In sessanta centimetri non ci stanno due schermi, con il KARLBY di IKEA su due ALEX la scrivania arriva a due metri

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Il problema di chi lavora o studia da casa non è il gusto, è lo spazio utile. Due schermi, una tastiera, il quaderno aperto di fianco: sessanta centimetri di profondità finiscono subito, e la scrivania da ufficio economica comincia a ballare appena ci si appoggia con i gomiti.

Poi c’è il secondo problema, quello che nessuno risolve: dove finiscono le cose. Cavi, caricatori, fogli, cavetti di scorta. Senza cassetti il piano si riempie in una settimana e la postazione torna com’era prima.

La terza trappola è il muro. In affitto non si fora, non si monta una mensola portante, non si ordina un mobile su misura che poi resta lì. Qui la soluzione è la più vecchia e la più solida: un piano di lavoro da cucina appoggiato su contenitori. Due pezzi IKEA a catalogo, nessun tassello, e una scrivania che sembra fatta per quella stanza.

Il piano lungo che gira nell’angolo e si porta dietro i cassetti

Scrivania angolare con piano in rovere su cassettiera bianca a quattro cassetti, monitor su braccio e sedia operativa
La luce naturale arriva di lato allo schermo: è la posizione che riduce i riflessi senza costringere a tenere le tapparelle chiuse.

La stanza è piccola e con una parete inclinata, eppure la postazione occupa tutta la finestra senza sembrare ingombrante. Il merito è della sezione: un piano di lavoro da cucina in rovere, con lo spessore pieno tipico dei top KARLBY, appoggiato da un lato su una cassettiera ALEX bianca e dall’altro su una gamba cilindrica. La cassettiera non è un accessorio, è la gamba: regge il carico e nello stesso tempo restituisce quattro cassetti dove sparisce tutto quello che di solito resta sul piano.

Due misure contano più di ogni altra cosa. L’ALEX sta intorno ai 70 cm di altezza e il top aggiunge quasi quattro centimetri: si arriva a un’altezza di lavoro vicina ai 73-74 cm, cioè proprio la quota a cui l’ergonomia delle postazioni con videoterminale lavora bene per una persona di statura media seduta su una sedia regolabile. La profondità del piano cucina, più generosa di una scrivania commerciale, permette di arretrare lo schermo e tenere gli avambracci appoggiati.

Da notare il braccio porta-monitor morsettato sul bordo: su un pannello sottile sarebbe una leva pericolosa, su un top spesso e continuo tiene senza deformare. E il monitor verticale sospeso libera l’intera fascia davanti alla finestra, dove restano solo i libri, la pianta e una candela. Il piano non è pieno, è abitato.

Vista dall’altro lato: dove finiscono i cavi e perché il piano non flette

Piano in rovere con tastiera, mouse, monitor con barra luminosa, microfono su braccio e cassettiera bianca a destra
Il rovere chiaro sotto le mani va protetto: un olio o una cera dura rende la superficie meno sensibile a sudore e bicchieri appoggiati.

Dalla seconda inquadratura si capisce la logica costruttiva. Il piano appoggia su due appoggi contenitore alle estremità e su una gamba intermedia sotto la zona centrale: è questo il punto che evita la flessione. Con un top in multistrato impiallacciato dello spessore di un piano cucina, uno sbalzo oltre la cassettiera di 25-30 cm resta rigido; andare molto oltre, con il peso di un monitor su braccio, significa vedere il bordo cedere nel tempo.

Guardate sotto il piano: non si vede un cavo. La ciabatta e le alimentazioni sono raccolte dietro, nascoste dal volume della cassettiera e dai dorsi degli apparecchi. È la ragione per cui questa combinazione funziona davvero e non solo in foto: il cassetto superiore dell’ALEX, poco profondo, si presta a diventare il vano dei caricatori, mentre i cavi scendono lungo il fianco del mobile.

Sull’illuminazione la scelta è corretta: una barra luminosa sopra lo schermo invece del lampadario centrale. Illumina la zona di compito senza mandare riflessi sul pannello, ed è il modo più semplice per avvicinarsi ai livelli richiesti per scrittura e lettura al videoterminale, che le norme sull’illuminazione degli interni collocano intorno ai 500 lux sull’area di lavoro. Il rovere chiaro aiuta: rimanda luce invece di assorbirla, al contrario della parete scura.

Come rifarla a casa, partendo dalle misure

Prima di comprare, misura la parete e sottrai due centimetri per sicurezza. Poi decidi la posizione dei contenitori: appoggi alle estremità, sbalzo massimo 25-30 cm per lato, e se il piano supera il metro e ottanta aggiungi una gamba o un terzo appoggio al centro. È questa la differenza fra una scrivania ferma e una che vibra quando digiti.

Per il fissaggio non forare il top da sopra: usa squadrette metalliche avvitate dall’interno della cassettiera verso l’alto, con viti più corte dello spessore del piano, almeno tre o quattro millimetri in meno. Sotto il mobile, feltrini o piedini regolabili per recuperare il pavimento non perfettamente in piano. Se la casa è in affitto, così smonti tutto in mezz’ora senza lasciare un segno.

Finitura e cavi, infine. Il legno impiallacciato va trattato prima dell’uso con olio o cera dura, una mano e una seconda dopo qualche ora, insistendo sul bordo anteriore dove poggiano gli avambracci. La ciabatta si avvita sotto il piano o si fissa con fascette dietro la cassettiera, e una luce lineare sopra lo schermo risolve l’ultimo pezzo: niente ombre sulla tastiera, niente riflessi sul monitor.

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Tag:Scrivania fai da te

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