Achille Castiglioni: lavorare con piacere era un metodo

Chi era Achille Castiglioni, il suo metodo fatto di curiosità e oggetti trovati, le lampade Arco e Taccia e lo studio-museo di piazza Castello a Milano.

Redattrice

Giulia Fabbri racconta edifici, case e luoghi: ha studiato architettura e ha scelto di scriverla invece di progettarla.

C’è un indirizzo a Milano, piazza Castello 27, dove il design italiano continua a spiegarsi da solo. Dietro il portone non c’è un museo nel senso consueto del termine: c’è uno studio professionale rimasto quasi intatto, con i tavoli da disegno, gli armadi pieni di prototipi, le scatole dei modelli in scala e una collezione di oggetti qualunque — sedili, molle, manici, giocattoli — raccolti nell’arco di decenni. È il luogo in cui Achille Castiglioni ha lavorato dal 1962 fino alla morte, nel 2002, e da cui sono usciti alcuni degli oggetti più riconoscibili del Novecento.

Raccontare Castiglioni solo attraverso quegli oggetti, però, significa perdersi la parte migliore. Perché la sua eredità più solida non è una lampada né uno sgabello: è un modo di lavorare che metteva insieme rigore e leggerezza, e che lui riassumeva in una formula disarmante, quella del lavorare con piacere. Non un invito alla superficialità, ma l’idea che un progetto nasca male se chi lo fa non si diverte a farlo — e che il divertimento, in progettazione, sia una forma di attenzione.

Un architetto che si mise a guardare le cose

Nato a Milano nel 1918 in una famiglia di artisti — il padre Giannino era scultore — Castiglioni si laureò in architettura al Politecnico e cominciò a lavorare con i fratelli maggiori, Livio e Pier Giacomo. Fu il sodalizio con Pier Giacomo, durato fino alla morte prematura di quest’ultimo nel 1968, a produrre la stagione più fulminante: un ventennio in cui l’Italia usciva dalla ricostruzione, l’industria cercava forme per prodotti nuovi e nessuno aveva ancora deciso quale dovesse essere l’aspetto di una lampada, di una radio o di uno sgabello.

In quel vuoto i Castiglioni introdussero un metodo che oggi verrebbe chiamato osservazione sul campo, e che allora era semplicemente curiosità professionale applicata con ostinazione. Prima di disegnare, guardavano: come si siede una persona, come impugna un interruttore, dove posa il bicchiere, che gesto fa per accendere. Il progetto nasceva da lì, da quella che chiamavano la componente primaria — la ragione irriducibile per cui un oggetto deve esistere. Tutto ciò che non serviva a quella ragione veniva tolto.

Gli oggetti trovati, cinquant’anni prima dell’economia circolare

Da questo atteggiamento nasce la famiglia di pezzi più spiazzante del catalogo Castiglioni. Il Mezzadro (1957, oggi Zanotta) è letteralmente un sedile da trattore montato su una lama d’acciaio curvata e su una traversa di legno: un oggetto industriale già esistente, prelevato dal suo contesto agricolo e reso domestico. La Sella, dello stesso periodo, prende un sellino da bicicletta e lo pianta su un piede emisferico, per chi al telefono non riesce a stare fermo. Sono operazioni che il vocabolario dell’arte chiamerebbe ready-made, e che nel design significavano una cosa precisa: la forma migliore può essere già stata inventata da qualcun altro, per un altro scopo, e il lavoro del progettista è accorgersene.

Vista dal 2026, in piena discussione su riuso, riparabilità e durata dei prodotti, questa idea suona sorprendentemente contemporanea. Non era ecologia — era economia di pensiero — ma il risultato è lo stesso: meno pezzi nuovi, più intelligenza applicata a quelli che ci sono.

Arco, Taccia, Snoopy: tre modi di risolvere un problema

La lampada Arco, del 1962, nasce da una domanda banale: come illuminare dall’alto il centro di un tavolo senza forare il soffitto. La risposta è uno stelo d’acciaio a sbalzo che scavalca oltre due metri di stanza, ancorato a un blocco di marmo di Carrara. Il dettaglio che tutti raccontano è il foro passante nel marmo: serve a infilarci un manico di scopa e sollevare la base in due persone, perché una lampada da quasi settanta chili deve comunque poter cambiare posto. È una soluzione da cantiere, ed è esattamente il punto. Nel 2020 quell’oggetto ha ricevuto un riconoscimento alla carriera nell’ambito del Compasso d’Oro, il premio storico del design italiano il cui archivio è oggi consultabile online attraverso HORO, il portale digitale dell’ADI Design Museum.

Taccia risolve un altro problema: la lampada da tavolo che abbaglia. La soluzione è un riflettore a coppa, ribaltabile a mano, appoggiato su una cupola di vetro che poggia su un cilindro scanalato — scanalato non per decorazione, ma per dissipare il calore. Snoopy (1967) fa il contrario: prende una cupola smaltata dal profilo animalesco, la posa su un blocco di marmo e ottiene un oggetto che sembra un personaggio senza essere mai un giocattolo. In tutti e tre i casi c’è la stessa sequenza: un problema tecnico dichiarato, una soluzione visibile, e una simpatia finale che arriva per soprammercato.

«Se non siete curiosi, lasciate perdere»

Per oltre vent’anni, dal 1969 al 1993, Castiglioni insegnò al Politecnico — prima a Torino, poi a Milano — e in aula portava le sue scatole di oggetti anonimi, quelli che oggi si vedono nello studio: un cucchiaio, una molletta, una maniglia trovata al mercato. La lezione consisteva nel farli girare tra le mani degli studenti e chiedere perché funzionassero. A chi gli domandava come si diventa progettisti rispondeva con una frase diventata proverbiale: se non siete curiosi, lasciate perdere; se non vi interessano gli altri, quello che fanno e come si comportano, questo non è il vostro mestiere.

È l’affermazione più radicale che abbia lasciato, ed è anche la più scomoda per il presente. In una fase in cui si può generare l’immagine convincente di una sedia in dieci secondi, la parte scarsa non è la forma: è l’osservazione. Il gesto reale delle persone, il modo in cui usano male gli oggetti, l’attrito quotidiano che nessun catalogo mostra. Castiglioni sosteneva, in sostanza, che il progetto comincia dove finisce il rendering.

Lo studio come luogo aperto

Dal 2011 lo studio è diventato una fondazione, nata per volontà degli eredi, con il compito di ordinare, catalogare e digitalizzare oltre sessant’anni di lavoro: disegni tecnici, fotografie, filmati, modelli, conferenze. Ma la scelta più intelligente è stata un’altra: tenerlo aperto. Le visite si svolgono in piccoli gruppi, durano circa un’ora e si prenotano in anticipo attraverso il sito della Fondazione Achille Castiglioni, che pubblica giorni e orari — di norma dal martedì al venerdì in fascia mattutina, più un sabato al mese.

Chi ci entra si aspetta un santuario e trova un magazzino ordinato. È la parte che colpisce di più: i prototipi scartati stanno accanto a quelli riusciti, gli errori sono conservati con la stessa cura dei successi. In un mestiere che tende a mostrare solo il risultato finale, quella confusione documentata è forse l’insegnamento più utile che Milano custodisca in cinque stanze. Il piacere di cui parlava Castiglioni, insomma, non era un premio finale: era il metodo stesso.

Lascia un commento Annulla risposta

Exit mobile version