Immagini NASA di pubblico dominio: come usarle davvero, partendo da una copertina col Pale Blue Dot

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Un campo blu-violetto che sfuma dal nero profondo in alto a una foschia lattiginosa in basso, attraversato da una diagonale di luce più chiara. Dentro quella diagonale, appena a destra del centro, un puntino grande quanto una briciola. Intorno, tredici lettere bianche sparse una per volta, in cascata: C, O, S, M, I, C, poi D, E, B, R, I, S. In basso a sinistra, minuscolo e spaziatissimo, un logotipo: MILD BREW. È una copertina, e la fotografia che le fa da fondo è una delle immagini più famose mai scattate: il Pale Blue Dot ripreso dalla Voyager 1 il 14 febbraio 1990.

Lavoro da anni con immagini d’archivio nei progetti grafici e ogni volta che vedo un fondale come questo mi faccio la stessa domanda: chi l’ha montato sa cosa sta usando, o ha solo trovato uno sfondo bello? Qui la risposta si vede nei dettagli, e vale la pena smontarli uno per uno.

Quel puntino non è polvere sulla scansione

La scena è stata ripresa dalla camera ad angolo stretto della Voyager 1 da circa sei miliardi di chilometri, pochi minuti prima che le camere della sonda venissero spente per risparmiare energia. La Terra occupa meno di un pixel: un crescente di circa 0,12 pixel, per la precisione. Le strisce chiare che tagliano l’inquadratura, quella che nella copertina fa da colonna vertebrale del layout, non sono un effetto artistico e nemmeno un raggio di sole reale: è luce solare diffusa dentro l’ottica della camera, perché puntando così vicino al Sole l’obiettivo si è riempito di riflessi interni. In fotografia terrestre lo chiameremmo flare, un difetto. Per una combinazione fortunata uno di quei raggi passa esattamente sopra la Terra, e questo ha reso l’immagine un’icona.

C’è un secondo dettaglio che quasi nessuno nota: il colore. Non è una foto a colori nel senso comune. È un composito ottenuto da tre riprese separate con filtri violetto, blu e verde, ricombinate a posteriori. Il blu della Terra è coerente con la realtà, ma il colore complessivo è una ricostruzione. Nel 2020 il JPL ha ripubblicato una versione riprocessata con software moderni: più pulita, con i raggi più leggibili e il puntino leggermente più definito. Chi progetta una copertina dovrebbe sempre partire da quella, non da una JPEG rimbalzata per trent’anni sul web.

Perché quell’archivio è quasi tutto libero

Il fatto che sorprende chi non ci ha mai messo le mani è questo: il materiale prodotto dalla NASA in genere non è soggetto a copyright negli Stati Uniti, e le linee guida ufficiali sull’uso di immagini e media ne consentono l’impiego per scopi informativi, editoriali ed educativi senza chiedere permesso e senza pagare nulla. Per questo il Pale Blue Dot, la Earthrise dell’Apollo 8, la Blue Marble dell’Apollo 17 e le nebulose di Hubble finiscono da decenni su dischi, magliette, manifesti e pareti.

Le eccezioni però esistono e sono quelle che fanno inciampare i progetti commerciali. Il logo NASA, il logotipo e gli identificativi dell’ente non sono di pubblico dominio e sono tutelati per legge: metterli su un prodotto è tutt’altra faccenda rispetto a usare una fotografia. Non si può inoltre far intendere che la NASA appoggi o sponsorizzi un prodotto o un servizio, e le immagini in cui compaiono persone identificabili richiedono attenzione ulteriore. Sul fronte europeo la regola è diversa ma altrettanto semplice: le immagini di ESA/Hubble ed ESA/Webb escono con licenza Creative Commons Attribution 4.0, quindi sono utilizzabili anche commercialmente ma il credito è obbligatorio, deve restare leggibile, non alterato e non staccato dall’immagine.

Riconoscere la provenienza di uno scatto

Prima di usare un’immagine astronomica vado sempre a cercarne l’identità. Non è pignoleria: è l’unico modo per sapere che diritti ha, che risoluzione reale ha e cosa sto mostrando davvero. I riferimenti buoni sono pochi e stanno tutti in casa degli enti.

  • Sonde planetarie e missioni del sistema solare: il Photojournal del JPL, dove ogni immagine ha un codice PIA seguito da un numero. Il Pale Blue Dot originale è PIA00452, la versione riprocessata è PIA23645.
  • Archivio generale NASA: la libreria di immagini e video dell’ente, con i file originali e i metadati.
  • Telescopi spaziali: i portali ESA/Hubble ed ESA/Webb, dove trovi i TIFF a piena risoluzione e, cosa preziosa, la scheda con i filtri usati e i colori assegnati.

Le firme dei crediti raccontano già la filiera: NASA/JPL-Caltech indica una missione gestita dal Jet Propulsion Laboratory, ESA/Hubble & NASA una collaborazione europea-americana, NASA, ESA, CSA, STScI un’immagine di Webb. Se un file non ha nessuna di queste tracce, quasi sempre è una copia di terza mano, ricompressa e degradata.

I falsi colori non sono un trucco

Quando spiego questa parte vedo sempre la stessa reazione delusa. No, la Nebulosa Aquila non è rosa e oro come nelle stampe. I telescopi lavorano con filtri che isolano bande strette di lunghezza d’onda, spesso legate a specifici elementi chimici, e ogni ripresa arriva in bianco e nero. Il colore viene assegnato dopo: se le bande stanno nel visibile si può ricostruire qualcosa di vicino alla percezione umana, se stanno nell’infrarosso o nell’ultravioletto la traduzione cromatica è una convenzione, ordinata di solito per lunghezza d’onda crescente dal blu al rosso.

Non è un imbroglio, è una mappa. Ma cambia il modo in cui la usi: un’immagine in falso colore è un’infografica scientifica travestita da fotografia, e se la stampi grande vale la pena scriverlo nella didascalia. Il Pale Blue Dot, da questo punto di vista, è onesto: la traduzione è vicina al visibile, e infatti il blu del puntino è davvero il blu del nostro pianeta.

Cosa funziona e cosa no in questa copertina

La scelta forte del layout è aver lasciato la fotografia quasi intatta, senza filtri, senza sovrapposizioni pesanti, e aver disperso il titolo in singole lettere che scendono in diagonale seguendo la geometria dei raggi di luce. Funziona per due motivi. Primo: le lettere non coprono mai il soggetto, il puntino resta l’unico elemento isolato nella zona più chiara. Secondo: la dispersione tipografica racconta il contenuto, detriti sparsi nel vuoto, senza doverlo illustrare.

Il rischio, e qui parlo per errori miei, è duplice. Le lettere disposte in colonna obbligata a leggere dall’alto verso il basso e con salti orizzontali generano ambiguità nell’ordine di lettura: chi guarda per due secondi può non ricomporre la parola, o ricomporne un’altra. E il testo bianco su fondo scuro paga un pegno documentato: la ricerca sulla polarità di contrasto mostra un vantaggio della polarità positiva, testo scuro su fondo chiaro, e questo vantaggio cresce proprio quando i caratteri sono piccoli. Nella miniatura di uno streaming musicale o nella griglia di un e-commerce, quelle lettere sottili spariscono. Se la copertina deve vivere anche a 200 pixel, servono aste più spesse, corpo maggiore e magari un raggruppamento parziale delle lettere.

Portarla in stampa senza rovinarla

Un’immagine astronomica in grande formato è una delle poche stampe da parete che regge lo sguardo per anni, ma è anche una delle più insidiose. Il problema numero uno è il nero: in stampa non esiste il nero dello schermo. Le norme di controllo di processo per l’offset regolano la somma delle percentuali di inchiostro sovrapposte nelle aree scure, il cosiddetto valore di copertura totale, che resta ben sotto il massimo teorico del quattrocento per cento; superarlo significa carta inzuppata, essiccazione lenta e dettaglio perso proprio nelle ombre, cioè in metà di questa fotografia. Un nero composito ben calcolato è più profondo e più stabile di un nero di solo inchiostro nero.

Il secondo problema sono i gradienti. Una sfumatura lunga come questa, dal nero al lilla, in otto bit si spezza in bande visibili appena la ingrandisci. Si lavora a sedici bit, si scarica il TIFF originale e non la JPEG del sito, e si accetta la grana: il rumore fotografico, in una scena così, è un alleato perché rompe le bande e dà consistenza materica. Il terzo è la scala. Ingrandire un file oltre la sua risoluzione reale trasforma il rumore in poltiglia: meglio una stampa da cinquanta centimetri fatta bene che un metro e mezzo di pixel stiracchiati. Su un soggetto quasi monocromo e a basso dettaglio come questo, la distanza di visione tipica di un soggiorno perdona molto più che su un ritratto, ma il limite resta il file.

Ultimo punto, quello che quasi tutti trascurano: la luce. Se la stampa è su carta fine art con inchiostri a pigmento, l’esposizione luminosa cumulata è il fattore che ne decide la vita. Le raccomandazioni tecniche sul controllo del danno da radiazione ottica agli oggetti museali ragionano proprio in termini di dose, illuminamento per ore di esposizione, e per i materiali più sensibili come i supporti cartacei fissano livelli molto bassi. Tradotto in casa: mai sole diretto, mai una faretto acceso dodici ore al giorno addosso, meglio un vetro con filtro UV.

Il credito, anche quando non è obbligatorio

Nella copertina che stiamo guardando compare solo il logotipo dell’autore. Nessun riferimento alla fonte dell’immagine. Legalmente, per un’immagine NASA, non è un errore. Culturalmente lo è. Scrivere in piccolo Image: NASA/JPL-Caltech sul retro, nella scheda del disco o nel margine della stampa costa nulla e fa tre cose: rispetta il lavoro di migliaia di persone, dice a chi guarda che quel puntino è reale e non un rendering, e protegge il progetto dall’accusa più fastidiosa, quella di aver spacciato per proprio un patrimonio comune. Per le immagini europee di Hubble e Webb il credito non è una cortesia ma una condizione della licenza, e va riportato senza modifiche.

È questa, alla fine, la lezione che porto a casa da ogni progetto costruito su un archivio pubblico: la libertà d’uso non è un permesso di appropriarsi, è un invito a far circolare. Una copertina che mette tredici lettere intorno a un pixel azzurro e lo lascia respirare ha capito il punto meglio di tanti manifesti pieni di effetti. Basta ricordarsi di dire da dove viene quel pixel.

Fonti

Tag:Progetto editoriale

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