C’è un dato che ogni anno viene ripetuto e ogni anno viene dimenticato entro una settimana: l’Italia continua a costruire su terreno libero a un ritmo che non accenna a rallentare. Non è una percezione, è una misura. E l’ultima rilevazione disponibile racconta un anno peggiore del precedente, non migliore.
Che cosa si misura davvero
Il consumo di suolo non coincide con l’urbanizzazione né con il cemento in senso stretto. È la trasformazione di una superficie naturale o agricola in superficie artificiale: edifici, strade, piazzali, parcheggi, cantieri, capannoni, ma anche coperture temporanee o rimovibili. La distinzione fondamentale è tra impermeabilizzazione, cioè la sigillatura permanente del terreno sotto asfalto o calcestruzzo, e forme di copertura reversibili, che in teoria possono essere rimosse restituendo il suolo alla sua funzione.
Perché conti tanto lo si capisce guardando cosa fa un suolo vivo: assorbe acqua piovana, immagazzina carbonio, ospita biodiversità, produce cibo, regola la temperatura locale. Un metro quadro sigillato smette di fare tutte queste cose contemporaneamente, e non le riprende quando l’edificio viene demolito, se non dopo interventi lunghi e costosi. È una risorsa che si consuma in un pomeriggio e si rigenera in secoli.
I numeri del rapporto 2025
La fonte di riferimento è il rapporto annuale Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici, curato dall’ISPRA per il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente: l’edizione 2025, uscita a fine ottobre, fotografa l’anno 2024.
Nel 2024 nuove superfici artificiali hanno coperto circa 83,7 chilometri quadrati, con un aumento del 15,6% rispetto all’anno precedente. Il consumo netto — cioè il saldo tra ciò che viene coperto e ciò che viene ripristinato — si attesta intorno a 78,5 km², il valore più alto dell’ultimo decennio. Tradotto in un’immagine che ha fatto il giro dei giornali: circa 2,7 metri quadri al secondo, quasi 230.000 metri quadri al giorno.
Il quadro complessivo è ancora più eloquente: edifici, infrastrutture e altre coperture artificiali superano ormai i 21.500 km², pari al 7,17% del territorio nazionale, contro una media europea intorno al 4,4%. La classifica regionale del 2024 vede in testa l’Emilia-Romagna con oltre mille ettari persi, seguita da Lombardia, Puglia, Sicilia e Lazio.
C’è anche un dato di segno opposto, che di solito passa inosservato: la differenza tra consumo lordo e consumo netto indica che qualche chilometro quadrato di superficie è effettivamente tornato permeabile. È poco, poco più di cinque chilometri quadrati, ma dimostra che la desigillazione non è un’ipotesi teorica.
Perché il ritmo non rallenta
La spiegazione istintiva — l’Italia costruisce case perché la popolazione cresce — è smentita dai fatti: la popolazione è in calo e il patrimonio edilizio esistente è largamente sottoutilizzato. Il consumo di suolo, oggi, ha altre motrici.
La prima è la logistica. Il commercio elettronico ha generato una domanda enorme di magazzini e centri di smistamento, edifici a un piano che occupano superfici vastissime e chiedono terreno pianeggiante e vicino agli svincoli autostradali: esattamente le aree agricole più fertili della Pianura Padana. Alla logistica si sono aggiunti i data center, con esigenze simili di spazio e connessioni.
La seconda, meno comoda da ammettere per chi si occupa di transizione ecologica, è il fotovoltaico a terra. Il rapporto 2025 segnala che nel 2024 circa 1.700 ettari sono stati occupati da impianti installati direttamente sul suolo, e che nella grande maggioranza dei casi si trattava di terreni agricoli. Non è un argomento contro le rinnovabili: è un argomento a favore di installazioni su coperture, capannoni, parcheggi e aree già compromesse, che in Italia esistono in quantità enormi.
La terza motrice è strutturale e tutta italiana: costruire sul nuovo resta più semplice, più veloce e più redditizio che recuperare l’esistente. Un’area libera non ha bonifiche, non ha demolizioni, non ha vincoli, non ha proprietari frammentati. Finché il calcolo economico premia il campo rispetto al capannone dismesso, nessuna dichiarazione d’intenti sposterà i numeri.
Una legge che non arriva, una direttiva che arriva
Sul fronte normativo la vicenda italiana è nota agli addetti ai lavori e sconosciuta a quasi tutti gli altri: una legge nazionale organica contro il consumo di suolo viene discussa dai primi anni Dieci e non è mai stata approvata. Nel frattempo hanno legiferato le Regioni, con approcci molto diversi tra loro, e il quadro complessivo è rimasto disomogeneo.
Qualcosa si è mosso su due piani. In Parlamento, dall’estate 2025 è in esame un testo unificato sulla rigenerazione urbana che accorpa diverse proposte precedenti e mette sul tavolo un fondo nazionale e incentivi al recupero, con il riferimento esplicito all’obiettivo europeo di azzeramento del consumo netto di suolo al 2050. A Bruxelles, invece, il traguardo è stato tagliato: la direttiva (UE) 2025/2360 sul monitoraggio e la resilienza del suolo, approvata nel novembre 2025, introduce per la prima volta un quadro comune europeo per misurare la salute dei suoli, suddividere i territori in distretti e affrontare impermeabilizzazione e siti contaminati. Gli Stati membri hanno tempo fino a dicembre 2028 per recepirla. È interessante notare che il sistema di monitoraggio italiano, quello che produce i dati citati sopra, è stato tra i modelli guardati con più attenzione a livello europeo: sappiamo misurare il problema meglio di quanto sappiamo governarlo.
Dove qualcosa funziona
L’alternativa esiste e ha una parola d’ordine: costruire sul costruito. Il caso più visibile è Milano, città che secondo le stesse elaborazioni ISPRA ha ormai una quota altissima di territorio comunale artificiale, e che ha scelto di concentrare la propria crescita su sette scali ferroviari dismessi: aree già impermeabilizzate da un secolo, con lo scalo Farini destinato a diventare un grande parco urbano e Porta Romana riconvertita dopo l’uso olimpico. Il modello non è privo di critiche — la rigenerazione, se aumenta le volumetrie, non riduce automaticamente la pressione sul territorio circostante — ma la logica di fondo è corretta: la trasformazione avviene dove il suolo era già perduto.
Accanto ai grandi progetti esiste una linea di lavoro meno spettacolare e forse più decisiva: la desigillazione. Piazzali scolastici trasformati in giardini, parcheggi ripavimentati con materiali drenanti, aree industriali dismesse restituite a bosco urbano. Sono interventi piccoli, replicabili, che agiscono esattamente dove le città soffrono di più: temperature estive, allagamenti improvvisi, assenza di ombra.
La partita, alla fine, è culturale prima che tecnica. Per decenni il suolo libero è stato considerato una riserva a disposizione, qualcosa che diventa valore solo quando ci si costruisce sopra. Il ribaltamento richiesto è semplice da enunciare e difficile da praticare: riconoscere che un terreno che non è stato costruito ha già una funzione, e che quella funzione ha un prezzo che paghiamo tutti quando smette di esserci.
