Ho davanti un poster verticale che prova a fare una cosa quasi impossibile: mettere seimila anni di storia umana dentro un solo foglio. Si intitola Timeline of World History ed è costruito come un grattacielo di colonne colorate: a sinistra la scala del tempo, dal 3000 a.C. in alto fino al 2000 d.C. in basso; in orizzontale una ventina di colonne che corrispondono, come rivela la fila di bandiere in fondo, ad altrettanti Stati di oggi. Dentro ogni colonna, blocchi pastello impilati: Vecchio Regno, Impero Romano, Al-Andalus, Dinastia Song, Periodo Edo. Sopra alcune colonne spuntano piccoli disegni al tratto: la Statua della Libertà, il Big Ben, il Colosseo, la Sydney Opera House, il Partenone. È bellissimo da guardare. E proprio per questo va guardato con attenzione, perché nella grafica di dati la bellezza è anche il modo più efficace per far passare un’opinione come se fosse una misura.
Lavoro da anni con tavole cronologiche per mostre e pubblicazioni, e la prima cosa che faccio davanti a un poster così è cercare tre informazioni: la scala, l’unità di misura e la fonte. Qui la scala c’è ma cambia strada facendo, l’unità di misura della larghezza non è dichiarata e la fonte non compare. Vediamo perché è importante.
La scala che cambia a metà foglio
Guardate i numeri sul margine sinistro. Nella parte alta i riferimenti scorrono di trecento anni in trecento anni: 3000, 2700, 2400, 2100 a.C. Poi, superata l’era volgare, gli intervalli diventano di cento anni: 100, 200, 300 d.C. Il risultato è che un centimetro di carta nella metà superiore vale molto più tempo di un centimetro nella metà inferiore. Gli ultimi due millenni si prendono la maggior parte del foglio, i primi tremila anni sono compressi in una striscia.
Non è un errore ingenuo: è una scelta pratica, perché la documentazione storica degli ultimi secoli è enormemente più fitta e senza quella dilatazione i blocchi moderni sarebbero illeggibili. Il problema è che la scala non è segnalata come discontinua. E qui casca l’asino percettivo: l’occhio legge la posizione lungo un asse come la più affidabile delle informazioni. Gli studi classici sulla percezione grafica hanno ordinato i canali visivi per accuratezza e la posizione lungo una scala comune sta al primo posto, davanti a lunghezza, angolo e area. Se la scala si piega, il canale più affidabile diventa il più bugiardo, e nessuno se ne accorge.
La larghezza: la domanda a cui il poster non risponde
La tentazione di chi guarda è immediata: più il blocco è largo, più quella civiltà era potente. È l’eredità diretta dell’Histomap di John B. Sparks, stampato da Rand McNally nel 1931, un rotolo di 31 per 158 centimetri che dichiarava apertamente di mostrare la potenza relativa di Stati, nazioni e imperi. Vendette moltissimo e sta ancora appeso in migliaia di case, ma nessuno ha mai spiegato con quali dati fosse calcolata quella potenza: né popolazione, né superficie, né gettito fiscale, né eserciti. Larghezze a occhio, travestite da misura.
Nel poster che ho davanti la meccanica è diversa ma l’effetto ottico è identico. Le colonne hanno larghezza fissa e corrispondono a Stati contemporanei; un’entità storica appare grande se attraversa più colonne. Ecco perché l’Impero Romano diventa il blocco più esteso della tavola: non perché sia stato il più vasto o il più popoloso della storia, ma perché tra le colonne scelte ci sono Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Regno Unito, Grecia, Turchia, Egitto. La larghezza qui misura una cosa sola: quanti Stati moderni presenti nel poster quella entità ha toccato. Cambiate l’elenco degli Stati e l’Impero Romano si sgonfia, mentre gli imperi delle steppe, che nella tavola quasi non compaiono, esploderebbero.
Chi manca, e perché si vede
Un’infografica dice molto anche con i vuoti. Dell’Africa qui c’è solo l’Egitto: niente Nubia, niente Aksum, niente Mali, Songhai, Grandi Zimbabwe, Etiopia. Metà della popolazione mondiale attuale è riassunta in due colonne, Cina e India. Le Americhe e l’Australia hanno colonne quasi interamente occupate da un unico blocco monocromo etichettato era indigena, mentre l’Europa nello stesso arco di tempo è suddivisa in decine di dinastie e regni.
Questa asimmetria grafica è la parte che, da progettista, mi convince meno: dare un blocco unico a tremila anni di storia significa dichiarare, senza scriverlo, che lì dentro non è successo niente di distinguibile. La ricerca dice il contrario. Le impronte umane fossili di White Sands, nel Nuovo Messico, sono state datate tra 23.000 e 21.000 anni fa e la datazione è stata confermata da metodi indipendenti; nel nord dell’Australia il sito di Madjedbebe documenta occupazione umana da circa 65.000 anni. Fuori dalla scala del poster, certo. Ma dentro il suo arco temporale ci stanno comodamente le culture di Cahokia, la civiltà di Caral, i regni maya classici, la rete di Chaco Canyon: entità che meritavano blocchi distinti quanto un Ducato di Baviera.
Le cose che invece funzionano
Sarebbe ingeneroso liquidarlo. Ci sono scelte che, viste con l’occhio di chi impagina, sono buone.
- La palette pastello desaturata: colori chiari con testo nero sopra mantengono un contrasto sufficiente. Le raccomandazioni cartografiche sulle scale qualitative suggeriscono di non superare una manciata di tinte distinguibili, e qui le famiglie cromatiche sono poche e riciclate lungo le colonne: si distinguono ancora.
- L’ordine geografico delle colonne, da ovest a est: rende la tavola leggibile anche in orizzontale, come una fascia di longitudine.
- La gerarchia tipografica dentro i blocchi: data piccola, nome in grassetto, didascalia in corpo minore. Tre livelli, non uno di più. È la ragione per cui, nonostante la densità, l’occhio riesce a scendere.
- Le fasce di epoca sul margine sinistro (Età del Bronzo, Antichità classica, Medioevo, Età moderna): sono l’unico appiglio di orientamento e sono al posto giusto, dove l’occhio torna a cercare la scala.
Il dettaglio che tradisce la grammatica
Le iconcine dei monumenti in cima alle colonne sono la scelta che, secondo me, andava risolta diversamente. Statua della Libertà, Big Ben, Chichén Itzá, Opera di Sydney: sono lì come intestazioni identificative del Paese, non come eventi datati. Solo che in una tavola dove la posizione verticale significa tempo, mettere la Statua della Libertà all’altezza dell’Età del Bronzo rompe la regola che il grafico stesso ha appena stabilito. Nel corpo della tavola ci sono, correttamente, marcatori di historical landmark con simbolo dedicato e legenda, alla data giusta. Bastava usare quel sistema anche in testa alle colonne, o spostare i monumenti in una fascia neutra sopra l’asse. È un piccolo dettaglio, ma è il tipo di dettaglio che separa una tavola documentaria da un poster decorativo.
Riconoscere una tavola affidabile in dieci secondi
Il test che uso, e che consiglio a chiunque compri o progetti una cronologia, è questo:
- La scala del tempo è continua e con intervalli costanti? Se cambia passo, deve essere dichiarato.
- La dimensione dei blocchi ha un’unità di misura scritta da qualche parte? Se una larghezza non misura niente, deve restare costante.
- C’è una fonte, o almeno un criterio di selezione delle entità mostrate?
- La legenda spiega il significato dei colori, o il colore è solo decorazione?
- Chi non c’è, e perché?
Va detto a onore del poster che nella nota in fondo si dichiara come rappresentazione semplificata e non proporzionale alla dimensione reale. Tre righe di legenda, ma smontano l’incantesimo: chiunque lo appenda dovrebbe leggerle prima.
Se lo appendete: altezza, luce, cornice
Un foglio così alto pone problemi concreti, e li ho affrontati più volte allestendo pannelli in mostra. Primo: l’altezza. Non si centra il poster sulla parete, si centra sull’epoca che interessa. La fascia di testo che volete leggere davvero deve stare all’altezza degli occhi, indicativamente tra 140 e 160 centimetri da terra; le linee guida museali per l’accessibilità ragionano proprio così, scegliendo il corpo del carattere in funzione della distanza di lettura e mantenendo i testi principali dentro una fascia comoda per chi sta in piedi e per chi è seduto. Su una tavola alta due metri significa accettare che la parte alta e quella bassa si leggano solo avvicinandosi: prevedete quello spazio davanti, almeno mezzo metro libero.
Secondo: la luce. La luce radente, tipica di un faretto messo vicino alla parete, è la peggiore nemica dei caratteri piccoli, perché esalta la grana della carta e i riflessi del vetro proprio sul corpo minore. Meglio una luce diffusa e frontale. E c’è la questione conservativa: per la carta e gli inchiostri il danno da luce è cumulativo e irreversibile, e il riferimento museale per i materiali sensibili resta intorno ai 50 lux, con esclusione dei raggi ultravioletti. Un poster stampato in digitale non è un acquerello dell’Ottocento, ma il sole diretto lo scolorisce comunque in una stagione: parete lontana dalla finestra, vetro antiriflesso e possibilmente filtrante UV.
Terzo: la cornice. Su formati molto allungati la cornice a giorno con due lastre e distanziatori funziona meglio di un profilo pesante, perché non aggiunge peso visivo a un oggetto già fittissimo. Se la stampa arriva arrotolata, lasciatela distesa sotto peso per qualche giorno prima di montarla: le tavole lunghe tendono a mantenere memoria del rotolo e a spingere contro il vetro.
Da Priestley a oggi: perché continuiamo a disegnare il tempo
Questo poster è l’ultimo anello di una catena lunga. Nel 1765 Joseph Priestley pubblicò A Chart of Biography, dove la vita di circa duemila personaggi diventava una barra orizzontale su un asse temporale: la sua intuizione decisiva fu legare unità di tempo a unità di distanza sulla carta, esattamente come un cartografo usa la scala. Nel 1846 Emma Willard, educatrice e prima grande cartografa americana, presentò il Temple of Time, una prospettiva architettonica in cui i secoli erano il pavimento e i personaggi le colonne: la storia trasformata in uno spazio in cui camminare, per aiutare gli studenti a memorizzarla. Nel 1931 l’Histomap portò questa tradizione nel mercato di massa, con il suo fiume di potenze che si allarga e si strozza.
Tutti e tre hanno lo stesso pregio e lo stesso limite di questa tavola: rendono pensabile una quantità di tempo che il nostro cervello non sa tenere insieme, al prezzo di una semplificazione che qualcuno ha deciso al posto nostro. Vale la pena appenderla, se serve a far venire voglia di cercare cosa c’è dentro quei blocchi vuoti. Ma va appesa sapendo che una cronologia non è una fotografia della storia: è un progetto grafico, con un autore, un punto di vista e una serie di scelte che possiamo, e dovremmo, discutere.
Fonti
- Cleveland, W. S., McGill, R. (1984). Graphical Perception: Theory, Experimentation, and Application to the Development of Graphical Methods. Science.
- National Endowment for the Humanities. Joseph Priestley Created Revolutionary Maps of Time. NEH.
- Willard, E. (1846). The Temple of Time. Data Visualization and the Modern Imagination, Stanford University Libraries.
- Sparks, J. B. (1931). The Histomap. Four Thousand Years of World History. David Rumsey Map Collection, Stanford Libraries.
- Brewer, C. A., Hatchard, G. W., Harrower, M. A. (2003). ColorBrewer in Print: A Catalog of Color Schemes for Maps. Cartography and Geographic Information Science.
- Pigati, J. S. et al. (2023). Independent age estimates resolve the controversy of ancient human footprints at White Sands. Science.
- Florin, S. A. et al. (2020). Pandanus nutshell generates a palaeoprecipitation record for human occupation at Madjedbebe. Nature Ecology and Evolution.
- Canadian Conservation Institute. Agent of Deterioration: Light, Ultraviolet and Infrared. Government of Canada.
- Canadian Conservation Institute. Notes 11/2: Storing Works on Paper. Government of Canada.
- Smithsonian Institution. Smithsonian Guidelines for Accessible Exhibition Design.
