peglau del 1961. Nel progetto di un segnale pubblico considero una regola non negoziabile che nessuna informazione dipenda dal solo colore.
E in Italia? L’omino giallo che quasi nessuno nota
Il nostro codice della strada ha una particolarità che i turisti stranieri trovano curiosa. Le lanterne semaforiche pedonali italiane hanno tre luci. Il regolamento di attuazione prevede un pedone rosso su fondo circolare nero, poi un pedone giallo e infine un pedone verde. Secondo l’articolo 41 del codice il giallo indica lo sgombero dell’attraversamento: chi è già sulle strisce deve finire di attraversare il più rapidamente possibile, mentre chi è sul marciapiede non deve iniziare. Il verde dà via libera solo nella direzione consentita.
Nella pratica ho visto molte persone confondere il giallo con un generico affrettati. È un problema che non riguarda solo l’Italia. Nella valutazione della Federal Highway Administration statunitense sui semafori con conto alla rovescia emerge un dato significativo: a seconda dei contesti, tra il 26 e l’80% dei pedoni non capiva il significato della fase intermedia lampeggiante. Il messaggio non iniziare ad attraversare, ma chi è già in strada finisca è più complesso di quanto sembri, e un solo pittogramma fatica a contenerlo.
Conto alla rovescia e cicalino: quando la sagoma non basta
Qui entrano in gioco due strumenti che completano l’omino. Il primo è il display con il conto alla rovescia. La stessa valutazione FHWA ha analizzato oltre trecento incroci a Charlotte e Filadelfia. Dopo l’installazione dei contatori gli incidenti con pedoni sono calati di circa il 9%, quelli totali dell’8% e i tamponamenti del 12%. Non tutti gli studi sono così netti: una rianalisi dei dati di Toronto ha mostrato risultati più sfumati. Per questo lo considero un aiuto valido, non una soluzione universale. C’è anche un limite che riguarda gli ipovedenti: nello studio sull’acuità visiva citato sopra, leggere le cifre del contatore era praticamente impossibile con la visione più ridotta.
Il secondo strumento è il segnale acustico, il cicalino che molti considerano solo un rumore. Per una persona cieca è l’unico modo di sapere quando partire e, se progettato bene, anche in che direzione andare. Le linee guida dello U.S. Access Board raccomandano alcune cose precise. Il pulsante e il segnale sonoro vanno posizionati vicino all’attraversamento a cui si riferiscono. Il suono deve essere chiaramente associato a quella specifica traversata. Il volume va rinforzato solo dove serve davvero. La ricerca sul cosiddetto audible beaconing ha mostrato che i dispositivi più comuni non aiutano molto a trovare le strisce o a mantenere la direzione, se non sono pensati anche per questo scopo. Un buon semaforo pedonale è un sistema che coinvolge vista, udito e talvolta tatto, non solo un’immagine.
Vienna, le coppie e l’omino come identità
Nella tavola Vienna è rappresentata da una sagoma singola azzurrina. Nel 2015, in occasione dell’Eurovision Song Contest, la città ha introdotto in molti incroci del centro semafori con coppie che si tengono per mano, anche dello stesso sesso, spesso con un cuoricino. Dovevano essere temporanei, ma sono piaciuti così tanto che sono rimasti. Insieme all’Ampelmännchen, ai pupazzi Lele di Santiago de Querétaro e alle versioni locali comparse in varie città dei Paesi Bassi, mostrano una tendenza chiara. L’omino non è più solo un segnale: è diventato un modo per raccontare chi abita una città.
Dal punto di vista progettuale ho un’opinione netta su questo. La personalizzazione va bene finché non tocca la grammatica di base: postura riconoscibile, sagoma piena, contrasto alto, posizione della luce coerente. Una figura col cappello o con la gonna resta leggibile. Una figura astratta che danza, come quella di Andorra, è simpatica in foto, ma chiede al pedone uno sforzo in più proprio nel momento in cui deve decidere in fretta.
Il gioco: in quale paese sei?
Con questa tavola sotto gli occhi è possibile allenarsi a indovinare dove ci si trova guardando solo il semaforo. Ecco i segni che uso io quando viaggio:
- Figura bianca e mano arancione per il divieto: quasi certamente sei in Nord America.
- Omino verde con cappello e passo largo: sei nell’ex Germania Est, e a Berlino lo trovi accanto alla versione occidentale.
- Tre luci con un pedone giallo in mezzo: benvenuto in Italia.
- Coppie che si tengono per mano: con buona probabilità sei a Vienna.
- Sagome a puntini LED molto radi, a volte animate: spesso si tratta di impianti recenti in America Latina o in Asia, ma qui la regola è meno affidabile.
Alla fine, il motivo per cui la collezione di Maya Barkai funziona è lo stesso per cui funziona un buon pittogramma. Prende qualcosa che vediamo cento volte al giorno senza notarlo e ce lo fa guardare di nuovo. La prossima volta che vi fermate a un incrocio, guardate l’omino per qualche secondo prima che diventi verde.
Fonti
- Barkai M. (s.d.). Walking Men Worldwide – About. Sito ufficiale del progetto.
- The Arty Semite (s.d.). Q&A: Photographer Maya Barkai’s Walking and Working Worldwide Icons. The Forward.
- German Historical Institute (s.d.). East German Ampelmännchen. German History in Documents and Images.
- ACI – Automobile Club d’Italia (s.d.). Codice della Strada, Art. 41 – Segnali luminosi.
- Federal Highway Administration (2009). MUTCD, Chapter 4E – Pedestrian Control Features. U.S. Department of Transportation.
- Scott A.C., Atkins K.N., Bentzen B.L., Barlow J.M. (2012). Perception of Pedestrian Signals by Pedestrians with Varying Levels of Vision. Transportation Research Record.
- Federal Highway Administration (2019). Safety Evaluation of Pedestrian Countdown Signals, FHWA-HRT-19-045.
- Srinivasan R., Lan B., Carter D. et al. (2022). Safety Evaluation of Pedestrian Countdown Signals: Definitive Results from Two Cities in the United States. Transportation Research Record.
- AA.VV. (s.d.). The impact of pedestrian countdown signals on pedestrian-motor vehicle collisions: a reanalysis of data from a quasi-experimental study. PubMed Central.
- U.S. Access Board (s.d.). Common Problems Arising in the Installation of Accessible Pedestrian Signals.
- AA.VV. (2010). Audible Beaconing with Accessible Pedestrian Signals. PubMed / NIH.
