Come riconoscere una poltrona di design vintage: le cinque zone che rivelano autore, data e valore reale

Editore

Lorenzo Ricci De Angelis è l'editore de L'Architetto e ne coordina la linea editoriale. Segue da anni i temi dell'abitare e del progetto: architettura contemporanea e storica, case e interni, design e trasformazione delle città. Coordina la linea editoriale della testata e il lavoro della redazione.

La foto mostra una poltrona bassa e larga, rivestita in pelle nera trapuntata a bottoni, appoggiata su una struttura in piattina metallica cromata che sale dal pavimento, gira a formare il bracciolo e torna indietro. Sui braccioli sono fissati due cuscinetti imbottiti, tenuti da fascette metalliche a vista. Accanto c’è il pouf coordinato, stesso disegno, stessa pelle. La pelle è vissuta: grigia sulle creste della seduta, nera nelle pieghe, con quella patina polverosa che si forma quando un cuoio pigmentato perde il film superficiale. Intorno, una stanza in fase di svuotamento: moquette verde, pareti ocra, pezzi di nastro sui muri. È la classica scena in cui qualcuno chiede: vale qualcosa?

In quindici anni passati a guardare imbottiti sotto la luce di una pila, ho imparato che la risposta non sta quasi mai nella foto di tre quarti. Sta sotto, dietro e dentro. E soprattutto sta in ciò che è stato fatto al pezzo prima che arrivasse a noi.

Perché la forma, da sola, non data nulla

Pelle capitonné più metallo cromato è una delle combinazioni più longeve del Novecento. Nasce alta: la poltrona che Ludwig Mies van der Rohe disegna per il padiglione di Barcellona nel 1929 mette insieme acciaio piatto lucidato e cuscini in cuoio trapuntato a bottoni, ed è entrata nelle collezioni museali proprio come manifesto di quel linguaggio. Da lì in poi la formula viene ripresa, semplificata, industrializzata e copiata per sessant’anni. Negli anni Settanta e Ottanta la piattina cromata diventa un prodotto di serie a basso costo, e migliaia di poltrone in stile escono da fabbriche che non hanno nulla a che fare con la ricerca degli anni Cinquanta.

Questo è il punto che faccio sempre a chi mi porta una foto: la silhouette racconta una famiglia stilistica, non una data e tantomeno un autore. Nel pezzo che vediamo ci sono segnali che spingono più verso l’industria matura che verso il prototipo d’autore: la piattina è larga e piegata in modo molto regolare, i braccioli sono riportati con fascette metalliche a vista invece che integrati nel telaio, i cuscini hanno un volume generoso e morbido, tipico delle schiume ad alta portanza degli anni Ottanta. La proprietaria, del resto, ricorda un acquisto tra anni Ottanta e Novanta: la costruzione non la smentisce.

Le cinque zone dove si nasconde l’identità di un imbottito

Quando apro una perizia, guardo sempre nello stesso ordine. È un metodo, e serve proprio perché l’etichetta di carta, nei pezzi degli anni Cinquanta e Sessanta, nove volte su dieci non c’è più: si strappava con il primo trasloco, si staccava con l’umidità della cantina, spariva con la prima pulizia.

  • Il sottoscocca. Si ribalta la poltrona e si fotografa tutto il fondo. Qui vivono le etichette tessute, i timbri a inchiostro, i numeri di matricola punzonati, a volte solo un’impronta più chiara dove l’etichetta c’era.
  • Il supporto elastico. Cinghie di juta incrociate, molle elicoidali, molle a zig-zag o nastri elastici intrecciati: ognuno appartiene a una stagione produttiva diversa e spesso porta impresso il marchio del fornitore, che è un indizio di datazione più affidabile del rivestimento.
  • Le giunzioni del telaio. Saldature molate a mano o saldature robotizzate, viti a taglio o a croce, bulloneria metrica o pollici, cromatura spessa e specchiante o cromatura sottile che si sfoglia. Sono tracce di fabbrica.
  • Le cuciture e i bottoni. Si guarda dove il sarto ha chiuso: una cucitura a mano su un capitonné, un cordolo ribattuto, un bottone montato su spago passante dicono un livello artigianale che la produzione di serie non si può permettere.
  • Il rivestimento originale, se sopravvive. Anche un solo lembo nascosto sotto il cuscino, con il colore protetto dalla luce, è una prova. Il grigio che si vede in questa poltrona, per esempio, non è una tinta: è consumo del film pigmentato nero.

Crine, molle, gommapiuma: l’imbottitura è l’orologio del pezzo

C’è un passaggio tecnico che da solo sposta la datazione di dieci o quindici anni, e si legge aprendo una cucitura. Fino al dopoguerra l’imbottito italiano è fatto come un lavoro di sartoria: telaio di legno, cinghie, molle in acciaio legate a mano, crine vegetale o animale, strati di cotone, tela di contenimento. Poi arriva la schiuma. Negli anni Cinquanta la gommapiuma industriale, spinta in Italia dalla produzione Pirelli Sapsa e raccontata dalle campagne pubblicitarie dell’epoca conservate negli archivi aziendali, permette di modellare volumi che prima richiedevano giorni di lavoro manuale.

È un cambiamento di progetto, non solo di materiale. La Lady che Marco Zanuso disegna nel 1951 per Arflex è esattamente questo: la schiuma e i nastri elastici al posto di molle e crine, con un telaio leggero che diventa possibile solo perché l’imbottitura non deve più essere contenuta da una gabbia di legno. Non a caso quella poltrona sta oggi nelle collezioni di grandi musei internazionali. Negli stessi anni anche Franco Albini lavora con la gommapiuma, ed è un filone studiato dalla storiografia del design italiano.

Tradotto in pratica: se dentro trovi crine e molle legate a spago, sei quasi certamente prima del 1955. Se trovi schiuma di lattice su nastri elastici, sei nel pieno degli anni Cinquanta-Sessanta. Se trovi poliuretano espanso stampato, con la caratteristica pelle superficiale, sei più avanti. La poltrona della foto, con quel comportamento morbido e pieno dei cuscini, appartiene chiaramente all’ultima famiglia.

Il gesto che cancella le prove: rifoderare prima di capire

Qui arriva il punto dolente di questo pezzo. La pelle nera non è quella di fabbrica: il rivestimento originale era un cuoio chiaro, sostituito anni fa. È il motivo per cui l’attribuzione diventa quasi impossibile. Rifoderare significa buttare le etichette cucite nella fodera interna, tagliare i cordoli originali, sostituire il filo, spesso rifare anche i cuscini interni. Un tappezziere bravo migliora l’aspetto e peggiora l’identificabilità, perché il pezzo perde proprio gli strati che un perito legge.

Il mio consiglio è sempre lo stesso, e non costa nulla: prima si documenta, poi si interviene. Fotografare, misurare, conservare ogni frammento del rivestimento vecchio in una busta. Nel modernariato la storia materiale di un oggetto vale quanto il suo aspetto, e una volta cancellata non torna.

Perché questa poltrona, comunque, è comoda

Al netto del valore di mercato, un pezzo così funziona bene per ragioni misurabili. La seduta è bassa e profonda, lo schienale è nettamente inclinato all’indietro e c’è il poggiapiedi coordinato: è una geometria da riposo, non da lavoro, che scarica parte del peso del busto sullo schienale e riduce la pressione sotto le cosce e sugli ischi. Gli studi sulla distribuzione della pressione all’interfaccia corpo-cuscino mostrano quanto conti l’elasticità del supporto nel distribuire i carichi invece di concentrarli su pochi punti: un cuscino troppo rigido crea picchi, uno troppo cedevole fa affondare il bacino e chiude l’angolo dell’anca.

Il capitonné, che molti leggono come puro decoro, ha anche una funzione: i bottoni ancorano l’imbottitura al supporto e le impediscono di migrare verso i bordi, allungando la vita del cuscino. E i braccioli imbottiti, alla giusta altezza, sostengono le spalle e tolgono carico alla colonna cervicale. Le norme europee sulla sedute domestiche, del resto, ragionano proprio su resistenza, durabilità e sicurezza nel tempo: una poltrona che dopo trent’anni sta ancora in piedi con il telaio integro ha già superato una prova severa.

Il protocollo pratico: cosa fotografare e cosa misurare

Se avete un pezzo simile, ereditato o comprato al mercatino, muovetevi in quest’ordine prima di chiedere un parere o di spendere in restauro.

  1. Ribaltate la poltrona e fotografate il fondo per intero, poi in dettaglio ogni etichetta, timbro, numero o alone.
  2. Sfilate i cuscini e fotografate il vano sotto, le cinghie o i nastri, le teste delle viti, i punti di saldatura.
  3. Scattate un profilo laterale perfettamente di lato, a altezza della seduta: è la vista che permette il confronto con gli archivi, molto più della foto di tre quarti.
  4. Misurate e annotate larghezza, profondità, altezza totale, altezza della seduta da terra e altezza dei braccioli. Le misure sono la prima scrematura tra un modello e un suo clone.
  5. Annotate la provenienza: chi l’ha comprata, dove, in che anni, se è stata rifoderata e quando. La memoria familiare è una fonte, trattatela come tale.
  6. Solo a questo punto valutate la pulizia e il restauro conservativo, partendo dal meno invasivo. Sulla pelle antica le linee guida di conservazione invitano a grande prudenza con trattamenti e prodotti nutrienti e a controllare soprattutto le condizioni ambientali, temperatura e umidità stabili, lontano da termosifoni e luce diretta.

Valore di mercato e valore reale

Vale la pena essere onesti: nella stragrande maggioranza dei casi, una poltrona in pelle e cromo senza marchio, rifoderata, acquistata tra gli anni Ottanta e Novanta, non è un pezzo da collezione. Il mercato del modernariato italiano premia l’attribuzione certa, e i grandi nomi dell’imbottito — da chi ha industrializzato la schiuma negli anni Cinquanta in poi — valgono proprio perché sono documentati, archiviati, riconoscibili fino all’ultima cucitura.

Ma c’è un secondo valore, e non è retorica. Una poltrona con poggiapiedi, telaio metallico sano e geometria da riposo è un oggetto che, con una pelle rinvenuta e cuscini rifatti bene, può servire altri trent’anni. Nel mio lavoro ho visto buttare pezzi così per fare spazio e comprare poltrone nuove peggiori, più leggere, con telai in truciolare e schiume che cedono in cinque anni. La sostenibilità, nell’arredo, comincia sempre dalla stessa domanda: quanto durerà quello che sto per comprare? Qui la risposta, lo sappiamo già, è trent’anni e passa.

Fonti

Tag:Restauro mobili

Lascia un commento Annulla risposta

Exit mobile version