Guilloché: cos’è e come si fa la rosetta stampata su biglietti e banconote

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Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

Tre biglietti della lotteria di Tokyo, tutti da 100 yen, tutti datati anno 31 dell’era Showa: il 1956. Il primo è un mosaico astratto di rossi, arancioni e ocra, tessere curve che si incastrano come vetri di una finestra scomposta. Il secondo mostra tre figurine stilizzate su sci e pattini, ridotte a triangoli rossi e verdi con testoline rosa e berretti a pompon, e porta la data dell’estrazione: 8 dicembre. Il terzo è il più tradizionale: un ramo di cachi con foglie verdi appoggiato su una fascia blu notte, dentro una cornice arancio, estrazione del 1º novembre. In basso, su tutti, il nome della banca incaricata stampato in caratteri neri. Bellissimi, sì. Ma la cosa che guardo io, ogni volta che mi capita fra le mani un pezzo di carta come questo, è un dettaglio minuscolo in basso a destra: una rosetta ovale di fili intrecciati, beige sul primo biglietto, rossa sul secondo, verde acqua sul terzo, con dentro il numero di serie e l’indicazione del gruppo. Quella rosetta non è una decorazione avanzata per riempire il vuoto. È una firma meccanica.

Che cos’è un guilloché e da dove arriva quella curva

Il nome tecnico di quel groviglio ordinato è guilloché. Non è un disegno fatto a mano libera e, all’epoca, non era nemmeno un pattern generato da un software: nasce da una macchina. L’engine turning, la tornitura ornamentale, usa torni geometrici e rose engine, macchine costruite tra Settecento e Ottocento in cui il pezzo da incidere ruota mentre camme e ingranaggi lo spostano lateralmente. Il risultato è una traiettoria continua, matematicamente determinata dai rapporti fra i movimenti: cambia una ruota dentata e cambia tutta la figura. Nelle collezioni del Science Museum di Londra si trovano esemplari di questi torni, ed è impressionante vedere che l’oggetto che produce curve così sottili è una macchina di ghisa e ottone.

La stessa tecnica ha due carriere parallele. Su metallo prezioso serve a incidere superfici che poi vengono ricoperte di smalto trasparente: è il guilloché enamel, quello che il Victoria and Albert Museum spiega come base delle superfici traslucide di orologi e oggetti di lusso, dove le linee incise si leggono attraverso lo smalto e creano quel movimento di luce che nessuna vernice piatta riesce a imitare. Su carta, invece, serve a un’altra cosa: rendere la copia difficile.

Perché una rosetta di fili intrecciati vale come sigillo

Il ragionamento è brutalmente semplice e per questo funziona da due secoli. Una linea prodotta da un tornio geometrico è continua, di spessore costante, e incrocia le altre in punti puliti, senza sbavature e senza interruzioni. Un falsario che provi a ridisegnarla a mano lascia micro-tremori e spessori variabili che salgono in faccia appena metti una lente. Un falsario che provi a fotografarla e ristamparla con mezzi comuni la trasforma in un retino di puntini: sotto ingrandimento la linea non è più una linea, è una fila di macchie. Il controllo, per chi come me ha passato ore su carte antiche con una lente da 10x, è sempre lo stesso: cerco la continuità del tratto, non la bellezza del disegno.

C’è poi un secondo strato di intelligenza progettuale, e su questi biglietti giapponesi si vede benissimo. La rosetta non sta accanto al numero: gli sta sotto e attorno, lo attraversa. Il numero di serie è stampato sopra un fondino intrecciato, quindi qualsiasi grattatura, cancellatura o ritocco di una cifra rompe il disegno delle linee sottostanti e diventa evidente. È lo stesso principio che oggi troviamo sui documenti in policarbonato, dove i fondini di sicurezza e i guilloché convivono con microscritture e incisione laser: le informazioni critiche vengono legate al supporto, non appoggiate sopra.

La linea italiana: dalle lire alle carte valori

Questa storia non è affatto esotica. La Banca d’Italia racconta un episodio che uso spesso quando mi chiedono perché la stampa di sicurezza sia diventata così sofisticata: nel 1910, dopo la scoperta di un gran numero di biglietti falsi in circolazione, l’istituto avviò un programma di rinnovamento della produzione che portò all’introduzione della stampa calcografica, all’acquisto di macchine calcografiche e alla creazione di una cartiera propria. La calcografia — l’incisione in cui l’inchiostro viene depositato in rilievo dai solchi della lastra — è la parente stretta del guilloché: entrambe vivono di linee incise, non di punti.

Sempre la Banca d’Italia mette in chiaro un punto che dovrebbe far riflettere qualunque grafico: al falsario non serve riprodurre davvero la tecnologia, gli basta imitare l’effetto cromatico d’insieme, perché è quello che inganna chi non controlla nient’altro. Ecco perché le banche centrali insistono su una sequenza di verifica fisica: toccare, guardare, inclinare. Nelle banconote in euro, per esempio, la stampa calcografica produce un rilievo tattile su parti precise del fronte: una caratteristica che si sente con le dita, non si valuta a occhio da lontano.

Sul fronte italiano contemporaneo la filiera esiste ancora ed è pubblica: l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato produce documenti e carte valori con tecnologie di stampa di sicurezza, e dal 2017 la produzione delle carte speciali filigranate per banconote, passaporti e carte valori è concentrata in Valoridicarta, società partecipata insieme alla Banca d’Italia. Il guilloché, in quella catena, è un mattone tra molti: non è più l’unica difesa, ma è rimasto il linguaggio visivo che dice documento a valore prima ancora che tu legga una parola.

Perché questi biglietti sono anche buon design, non solo buona sicurezza

Guardiamoli come progetto grafico. I tre biglietti hanno la stessa gabbia: cifra del valore a sinistra, numero dell’estrazione e la parola che identifica la lotteria in alto a destra, dati legali in una riga di piedino minuscola, rosetta con numerazione nell’angolo. Cambia solo l’illustrazione, e cambia radicalmente: astrazione geometrica, figurine sportive quasi da manifesto svizzero, natura morta stagionale con i cachi di novembre. È un sistema, non una serie di pezzi unici: la struttura resta riconoscibile, la pelle cambia per dare il senso del tempo e della stagione.

Il contesto aiuta a capire perché siano così vivaci. La lotteria nazionale giapponese moderna nasce nell’ottobre del 1945, lanciata dal governo come strumento per contrastare l’inflazione del dopoguerra, dopo oltre un secolo di divieto. Metà anni Cinquanta significa dunque un prodotto pubblico giovane, che deve farsi comprare in strada, in un momento in cui la grafica giapponese stava costruendo la propria identità professionale. Su questi cartoncini si vede la sintesi: colore piatto, poche tinte, forme tagliate con le forbici più che disegnate, e un contrappunto tecnico — la rosetta — che appartiene a un mondo estetico completamente diverso. Il bello, per me, sta esattamente in questo attrito: l’illustrazione moderna e il fossile ottocentesco convivono a due centimetri di distanza.

Guilloché: cos’è e come si fa la rosetta stampata su biglietti e banconote

Come si riconosce un guilloché vero e come si rifà senza fare pasticci

Se vi capita fra le mani un biglietto, un titolo al portatore, un diploma o un documento e volete capire con che cosa avete a che fare, la mia checklist è questa.

  • Lente in mano, cercate la linea. Un guilloché autentico è fatto di tratti continui e di spessore costante, che non si interrompono e si incrociano in modo netto. Se sotto ingrandimento vedete punti, retini o bordi sfrangiati, è una riproduzione.
  • Guardate il rapporto col numero. Il disegno deve intrecciarsi con la numerazione, non stargli accanto. Un fondino che si ferma prudentemente prima delle cifre è decorazione, non sicurezza.
  • Usate la luce di taglio. Illuminare la superficie con una sorgente radente, quasi parallela alla carta, è una tecnica standard di esame conservativo: rivela rilievi, impronte, deformazioni. Se la stampa è calcografica o tipografica, il rilievo o l’impronta si vedono. Se è liscia come una fotocopia, sapete già la risposta.

Se invece volete ridisegnarne uno per un progetto grafico — un’etichetta, un certificato, un packaging — il consiglio che dò sempre è di partire dalla matematica e non dal filtro. Quelle curve sono famiglie di traiettorie generate da rapporti fra rotazioni: nei software vettoriali si ottengono con strumenti a spirografo o con curve parametriche, dove basta cambiare il rapporto fra i due movimenti per passare da una stella a una rosetta densa. Tre errori da evitare, visti troppe volte: spessori variabili (uccidono l’effetto meccanico), troppe tinte sovrapposte senza registro perfetto (i fondini multicolore erano difficilissimi da registrare anche per i tipografi, figuriamoci oggi con stampe economiche), e la densità eccessiva, che in piccolo formato si impasta e diventa una macchia grigia. Un guilloché ben fatto resta leggibile come intreccio anche a 3 centimetri di diametro.

Appenderli in casa: piccolo formato, distanza giusta, luce bassa

Questi pezzi funzionano incorniciati, ma solo se si accetta una regola: sono oggetti da vicino. L’occhio umano, in condizioni normali, risolve dettagli dell’ordine di un minuto d’arco: a 40 centimetri significa circa un decimo di millimetro. Le linee di un guilloché stanno proprio in quella soglia, quindi un biglietto appeso in fondo a un corridoio diventa una macchia colorata e perde tutto. Io li metto dove ci si passa accanto: ingresso, corridoio stretto, parete accanto alla scrivania, altezza occhi.

Sulla luce, due indicazioni che vengono dalla conservazione e non dall’arredamento. Primo: la carta stampata è materiale sensibile, e le linee guida museali storiche indicano livelli molto bassi — l’ordine di grandezza dei 50 lux — e soprattutto un limite all’esposizione cumulata annuale, perché il danno dipende dalla dose totale, non dal singolo momento. Quindi niente sole diretto, niente faretto acceso otto ore al giorno, e vetro con protezione UV. Secondo: se volete far emergere il rilievo dell’impressione, la strada è una piccola sorgente radente, accesa quando guardate e spenta quando non serve. La luce frontale piatta appiattisce tutto; la luce di taglio a bassa intensità restituisce la materia della carta senza cuocerla.

Alla fine è questo che mi piace di più di quei tre cartoncini: sono stati progettati per essere buttati via. Un biglietto della lotteria vive un mese. Eppure qualcuno ha deciso che meritavano un’illustrazione seria e una rosetta incisa con una macchina ottocentesca. Settant’anni dopo, sono ancora qui a raccontarci come si costruisce fiducia con una linea.

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