Poche sigle hanno fatto una carriera così rapida nel linguaggio dell’edilizia italiana. nZEB — nearly zero-energy building, edificio a energia quasi zero — compare oggi negli annunci immobiliari, nelle brochure dei costruttori, nelle delibere comunali. Compare così spesso che ha perso quasi del tutto il suo significato tecnico, trasformandosi in un sinonimo generico di “casa moderna”. Vale la pena rimetterlo a fuoco, perché dietro quell’avverbio — quasi — si nasconde tutta la storia energetica dell’Europa degli ultimi quindici anni.
Cosa dice davvero la definizione
La formula ufficiale è più precisa di quanto si creda. Secondo la definizione adottata da ENEA, un nZEB è un edificio ad altissima prestazione energetica il cui fabbisogno, molto basso o quasi nullo, è coperto in misura significativa da energia da fonti rinnovabili prodotta in loco.
Le parole importanti sono tre. Altissima prestazione: significa che il fabbisogno va prima abbattuto, non compensato. In misura significativa: significa che una quota rilevante — non simbolica — dell’energia residua deve venire da rinnovabili. In loco: significa sul posto o nelle immediate vicinanze, non acquistata altrove con un contratto verde.
Da qui discende il malinteso più diffuso: l’idea che un impianto fotovoltaico basti a fare un nZEB. Non basta. Un edificio mal isolato con molti pannelli sul tetto resta un edificio mal isolato: produce energia di giorno e la disperde tutto l’anno. La sequenza corretta è l’inversa — prima ridurre, poi produrre — e ha una conseguenza architettonica precisa, perché la riduzione si ottiene con l’orientamento, la forma, lo spessore, le proporzioni delle aperture: tutte scelte che si fanno sul tavolo da disegno, non in fase di scelta degli impianti.
In Italia i requisiti minimi che un edificio deve rispettare per essere considerato nZEB sono fissati dal decreto interministeriale del 26 giugno 2015, che ha reso lo standard obbligatorio per tutte le nuove costruzioni. Non è quindi un’etichetta premiale: è la soglia di ingresso.
Dal 2013 a oggi: cosa è cambiato
Il concetto nasce con la direttiva europea sulla prestazione energetica nell’edilizia del 2010, che chiedeva agli Stati membri di arrivare a costruire solo edifici a energia quasi zero entro la fine del decennio. Per anni il problema principale non fu tecnico ma linguistico: ogni Paese interpretava a modo suo cosa significasse “quasi zero”, con metodologie di calcolo, soglie ed etichette diverse. Confrontare un edificio tedesco e uno italiano che portavano la stessa sigla era, in pratica, impossibile.
Il salto arriva con la revisione approvata nel 2024, la direttiva (UE) 2024/1275, quella che il dibattito pubblico ha ribattezzato “case green”. La Commissione europea ne riassume così l’impianto: entrata in vigore il 28 maggio 2024, termine di recepimento il 29 maggio 2026, e soprattutto un nuovo standard che supera l’nZEB — l’edificio a emissioni zero, destinato a diventare la norma per le nuove costruzioni. Gli Stati devono inoltre definire traiettorie nazionali per ridurre il consumo medio di energia primaria degli edifici residenziali del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035, mentre gli incentivi alle caldaie autonome a combustibili fossili sono stati interrotti dal 1° gennaio 2025 e le installazioni solari diventano prassi ordinaria sui nuovi edifici.
Il calendario prevede lo standard a emissioni zero per i nuovi edifici pubblici dal 2028 e per tutti i nuovi edifici dal 2030, con l’orizzonte di un parco immobiliare europeo decarbonizzato al 2050. L’Italia è arrivata alla scadenza del maggio 2026 senza completare il recepimento: il quadro attuativo nazionale resta in sospeso.
La differenza concettuale tra le due generazioni di standard è sostanziale. L’nZEB ragiona in termini di energia consumata; l’edificio a emissioni zero ragiona in termini di carbonio emesso, e guarda anche dentro i materiali: per gli edifici di grandi dimensioni la direttiva introduce il calcolo del potenziale di riscaldamento globale lungo l’intero ciclo di vita, cioè quanta CO₂ è servita a produrre cemento, acciaio e isolante. Un cambio di paradigma che riporta al centro scelte antiche: costruire meno, con materiali locali, riusando ciò che esiste.
Come si riconosce, davvero
Per chi guarda una casa senza avere strumenti di calcolo, esistono alcuni indizi affidabili. Il primo è l’involucro: spessori generosi, serramenti a triplo vetro con telai a taglio termico, assenza di ponti termici evidenti su balconi e cassonetti. Il secondo è la tenuta all’aria, verificata con il cosiddetto blower door test: un edificio ad altissima prestazione non ha spifferi, e questo dato viene misurato.
Il terzo indizio è la ventilazione meccanica controllata con recupero di calore. In una casa molto ermetica il ricambio d’aria non può essere affidato all’apertura delle finestre: la VMC è ciò che distingue un edificio efficiente e salubre da una scatola sigillata con l’aria viziata. Il quarto è il comportamento estivo: schermature esterne mobili, aggetti, massa termica. Molte case nate efficienti sul fronte invernale si rivelano forni tra giugno e agosto, e in un clima mediterraneo questo è un errore progettuale grave, non un dettaglio.
Sull’attestato di prestazione energetica, infine, conviene guardare oltre la lettera della classe. La classe è una scala relativa; i numeri che contano sono gli indici di prestazione energetica globale, espressi in kWh per metro quadro all’anno, e la quota di fabbisogno coperta da rinnovabili. Due edifici in classe A possono avere comportamenti reali molto diversi.
A che punto è l’Italia
Il quadro d’insieme lo restituisce il Rapporto annuale sulla certificazione energetica degli edifici curato da ENEA insieme al Comitato Termotecnico Italiano, giunto nel 2025 alla sesta edizione. Nel 2024 sono stati emessi oltre 1,2 milioni di attestati, per l’88,7% relativi al comparto residenziale. Le classi più efficienti, dalla A4 alla B, si fermano intorno al 20% del totale residenziale, mentre gli edifici nelle classi peggiori, F e G, restano al 45,3%: in calo di circa tre punti rispetto all’anno precedente, ma ancora quasi metà del campione.
È il dato che spiega perché il dibattito italiano sulle case green sia stato tanto acceso. Il nostro non è un problema di nuove costruzioni — quelle nascono già a standard elevato — ma di un patrimonio esistente costruito in gran parte tra gli anni Cinquanta e Ottanta, quando l’energia costava poco e l’isolamento non era una categoria progettuale.
Esempi italiani
Il laboratorio storico è l’Alto Adige, dove il sistema di certificazione CasaClima, nato per iniziativa della Provincia autonoma di Bolzano, ha anticipato di anni le soglie europee e ha formato una filiera di artigiani, imprese e progettisti abituati a lavorare per obiettivi di prestazione misurata. Un caso istruttivo, perché dimostra che lo standard da solo non basta: serve chi sappia realizzarlo in cantiere.
Fuori dai confini alpini, l’edilizia scolastica è diventata il terreno più fertile. Un esempio documentato è la scuola nZEB di Frassinoro, piccolo comune dell’Appennino modenese: circa 1.500 metri quadri su due piani, classe A4, struttura in legno, pareti realizzate con elementi prefabbricati in paglia compressa, teleriscaldamento a cippato e fotovoltaico, con oltre il 70% del fabbisogno globale coperto da fonti rinnovabili. È il tipo di intervento che raramente fa notizia e che invece descrive meglio di ogni manifesto dove sta andando la costruzione pubblica italiana.
Il rischio dell’edificio-macchina
Resta un’ultima questione, culturale più che tecnica. La rincorsa alle prestazioni ha prodotto una generazione di edifici molto performanti e architettonicamente muti: volumi compatti, finestre calibrate sul calcolo, materiali scelti per il valore di trasmittanza. L’efficienza, presa come unico criterio, impoverisce il progetto quanto lo impoveriva la sua assenza.
La direzione più promettente è opposta, e in fondo più antica: portico, loggia, corte, spessore murario, orientamento, ombra vegetale. Sono dispositivi che l’architettura mediterranea usava da secoli per la stessa ragione per cui oggi si calcolano gli indici di prestazione. Un edificio a consumo quasi zero riuscito non è quello che nasconde meglio i suoi impianti, ma quello in cui la prestazione energetica è diventata forma abitabile — e in cui, entrandoci, si sta semplicemente bene.
