Sul muro grigio chiaro c’è un disegno fatto solo di linee nere sottilissime, tutte dello stesso spessore: nessun riempimento, nessuna ombreggiatura, solo contorni. Riconosco una silhouette allungata che scende verso il basso, due lunghe rette parallele che l’attraversano in diagonale come l’asta di uno strumento a fiato, un profilo spezzato a V che fa da controcampo e — soprattutto — una dozzina di circonferenze di diametri molto diversi, appoggiate l’una all’altra in catena. Dietro, un’ombra morbida duplica tutto: il foglio o la lastra non è perfettamente a filo con la parete. È un disegno a mano ripassato in vettoriale, e lo si capisce da un dettaglio che conosco bene: nei punti in cui i cerchi si toccano, l’occhio cerca un contatto e trova piccole esitazioni.
Questo è il punto in cui ogni illustratore prima o poi si incaglia. Ci ho passato pomeriggi interi, in particolare su un marchio fatto di sei bolle di dimensioni diverse: avvicinavo, zoomavo al 3200%, spostavo di mezzo pixel, sembrava giusto, poi stampavo e vedevo un filo di bianco. Il problema non era la mia mano. Era che stavo usando l’occhio per risolvere un problema che è geometrico, e che si risolve in una riga.
La regola di una riga che cambia tutto
Due circonferenze sono tangenti esternamente quando la distanza tra i loro centri è esattamente uguale alla somma dei raggi. Non c’è margine: un millesimo in meno e si intersecano, un millesimo in più e restano separate. La conseguenza pratica è potentissima: i centri possibili per il secondo cerchio non sono infiniti e sparsi, abitano una sola circonferenza, quella con centro nel primo cerchio e raggio pari alla somma dei due raggi. Quando l’ho capito ho smesso di spostare oggetti e ho iniziato a costruire luoghi geometrici, cioè a disegnare la circonferenza-guida su cui il centro deve stare.
Vale anche la variante interna, quella che serve quando un cerchio piccolo deve toccare dall’interno un cerchio grande: lì la distanza tra i centri è la differenza dei raggi. Due formule, zero occhio.
Apollonio di Perga e il problema che manda in crisi i software
Il caso generale — dati tre elementi tra punti, rette e circonferenze, trovare la circonferenza tangente a tutti e tre — porta il nome di un matematico greco del III secolo a.C., Apollonio di Perga, lo stesso delle sezioni coniche. Il trattato in cui lo affrontava, dedicato appunto alle tangenze, è andato perduto: lo conosciamo per riferimenti indiretti e per le ricostruzioni che nel Cinque-Seicento ne fecero François Viète e Marino Ghetaldi, poi ristampate nel Settecento in edizioni che ancora oggi si trovano nei cataloghi delle biblioteche storiche. Mi piace pensarci quando apro il pannello delle coordinate: un problema che ha richiesto duemila anni di manutenzione intellettuale lo risolvo oggi con un paio di guide, ma la logica è la stessa di allora.
E attenzione, perché la cosa interessante è che il problema di Apollonio ha fino a otto soluzioni diverse a seconda di come la circonferenza cercata si dispone rispetto alle tre di partenza. Tradotto in linguaggio da tavolo di lavoro: quando dico voglio un cerchio che tocchi questi tre, non sto dando un ordine univoco. Sto scegliendo, consapevolmente o no, una tra molte composizioni possibili. Metà delle composizioni a cerchi che non funzionano sono soluzioni corrette del problema sbagliato.
I cerchi che si baciano: Cartesio, Soddy e le catene infinite
Esiste una relazione elegantissima tra quattro circonferenze mutuamente tangenti, nota come teorema di Cartesio: lega le loro curvature, cioè i reciproci dei raggi, e permette di calcolare il quarto cerchio una volta fissati gli altri tre. Riscoperta nel Novecento e divulgata con il nome evocativo di cerchi che si baciano, ha generato quell’immagine ipnotica che si chiama guarnizione apollonea: cerchi sempre più piccoli che riempiono gli spazi residui all’infinito.
Per chi disegna, il teorema è meno astratto di quanto sembri. Dice che in una catena di cerchi tangenti i diametri non sono liberi: una volta decisi i primi tre, il quarto è quasi deciso. Nel disegno della foto si vede proprio questo: i cerchi grandi in alto a destra dettano la taglia dei due piccoli che li accompagnano, e la proporzione regge perché i raggi non sono casuali. Quando invece si sceglie una sequenza di diametri arbitraria e poi si pretende che tutto si tocchi, la composizione si impunta. Il consiglio che darei al me stesso di dieci anni fa: scegli una progressione di diametri (metà, un terzo, un quarto) e poi costruisci le tangenze, non il contrario.
Corda e compasso: i maestri italiani lo facevano senza snap
Prima di parlare di pixel vale la pena ricordare che le tangenze più spettacolari mai realizzate sono state tracciate con corda, squadra e compasso. I pavimenti cosmateschi — le marmoriali romane dei Cosmati, da Santa Maria in Cosmedin al grande pavimento che la stessa bottega romana realizzò a Westminster — sono costruzioni di cerchi inscritti, quinconci e rotae in cui le circonferenze si toccano e si intrecciano con una precisione che oggi ricontrolliamo con rilievi digitali. Gli studi dedicati alla loro geometria mostrano un impianto fatto di poche operazioni di compasso ripetute, non di improvvisazione decorativa.
Stessa storia nei rosoni gotici: la ricerca sulla loro geometria ricostruisce il tracciato come una sequenza di circonferenze concentriche suddivise in parti uguali, con i cerchi secondari posizionati esattamente dove la costruzione li impone. Nei cantieri si lavorava su tracciati in scala reale incisi su pavimenti o lastre di gesso. Non era un vezzo: era l’unico modo per ottenere una tangenza che resistesse al taglio della pietra. La morale, per me, è che il metodo precede sempre lo strumento.
Cinque passaggi per una catena di cerchi che si tocca davvero
Questo è il protocollo che uso, identico su carta con il compasso e a schermo in vettoriale.
- Disegno il primo cerchio partendo dal centro e lo tengo come riferimento fisso.
- Traccio una linea dal centro del primo cerchio nella direzione in cui voglio il secondo: è l’asse centro-centro, e deciderà da che parte avviene il bacio.
- Individuo il punto in cui questa linea incontra la circonferenza del primo cerchio: quello è il punto di tangenza.
- Disegno il secondo cerchio ancorando il centro sull’asse e sfruttando l’aggancio al punto di intersezione, oppure leggo le coordinate X e Y del punto di tangenza nel pannello delle proprietà e impongo al nuovo cerchio di partire esattamente da lì.
- Verifico in vista contorni, senza spessori: se il contatto è un punto solo, è giusto.
Il quinto passaggio è quello che salva le giornate. In vista contorni spariscono i tratti e resta la geometria pura: se nel disegno della foto il suo autore avesse controllato lì, avrebbe visto subito quali cerchi erano fuori di un pixel.
Il tratto ti mente: la questione dell’allineamento
C’è un motivo tecnico per cui due cerchi apparentemente perfetti sembrano sovrapposti o staccati, e non ha nulla a che vedere con la matematica. Nei programmi vettoriali il tratto, per impostazione predefinita, è centrato sul percorso: metà dello spessore cade all’interno della forma e metà all’esterno. Due cerchi geometricamente tangenti disegnati così non si toccano in un punto, si sovrappongono per tutto lo spessore del tratto. La documentazione ufficiale del software prevede proprio per questo la possibilità di allineare il tratto all’interno o all’esterno del percorso. Nei disegni di linea come quello della foto, dove il tratto è il protagonista, la scelta cambia completamente il risultato: tratto interno per un contatto netto, tratto centrato se si accetta una leggera compenetrazione. Deciderlo all’inizio, non a disegno finito, è una delle abitudini che mi fa risparmiare più tempo.
La tangenza perfetta all’occhio sembra un errore
Qui entra in gioco la percezione, e qui ho imparato a fidarmi meno dei numeri. La ricerca sperimentale sulla percezione visiva mostra che la dimensione e l’area delle figure geometriche semplici vengono giudicate in modo sistematicamente distorto, e che la forma influenza il giudizio di grandezza: a parità di misura, un cerchio e un quadrato non ci sembrano affatto equivalenti. È la stessa ragione per cui nella progettazione dei caratteri le lettere tonde vengono disegnate leggermente più alte delle lettere a base piatta: senza quella correzione sembrerebbero più piccole.
Lo stesso meccanismo agisce sulle tangenze. Un cerchio curvo che tocca un altro cerchio curvo in un punto matematicamente esatto, se i diametri sono molto diversi, a distanza di lettura può leggersi come staccato, perché nell’intorno del contatto le due curve divergono subito. La mia regola operativa, costruita su prove di stampa e non su un paper, è una micro-sovrapposizione nell’ordine dell’uno per cento del diametro minore: invisibile da vicino, salvifica da lontano. Non è una legge, è un collaudo da fare ogni volta sul proprio disegno.
Quando due colori si toccano: la prova della stampa
Finché il disegno resta nero su grigio, come nella foto, il rischio è contenuto. Appena i cerchi diventano due colori diversi, il punto di tangenza è il posto più fragile di tutta la composizione. La stampa offset lavora per sovrapposizione di separazioni, e gli standard internazionali di controllo di processo per la stampa a mezzatinta esistono proprio perché la coincidenza perfetta delle lastre è un obiettivo con tolleranze, non un dato di fatto. Un minimo scostamento di registro, in un contatto puntiforme, produce o un filo di bianco o una bava scura. Per questo nei lavori a più colori preferisco progettare un contatto che abbia una minima zona di scambio: non è un trucco, è accettare che la carta si muove.
Quattro prove rapide per capire se una composizione a cerchi regge
- Prova della miniatura: riduci tutto a due centimetri. Se i cerchi si impastano o le tangenze sparicono, la gerarchia dei diametri è sbagliata.
- Prova del bianco e nero: togli i colori. Senza il colore che distrae, le tangenze imprecise diventano evidenti.
- Prova della rotazione: ruota la composizione di novanta e centottanta gradi. L’occhio, perso l’orientamento abituale, smette di correggere gli errori e li mostra.
- Prova della ristampa: stampa a due centimetri su carta comune, con una stampante qualunque. È il collaudo più brutale e il più utile: ciò che sopravvive lì sopravvive ovunque.
Il disegno della foto mi piace proprio perché vive su questo filo. È un oggetto grafico fatto di niente — una linea sola, costante, senza chiaroscuro — e per questo ogni contatto tra due curve è una dichiarazione di competenza o una crepa. Chi dice che nessuno andrà a zoomare non ha torto sul pubblico, ma ha torto sull’autore: la precisione nei punti di tangenza non si vede, si sente. È la differenza tra un disegno che sembra deciso e uno che sembra appoggiato lì per caso.
Fonti
- O’Connor, J. J.; Robertson, E. F. Apollonius of Perga. MacTutor History of Mathematics Archive, University of St Andrews.
- Lawson, J. (1771). The two books of Apollonius Pergaeus concerning tangencies, restored by Viète and Ghetaldi. Folger Shakespeare Library (catalogo).
- American Mathematical Society. When Kissing Involves Trigonometry. AMS Feature Column.
- de Piro, T. (2008). Cosmati Pavements: The Art of Geometry. Bridges Conference Proceedings Archive.
- Sharp, J. (2003). Westminster Abbey: The Cosmati Pavements. Nexus Network Journal, Springer.
- Westminster Abbey. Cosmati Pavement. Scheda storica ufficiale.
- The Gothic Rose Window (2006). Journal of Information Technology in Construction (ITcon).
- Zhang, X.; Li, S.; Yin, K. (2024). The effect of shape on visual size perception. i-Perception, SAGE.
- Area perception in simple geometrical figures (1990). Perception. PubMed, National Library of Medicine.
- ISO (2013). ISO 12647-2:2013 Graphic technology — Process control for half-tone colour separations: offset lithographic processes. International Organization for Standardization.
- Adobe. Apply stroke on an object. Documentazione ufficiale Illustrator.
